James Aldridge.
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PRIGIONIERO SULLA TERRA.
Parte 1.
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Titolo originale: A CAPTIVE IN THE LAND. 1962.
Traduzione di: PAOLO C. GAJANI.
1964. Club degli Editori, MILANO.
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Scansione di Giorgio Fantinato.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Prigioniero sulla terra. La guerra fredda ha ispirato fino ad oggi molti romanzi, ma Prigioniero sulla terra di James Aldridge  l'unico romanzo della guerra fredda che si differenzi dagli altri per il contenuto profondo ed umano. Un metereologo inglese, Rupert Royce, istintivamente contrario all'autorit e ad ogni sistema di forza diventa, quasi suo malgrado, un eroe dell'URSS per aver salvato un aviatore sovietico precipitato con il suo aereo fra i ghiacci della banchisa. Inaspettatamente Royce si trasforma nella pedina principale di una partita politica che viene condotta sul filo di un'intensa attivit spionistica. Con lui il lettore viene guidato attraverso la Russia, una Russia vissuta e descritta con assoluta obiettivit, al di fuori di ogni intento politico. L'attento, spassionato esame dei popoli dell'Oriente e dell'Occidente, riassunto nelle figure dei due protagonisti, conferma ancora una volta la morale che i due sistemi intorno ai quali essi gravitano continuano ad essere diametralmente opposti.
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Sopracoperta di Bruno Munari.
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James Aldridge  nato in Australia da genitori inglesi. Il padre, infatti, dopo aver viaggiato per molti anni, vi si era stabilito definitivamente ed era stato nominato direttore di un giornale locale. Dopo aver trascorso un'infanzia simile a "quella di Tom Sawyer sul fiume Murray", si rec a Melbourne dove port a termine i primi studi e dove incominci a lavorare saltuariamente per il "Melbourne Sun". Nel 1938, si rec in Inghilterra dove complet gli studi e intraprese la carriera di giornalista. Dopo aver svolto un'intensa attivit presso i principali quotidiani londinesi, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, venne nominato corrispondente di guerra in Finlandia dalla North American Newspaper Alliance. Per tutto il resto della guerra altern brevi soggiorni in Finlandia, in Norvegia, in Egitto, in Europa e in Russia dove rimase per tredici mesi consecutivi. Si trasfer quindi in America, poi ancora in Australia e in Francia ma scelse l'Inghilterra come dimora definitiva; continuando la carriera giornalistica ha pubblicato sia nell'edizione londinese che in quella newyorchese del "Times" la maggior parte dei suoi articoli. Qualche anno fa pubblic, esordiente e con notevolissimo successo, un lungo romanzo documentario, Il diplomatico, che venne tradotto subito dopo anche in Italia. Questo giovane e fortunato autore  tornato alla narrazione di tipo documentaristico anche recentemente con un libro che ha suscitato molto scalpore negli Stati Uniti: The Heroes of The Empty View. Dopo queste due prime opere  apparso Il cacciatore, una specie di reportage romanzesco sui grandi laghi al confine tra gli Stati Uniti e il Canada, cui  seguito Prigioniero sulla terra edito recentemente in Gran Bretagna.
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Prigioniero in terra,
E giovane straniero,
Egli ud l'ordine del re,
Egli comprese la verit delle scritture.
LORD BYRON: Visione di Baldassare. Melodie Ebraiche.
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Capitolo 1.
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Un Dakota del Comando Aerotrasporti della Royal Air Force, in volo al di sopra della sperduta banchisa polare lungo l'ottantasettesimo meridiano, a settentrione della Terra di Grant, aveva individuato una strana chiazza bluastra e incandescente sull'uniforme distesa di ghiaccio intriso di sole. Troppo a nord, comunque, perch la si potesse credere un semplice affioramento del sottostante terreno roccioso. L'aereo, in effetti, non distava molto dal Polo Nord, e sorvolava una zona insolitamente accidentata per la presenza di vasti ammassi di ghiacci bianchi come il guscio di un uovo, a eccezione di sporadiche striature grigie o nerastre dove il mare interrompeva con tortuosi canali l'uniformit compatta della banchisa.
Parlandosi attraverso i microfoni, il pilota e il secondo pilota si scambiarono concisamente qualche frase sull'opportunit di abbassarsi leggermente per esaminare pi da vicino lo strano fenomeno. L'aereo non si trovava comunque ad alta quota, solo duemilacinquecento metri. Seguiva una rotta prestabilita per consentire a un geofisico che si trovava nella cabina di svolgere una serie di misurazioni magnetiche mediante complesse apparecchiature di delicati e sensibili strumenti. Era una missione importante. Perci il pilota non desiderava disturbare il lavoro dello scienziato, lavoro che praticamente dipendeva - oltre che da un'esatta effettuazione di date operazioni nel tempo - soprattutto dal fatto che l'aereo mantenesse uniformit di rotta e una quota costante.
In un primo momento, il pilota pens che la grande chiazza lucente e azzurrognola intravista sul ghiaccio fosse una colonia di foche. S, era possibile, pensava il secondo pilota, ma non sembrava molto probabile.
 S'interpell allora un altro degli occupanti dell'aereo, Rupert Royce, un metereologo che si trovava casualmente a bordo, nella supposizione che almeno lui disponesse di pi approfondite cognizioni sull'Artide. Rupert Royce stava rientrando alla base per tornare in patria, dopo un'estate trascorsa nella stazione metereologica dell'Isola Melville. Lui poteva saperlo, forse. Ma il vivido, abbacinante riflesso polare non permetteva una visione distinta, e inoltre l'aereo si era gi spinto troppo avanti perch fosse ancora possibile un'osservazione precisa dell'insolita chiazza.
"Se fosse una colonia di foche" Royce grid al pilota, attraverso il microfono "dovrebbero essere centinaia, e stipate come sardine."
Sembrava molto improbabile, eppure che cos'altro avrebbe potuto determinare una cos strana configurazione sulla sconfinata immensit dell'abbagliante distesa di ghiacci? L'aereo intanto proseguiva la sua rotta, giacch il cielo polare non era di certo luogo adatto per eseguire insolite manovre a quella quota. Tuttavia, la chiazza non era semplicemente un'ombra. N la si poteva credere un tratto pi o meno esteso d'acqua di mare, e nemmeno una colonia di foche.
"Meglio abbassarsi a dare un'occhiata" propose il metereologo.
Ma il pilota non poteva dimenticare il delicato lavoro del geofisico e le sue complesse apparecchiature. Per di pi, a occidente le condizioni del tempo non sembravano del tutto stabili. L'atmosfera era perturbata da una violenta tempesta solare che neutralizzava il normale funzionamento delle comunicazioni radio in onde corte. E oltretutto, il pilota, al settantaduesimo grado di longitudine ovest, doveva virare in direzione sud, per puntare sulla grande base americana di Thule, e non aveva certamente intenzione di arrivare in ritardo o comunque di compiere manovre che si potessero interpretare come stranezze. Ogni volta che si accingeva a prendere terra a Thule, il pilota provava sempre una strana sensazione di doverlo fare con tutto l'impegno di cui era capace. Era un'intensa, schiacciante sensazione che sembrava emanare dagli americani (o pi semplicemente dall'immensit della loro base, forse) e non la si poteva ignorare facilmente, a parte l'esatta predeterminazione dell'orario di arrivo. Il pilota non intendeva mettere a soqquadro i servizi di avvistamento radar eseguendo manovre fuori del comune.
"Basta fargli un giro intorno, Jack" disse il secondo pilota. "Solo un giro, poi filiamo via dritti. Per sar meglio abbassarci di quota..."
Era giovane il secondo pilota, poco pi d'un ragazzo: giovane e impetuoso e avventato. Per contro il pilota era un uomo alto e accigliato e prudente, e di conseguenza sempre assai cauto in ogni manovra. Si strinse nelle spalle, comunque, quasi per dimostrare che s, questa volta era d'accordo anche lui, e mediante l'intercom avvis il navigatore e il geofisico che si accingeva a cambiare rotta. Incurante delle loro vivaci proteste e imprecazioni, egli subito disinnest il controllo automatico e, presi personalmente i comandi, cominci a ridurre molto gradualmente il numero di giri e la carburazione dei motori per non avere sorprese mentre iniziava un'ampia virata di centottanta gradi.
Attraverso il doppio strato di plexiglas dei parabrezza solcati da miriadi di righe sottili e graffiature il sole spazz l'interno della cabina con un lampo accecante. Per qualche secondo il riflesso li abbacin in uno sfolgorante arcobaleno di luci, ma quasi subito furono di nuovo in grado di scorgere il fantastico nitore della bianca distesa di neve sottostante. A tutta prima sembr che la livida ombra sul ghiaccio fosse scomparsa, ma il pilota complet la virata... e allora eccola: un po' spostata sulla destra, adesso. Il sole ancora li abbagliava, eppure la si poteva distinguere abbastanza chiaramente.
"Non sono foche" grid con voce improvvisa Royce, il metereologo.
"Pare una chiazza d'olio" disse qualcuno.
" un aereo!" esclam il secondo pilota, in tono concitato. "Guardate..." grid: "Si vedono rottami dappertutto".
"Silenzio" ordin il pilota. "Non c' bisogno di gridare."
Tuttavia non erano capaci di contenere il tono di voce. Il pilota diminu lievemente di quota. Ora potevano vedere distintamente la grande chiazza; e non era formata solo dai rottami di un aereo, bens da una vasta macchia d'olio che s'irradiava in una moltitudine di lunghe striature sottili come se fosse esploso con violenza un serbatoio. I resti dell'aereo formavano una lunghissima striscia di rottami gialli e rossi e argentei, e frammenti e parti staccate spuntavano fra ghiacci e neve simili a morti tronconi di alberi.
Ma non era tutto.
Invertita di nuovo la rotta, il pilota esegu un altro passaggio a quota pi bassa per osservare da vicino la zona; allora fu possibile distinguere anche due corpi umani... nere, tozze, minuscole figure, scompostamente riverse e conficcate nella neve.
"Devono essere caduti da poco" grid Royce. "Il vento non ha neanche fatto in tempo a coprirli di neve..."
Il pilota, intanto, senza prestare attenzione a nessuno, aveva nuovamente virato, e ora volava poco pi in alto della sommit delle creste di pressione che per l'accavallarsi dei ghiacci s'innalzavano in innumerevoli picchi acuminati e contorti. Non aveva comunque diminuito la velocit, poich non si fidava dei vuoti d'aria esistenti nell'atmosfera polare; e sorvol quindi la zona a normale velocit di crociera. Questa volta nondimeno poterono individuare anche un uomo ancora legato al seggiolino di pilotaggio. L'urto lo aveva strappato di netto dall'aereo, con il seggiolino e parte del cruscotto dei comandi, e appunto su questo giaceva ora riverso, la faccia girata verso l'alto, e lo si vedeva muovere la testa, con gli occhi aperti.
Era vivo. Non potevano sussistere dubbi... forse solo per un soffio, ma vivo. Era sufficiente.
Il pilota riport in quota l'aereo, che cominci a descrivere ampi cerchi sulla zona mentre l'equipaggio discuteva i diversi aspetti del problema. Per un raggio di almeno cento miglia non esistevano altro che i desolati ghiacci della banchisa, qua e l interrotta da canali dove affiorava il mare o sconvolta da un irregolare susseguirsi di asperit e creste di pressione. Una zona, forse, dove avrebbe potuto atterrare un elicottero, ma i pi vicini erano quelli della base americana di Thule, distante trecento miglia, e perci assolutamente fuori portata. Quanto a esseri umani, i pi vicini si trovavano a non meno di cento miglia oltre la sterminata distesa dei ghiacci.
Chiunque fosse, il ferito aveva scarsissime probabilit di sopravvivere se avesse dovuto attendere da solo l'arrivo dei soccorsi. Quindi non esisteva possibilit di scelta, in pratica. Insistendo sul fatto che aveva un'esperienza maggiore degli altri, Rupert Royce - il metereologo - si offr volontariamente di farsi paracadutare quantunque fosse in procinto di tornare in patria. Era il pi adatto per la missione, ovviamente. Passati i comandi al secondo pilota, mentre l'aereo continuava a descrivere ampi cerchi al di sopra della zona, il pilota frettolosamente decise con il resto dell'equipaggio che cosa si poteva lanciare, e qual era il modo migliore di farlo. Occorse comunque un'ora per approntare i sacchi che si dovevano paracadutare, e vi fu riposto tutto il materiale artico d'emergenza e l'equipaggiamento di salvataggio; essi furono lasciati cadere nel vuoto in diversi passaggi successivi.
"Buttatemi gi tutto il possibile" disse Royce.
Si decise di mandar gi anche un battellino di gomma pneumatico, quantunque osservando i diversi lanci si fosse constatato che solo una met dei paracadute si erano aperti. Il pilota torn ai comandi; e il metereologo cominci a indossare pantaloni e giubbotto di edredone con fodera interna di maglia e una casacca di grossa tela con una spessa imbottitura di pannofix, e al di sopra infil un'altra tuta di volo ugualmente imbottita. Sulle spalle si caric uno zaino contenente gli oggetti di pi immediato impiego: un corredo di pronto soccorso, un sestante a bolla, un manuale di tabelle logaritmiche, un regolo calcolatore, una carta geografica dove il navigatore aveva segnato la posizione dei resti dell'aereo dopo averla stabilita con la maggior cura possibile. Per la mancata apertura di molti paracadute, il cui tessuto, essendo stato piegato nell'umidit inglese, si era poi ghiacciato a contatto dell'atmosfera gelida dell'Artide, l'equipaggio disfece la seta del paracadute destinato al metereologo e torn a piegarla con estrema cura. Il navigatore fiss poi il paracadute al petto di Royce, e lo aiut a raggiungere il portellone.
Con gli ipersostentatori completamente abbassati, il pilota si port un'altra volta in linea di sganciamento, e quindi, attraverso il microfono, comunic al metereologo di lanciarsi. Royce si lanci fuori del portellone, e ansim penosamente per il soffio d'aria gelida che gli penetr fino in fondo ai polmoni.
L'aereo descrisse ancora un lento giro per assicurarsi della riuscita del lancio; e dopo aver visto che Royce, anche se ancora impigliato fra le cordicelle del paracadute, agitava da terra le braccia per segnalare che tutto andava bene, il pilota fece rientrare gli ipersostentatori e immediatamente vir verso sud puntando a tutta velocit sulla base americana di Thule.
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Capitolo 2.
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Rupert Royce non era uomo smanioso di avventure, e tuttavia non lo sgoment affatto il trovarsi cos d'improvviso paracadutato e solo sulla calotta polare ghiacciata.
In certa misura, egli aveva sempre vissuta la sua vita in base a imprevisti siffatti e volutamente cercati. Figlio unico, Rupert Royce proveniva da una famiglia molto facoltosa sia per parte paterna che materna. A buon conto, suo padre non aveva niente a che vedere con la Rolls Royce, e nondimeno apparteneva a una delle pi cospicue casate di costruttori navali, armatori, assicuratori e agenti marittimi; e la madre era una Stoneham, per met scozzese. Anche lei molto ricca, e tanto che la ricchezza non aveva neppure pi significato. Ma Rupert (che della vita faceva un'esperienza, e poteva definirsene un teorico in tono minore) dopo la guerra aveva deliberatamente rinunciato alla parte che gli sarebbe spettata del patrimonio familiare, in quanto era convinto che i suoi genitori fossero stati rovinati dal denaro - dal quale sospettava intaccata ormai anche la sua stessa vita - e che un individuo non poteva nutrire fondate speranze di condurre un'esistenza sicura e felice a meno che non lavorasse per bisogno e non gi per accumulare denaro.
Suo padre - ora morto - era stato un uomo generoso, e tuttavia vacuo, irritabile, ozioso e socievole, e in Inghilterra, di norma, si era fatto vedere solo sporadicamente nel corso di fugaci soste fra l'uno e l'altro dei suoi lunghi e inutili viaggi al sud, all'ovest e all'est, viaggi apparentemente intesi a visitare o ispezionare i loro enormi magazzini di Shanghai, oppure i depositi di gomma che possedevano in Malesia, o altre cose ancora in Giappone, in Cile o in Australia. Motivi senza dubbio autentici, in parte. Quegli affari, quei vasti interessi di famiglia esistevano veramente. Eppure, i viaggi che suo padre faceva per visitarli solitamente si originavano da un'occasionale insofferenza per l'Inghilterra, oppure da ignoti altri pigri e non meglio definiti desideri d'evasione, i quali, nondimeno, erano di per se stessi sempre stati cos trascurabili che Rupert non si era mai preso la pena di scoprirne la vera essenza. Suo padre aveva saputo dimostrarsi pigro perfino nei suoi impulsi soggettivi, ed era morto di tubercolosi a Penang, in assoluta solitudine, all'ombra d'una grande, afosa, umida veranda, e aveva pianto morendo (cos almeno avevano scritto le infermiere) perch si trovava tanto solo e lontano dalla famiglia. Questo accadeva nel 1936.
Rupert sapeva che la madre aveva tranquillamente superato la morte del marito. Sua madre ora era una donna di sessantacinque anni, e straordinariamente ben conservata, fresca, sicch non dimostrava di averne quasi neanche cinquanta. Con Rupert si era sempre dimostrata prodiga di un'affettuosit distratta, e per lui non aveva mai provato effettivo interesse... ma non in modo egoistico, bens ponendo nel figlio qualcosa che si sarebbe potuto definire un estenuato compiacimento. Ricordava Rupert, certamente, e lo amava in maniera del tutto adeguata, eppure solo allorch se lo trovava vicino, mentre sembrava incline a dimenticarsene completamente quando era lontano. Ripensando alla madre - in periodi posteriori della sua vita - Rupert se la vedeva nelle vesti d'una eterna sedicenne che il trascorrere degli anni non aveva mutato; e che disponeva di tutto il denaro sufficiente a conservarsi tale, quasi che proprio quella fosse la funzione del denaro. Da ragazzo egli aveva imparato a essere affettuoso con lei, cos come sua madre era con lui: intimi, affezionati quando si trovavano insieme, e subito dimentichi non appena si separavano. Peraltro, la necessit di affetto che provava da ragazzo non si era facilmente appagata come quella della madre, e Rupert, di conseguenza, si era sempre sentito in cuor suo profondamente deluso da lei.
Reale motivo di tutto questo era il denaro. Per l'intera vita i suoi genitori non avevano mai provato a fare un solo giorno di autentico lavoro, sia l'uno che l'altra; e non si erano mai nemmeno lontanamente sognati di doverlo fare. Rupert stesso era gi quasi un uomo quando giunse finalmente alla decisione - una decisione arbitraria - che appunto quella era stata la difficolt essenziale di tutta la sua vita familiare... o della mancanza d'una vita familiare. Coloro che non erano ricchi sempre s'illudevano che il denaro significasse agi e felicit, e per contro esso, cos come lo possedeva e lo impiegava la sua famiglia, altro non significava che mero svago, un modo di occupare il tempo, e il tempo di tutta una vita, un semplice sistema per far passare le giornate, il che certamente era occupazione che non dava frutto alcuno e (da ultimo) anche tale da spogliare di qualunque interesse l'esistenza stessa. Nel trarre quanto di meglio aveva potuto dalla propria fanciullezza e dall'adolescenza, Rupert non aveva saputo cogliere quell'inestimabile intuizione finch non era stato quasi troppo tardi. Solo per poco anche lui non ne era rimasto vittima.
L'effetto d'una siffatta esistenza disuguale sulla sua formazione non era sempre stato dei migliori. Da bambino, Rupert aveva disperatamente cercato di avvinghiarsi ai margini dell'esistenza di sua madre, ovunque lei si fosse trovata a vivere, in questa o quella localit d'Europa, e in pari tempo aveva fatto di tutto pur di conservare integra la propria fierezza ogniqualvolta la madre fosse presa dal desiderio improvviso di lasciarlo in qualche posto. Della fanciullezza, Rupert conservava il ricordo di un'unica, fervidissima gioia, e quella gioia non aveva niente a che fare con sua madre. Per sei meravigliosi mesi, una volta lei lo aveva lasciato presso la famiglia d'una zia e d'uno zio che abitavano nello Yorkshire; una zia sorella di sua madre... E quella era una famiglia sfrenata, disordinata e polemica, e tuttavia intimissimamente legata, dove gli era stata finalmente offerta la possibilit di comprendere che cosa poteva e doveva essere la vita di famiglia. Per lui - e fino all'estremo suo respiro - il pi bel paese del mondo di certo non avrebbe mai potuto essere altro che quello di scabre colline e vallate improvvise, di avallamenti e dune lungo le selvagge brughiere dello Yorkshire, dove ogni giorno e con ogni tempo aveva cavalcato piccoli, nervosi poney, insieme con i suoi cugini, che andavano letteralmente matti per la caccia.
A dodici anni, Rupert era stato mandato a Eton: l'unico atto di famiglia positivo e concertato e concreto e preso di comune accordo dai suoi genitori. Essi lo avevano entrambi decretato e attuato quasi fosse un fatto assolutamente normale, come venire al mondo; e quantunque l'istruzione che il ragazzo aveva ricevuto fino a quel momento nelle scuole elementari francesi - ossia quanto gli era stato possibile seguire dell'abituale corso di studi fosse a malapena sufficiente (specie per la lingua inglese) a consentirgli di frequentare una comune scuola pubblica in Inghilterra.
Eton aveva conferito nuovo significato alla sua vita. Gi in massima parte autosufficiente e - per motivi di necessit - opportunamente difeso in qualunque zona dove fossero in gioco la sua fierezza e personalit infantili, Rupert fu completamente disorientato di trovarsi a contatto con l'illogicit e la stupidit dell'impronta che permeava l'esistenza d'una scuola pubblica inglese, sicch venne immediatamente a scontrarsi con il sistema in essa vigente dei "prefetti" (un termine - questo - che nessuno dei giovani allievi usava mai, comunque). Nella sua vita precedente, Rupert non si era mai visto metodicamente angariato e maltrattato, sebbene anche nelle scuole francesi avesse dovuto imparare per tempo a dare spintoni, urtoni, calci e gomitate per difendersi dai compagni pi grandi o pi robusti.
Di per se stesso, l'essere metodicamente angariato e maltrattato non lo preoccupava molto appunto perch sapeva cavarsela in modo adeguato; solo che in un collegio qual era Eton, la stretta osservanza della gerarchia con cui veniva imposto aveva messo a dura prova il suo senso della libert... un senso forse alquanto anarchico e certo molto francese. Pochi giorni furono sufficienti a fargli comprendere che quell'aspetto brutale del sistema educativo inglese - quella pur classica e privilegiata iniziazione a una successiva esistenza nelle classi pi elevate d'Inghilterra - era un fatto cui doveva opporsi fin dalle primissime avvisaglie, e opporvisi con tutte le forze se davvero intendeva uscire indenne da un ennesimo tentativo di svuotare d'ogni sentimento l'affamato suo giovane cuore.
La delicatissima struttura di Eton - che su tali basi si conservava per l'esigenza di sradicare qualunque insolita sensibilit in chiunque vi si trovasse assoggettato - ovviamente non poteva tollerare un ribelle, e parimenti un ribelle non poteva tollerare la democrazia di Eton. Anche George Orwell (e non erano trascorsi molti anni) si era visto prendere a bacchettate da ragazzi di lui poco pi anziani, e aveva gi diciotto anni... eppure vi si era sottomesso - presumibilmente - solo intendendola quale necessit illuminata e morale. Ma Rupert Royce, a dodici anni, ancora conservava intatto il nerbo e l'ingenua fibra morale per disprezzare i regolamenti e opporvisi; e questo appunto aveva fatto con ostinazione e forza sostenute da una fredda vena di caparbiet che avevano in pari tempo operato a suo favore e suo danno.
Resistenza che non era stata un fatto del tutto eccezionale, comunque. Per la maggior parte, i ragazzi dotati d'un certo carattere a quell'et si opponevano alle punizioni corporali, e si opponevano altres alla detestabile piramide autoritaria, all'assurdo metodo d'istruzione fondato sull'eccessivo logorio, all'invalso sistema borghese d'imbevere gli allievi di generose dosi d'una disciplina che finalmente acquisita veniva poi da essi stessi somministrata ad altri allievi. Tutte cose - queste - che non venivano mai assimilate facilmente da ragazzi di ancor giovane et, e che in effetti non sapevano darsi ragione del fine ultimo cui esse miravano se non quando essi pure non vi soggiacevano estenuati e accettavano l'inevitabile. Soltanto allora essi comprendevano effettivamente. Ma il protrarsi della riottosit e del disprezzo per il metodo erano divenuti fattori estremamente molesti in Rupert, sicch la violenza su di lui usata si era - ancorch per il suo stesso bene - modificata sino a pervenire infine a uno stadio in cui egli si trov esposto alla possibilit di subire lesioni fisiche e spirituali permanenti... a meno che non si fosse finalmente deciso a sottomettersi e accettare il ruolo per il quale si tentava con ogni mezzo di educarlo.
Ardua scelta da compiere a soli dodici anni, e soprattutto non avendo la possibilit di ottenere un aiuto esterno. A Rupert, forse, arrendersi non sarebbe dispiaciuto del tutto, e adagiarsi cos in un'esistenza normale con un normale futuro, eppure quel futuro per lui aveva radici troppo profonde nel passato, n mai la sua insita fierezza gli avrebbe permesso di agire liberamente in tal senso. A lui (e proprio perch aveva una madre tanto svagata, superficiale) non sarebbe mai stato concesso di abdicare a quella sua fierezza, e sentirsi ugualmente sicuro... sicch da ultimo il ragazzo aveva compiuto la sua scelta quasi senza neanche averne consapevolezza. Dopo una ennesima e particolarmente stupida punizione - la volta che due allievi anziani lo avevano trattenuto a forza, opponendosi ai suoi tentativi di divincolarsi, contro la spalliera d'una sedia, il posteriore verso l'alto, mentre un terzo allievo gli infliggeva una dozzina di sferzate con una bacchetta Rupert si era rialzato tutt'altro che domo, e pervaso invece da una tale furia di ribellione che afferrata la sedia aveva colpito in pieno petto uno degli allievi anziani fratturandogli un braccio. Quella sedia costituiva ci che gli aveva insegnato l'istruzione francese basata sulla raison. Nel parapiglia che era poi seguito, il ragazzo aveva trovato modo di fuggire dal collegio con le venticinque sterline che aveva pazientemente messo da parte appunto per una siffatta evenienza.
In anni posteriori, Rupert non aveva mai potuto convincersi del tutto di non essersi comportato vilmente a fuggire come aveva fatto. D'altro canto, egli ora sapeva, e lo sapeva con fermezza pari alla convinzione d'un tempo, che se non avesse afferrato quella sedia e si fosse invece assoggettato all'angusta cerchia di pareti dominate dal regolamento, egli sapeva che il suo spirito si sarebbe ridotto a poco meno che nulla, e che lui stesso, da quel giorno, si sarebbe unito ai tanti altri ragazzi destinati a trascorrere un'intera esistenza conformandosi a regole che il suo stesso temperamento sentiva di dover negare se voleva sopravvivere.
Ora, qualche volta, gli accadeva di deplorare la propria spavalda opposizione d'un tempo, e nondimeno, a quell'epoca, egli aveva conservato una tale dose di aggressivit da opporsi una seconda volta alla tentazione di arrendersi al sistema. Infatti, sua madre e lo zio dello Yorkshire - nella cui casa si era rifugiato - lo avevano di nuovo mandato a Eton; e il sistema gli aveva in certo modo perdonato la sedia, accettandone come giustificazione il metodo educativo secondo il quale il ragazzo era stato istruito in Francia. Ma Rupert, quella seconda volta, aveva perfettamente compreso quanto doveva fronteggiare, sicch si era dimostrato ancor pi astuto e pericoloso, al punto di contaminare anche altri allievi, e la direzione del collegio alla fine si era convinta dell'opportunit di allontanarlo come individuo ineducabile, e aveva invitato la madre (suo padre si trovava a Valparaiso, in quell'epoca) a toglierlo dalla scuola.
E Rupert se n'era andato come un trionfatore da Eton, sicuro della propria vittoria sebbene non sapesse con esattezza quale ne fosse il significato. Presto comprese quello che aveva perduto, comunque: molto semplicemente la possibilit di conseguire un'istruzione formale. A quell'epoca, tuttavia, suo padre si trovava troppo lontano per darsene pensiero; e sua madre - da Deauville - aveva telegrafato alla direzione del collegio accettando l'anglica disperazione dei suoi educatori. Dopo l'infruttuoso tentativo a Eton, sua madre aveva praticamente accantonato qualsiasi altra velleit per la carriera scolastica del figlio, e questi, di conseguenza, si era trovato a dover lottare contro accresciute difficolt.
Diffidando di qualunque scuola e non disponendo d'un genitore abbastanza energico da correggerne o comunque inquadrarne le vuotaggini d'un male inteso libertarismo francese, Rupert era stato libero (volente, e tuttavia nolente) di scegliersi a piacer suo quali scuole frequentare. Perci ne aveva frequentate a Parigi, a Cannes, a Edimburgo, a Dartmouth, a Vevey; e infine era stato allievo del Lyce francese di Atene... ossia in ogni localit dove lo aveva condotto la madre. Tuttavia nessuno - n sua madre, n altri gli aveva mai posto dei freni, o fatto comprendere come stesse spingendo un po' troppo in l la libert di cui godeva. E se mai l'idea si presentava a qualcuno, costui allora si serviva dell'opera di un istitutore per cernire di togliere simili concetti a Rupert; e questo non faceva che peggiorare le cose. Era stato troppo libero e lo constat senza neppure averne cognizione, quantunque lui per primo non desiderasse tanta libert.
Comunque, l'opposizione di conformarsi ai sistemi vigenti a Eton, anche con questo, in lui non aveva determinato la formazione d'un rivoluzionario, e tantomeno d'un individuo animato da strane o acrimoniose teorie sociali. Tutt'altro. Rupert infatti aveva sempre ammirato la borghesia inglese, e questo semplicemente perch si componeva di persone che svolgevano regolarmente un lavoro, avevano un'esistenza familiare normale, equilibrata, e per la quasi totalit vivevano in base a valori stabiliti saldamente e agevolmente acquisiti. Appunto questo era ci che anche lui desiderava...
Nei suoi giovani anni, l'unica soddisfazione che gli aveva effettivamente offerto la ricchezza era stata una pressoch sconfinata possibilit di spostarsi a piacer suo e dedicarsi a qualsiasi sport senza nessuna limitazione. Rupert sapeva che quanto pi si  poveri, tanto pi modeste sono le possibilit di ampliare i propri orizzonti. Negli anni dell'adolescenza, egli aveva fatto viaggi d'ogni sorta, in qualsiasi localit desiderasse, e sempre aveva compiuto crociere con la sua imbarcazione a vela, e aveva sciato tutti gli inverni, ed era stato a pescare, a caccia... aveva insomma pienamente goduto di quel particolarissimo genere di bel mondo fisico che soltanto il denaro poteva procurargli.
Eppure se n'era sempre sentito colpevole, in quanto suo padre, da giovane, aveva fatto le stesse cose, e pi tardi, in et adulta, aveva semplicemente continuato a farle, ancorch in forma pi ampia, elaborata e dispendiosa.
Perci, a diciassette anni, allorch si era improvvisamente scoperto un appassionato interesse per l'archeologia frequentando la scuola inglese di Atene, Rupert vi aveva intravisto qualcosa di molto simile alla salvezza. Pure, e una volta di pi, il perenne suo girovagare gli aveva reso ardua anche la nuova attivit. Rupert, a quell'epoca, era un adolescente che pretendeva molto da se stesso, e che tuttavia poteva fare assegnamento solo su livelli assai limitati d'istruzione formale. Peraltro, alla sua trascorsa opposizione di uniformarsi ai sistemi educativi di Eton, egli non aveva mai voluto addossare l'effettiva colpa della propria insufficienza... ancora una volta, egli preferiva investire di quella colpa il denaro che cos largamente possedeva. Comunque comprese che gli occorreva istruirsi se intendeva veramente dedicarsi all'incantevole fascino di portare alla luce le vestigia di mondi e civilt del passato.
E questo appunto si proponeva di fare in Inghilterra, ma lo scoppio della guerra interruppe quanto sembrava profilarsi come fecondo avvenire d'un facoltoso e straordinariamente dotato amatore della cultura mediterranea. Se lo prese la marina, dunque; e se lo prese la guerra. In marina, Rupert aveva pi o meno sofferto le stesse pene sperimentate a Eton; e tuttavia in questo caso esisteva un diverso movente. Il suo senso del dovere, sempre forte, e alquanto elementare, gli aveva offerto qualcosa di meglio d'un puro e semplice scopo. Era pi facile comprendere il dovere verso la propria patria che non quello verso la propria classe sociale, specie se gi esisteva una certa propensione a dubitare di quest'ultima. Rupert, di conseguenza, si era goduto gli anni trascorsi in marina, pur senza mai accettarne le consuetudini disciplinari.
Peraltro, egli si era sempre preoccupato del fondamentale problema cui ancora non trovava soluzione. In lui permaneva sempre una vaga insoddisfazione, cos per se stesso come per la propria esistenza o per l'ambiente in cui viveva. Lo tormentava sempre una sorta d'inquietudine, la mancanza di pace, e sempre il denaro gli offriva esagerate libert d'indulgere in esperimenti, spostamenti, cambiamenti... in una esistenza slegata e scontenta che minacciava di trasformarsi in caratteristica permanente, cos com'era stato per suo padre.
Finita la guerra, Rupert si era sorpreso a pensare (e solo perch non aveva niente di meglio da fare) di andare a vedere da vicino i resti della cultura azteca nel Messico. Pure, sebbene questa fosse ambizione onestamente valida, (gli aveva saputo cogliervi qualcosa di estremamente simile a un avvertimento, un campanello d'allarme... l'eco suggeriva e l'esempio di quanto aveva fatto suo padre, i cui perpetui viaggi d'affari erano stati motivo altrettanto valido. E Rupert - quasi d'improvviso, quasi agendo in forza di un impulso - aveva allora deciso di rinunciare al proprio denaro, e per il tramite di alcuni suoi conoscenti si era procurato un impiego come metereologo in marina. Avrebbe ugualmente potuto procurarsi uno qualsiasi di molti altri impieghi, a piacer suo, anche migliori, e tuttavia quello da lui prescelto soddisfaceva le sue attuali esigenze, il desiderio di svolgere un compito tecnico e utile. Non che cos facendo avesse automaticamente trovato la soluzione di ogni problema, eppure gli era sempre parso di averne risolto almeno una discreta dose. Aveva svolto del buon lavoro; e si era poi sposato, aveva due figli, adesso, e aveva finalmente cessato di sentirsi perennemente inquieto e insoddisfatto... quasi del tutto.
Quasi aveva trovato anche la soluzione al problema del movente primo per cui ogni cosa esiste e funziona, ancorch non del tutto. Aveva scoperto qualche indizio, e tuttavia non gli era mai stato possibile scoprire quale fosse l'autentica spiegazione della vita stessa; e questo ancora lo tormentava. N lungo tale direttrice potevano dissuaderlo le interminabili cronache degli insuccessi altrui. In qualche suo intimo, segreto recesso, Rupert sperava ancora di poter un giorno riunire le diverse parti, anche se ancora non sapeva come. La vita non era mero caso, e perci la vita doveva costituire uno scopo, doveva essere preziosa. Nondimeno, Rupert la sapeva densa di contraddizioni e sorprese, sicch per lui fu tanto meno sorprendente di quanto lo sarebbe stato per molti altri uomini trovarsi d'improvviso solo e sperduto sulla distesa ghiacciata dell'estremo nord a prendersi cura d'un russo quasi morente.
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Capitolo 3.
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Ora il russo aveva perso conoscenza, e gli altri suoi cinque compagni erano morti. Comunque il relitto della fusoliera poteva offrire rifugio sufficiente a proteggere il ferito, almeno per il momento; Royce si sforz quindi di portarvelo... e se lo trascin dietro sulla neve ancora legato al seggiolino di pilotaggio. Pi di tutto gli occorreva un po' di tepore, e subito. Royce raccolse poi all'intorno alcuni dei sacchi paracadutati dal Dakota, e trascinandoseli dietro sull'accidentata superficie dei ghiacci e scavalcando le barriere di pressione li mise al sicuro nel relitto; e con uno dei paracadute s'industri anche a otturare gli squarci esistenti nel metallo della fusoliera. Non poteva fare del fuoco, poich non aveva sottomano niente da bruciare; perci comprese che doveva spogliare completamente il russo e cercare d'infilarlo subito in un sacco a pelo.
Si mise all'opera frettolosamente, ma con pazienza, e not che il russo doveva probabilmente avere entrambe le gambe fratturate... erano inerti, irrigidite. Un orecchio presentava gravi sintomi di congelamento. "Eh, questa  proprio una sfortuna" pens Royce, scrutando l'esangue volto giallastro e morente del russo. Forse sarebbe anche riuscito a sopravvivere, e tuttavia chi poteva sapere quali erano le sue vere ferite, o le eventuali lesioni interne? Royce decise che per il momento non conveniva preoccuparsi delle fratture alle gambe, giacch per un corpo semicongelato contava molto di pi un po' di tepore che non ridurre le fratture. Si accert che nel sacco a pelo non si fosse infiltrata anche della neve, e con estrema calma e cautela - l'impresa fu davvero ardua, lunghissima - fece lentamente scivolare l'inerte corpo massiccio nell'angusta apertura del sacco di nylon, con le mani nude che gi s'erano intorpidite e intirizzite per il freddo.
Dopo averlo chiuso nel sacco a pelo, Royce infil sotto il corpo del russo vari strati di rivestitura strappata dal pavimento della fusoliera, gettandogli poi sopra delle coperte e un giubbone di cuoio, e infine gli rincalz accuratamente intorno anche ogni minimo angolo e piega del sacco. Poi usc in caccia dei viveri e degli altri materiali paracadutati dall'aereo: doveva trovarli prima che la precoce, improvvisa oscurit serale dell'autunno artico scendesse a chiudere con un impenetrabile sipario azzurro cupo e nero il cielo d'oriente.
Lo sguardo gli cadde sull'orologio, e vide che aveva gi trascorso cinque ore sul ghiaccio.
Pure, anche cinque ore non potevano certamente costituire un lungo periodo di tempo nel futuro che avrebbe forse dovuto affrontare sulla banchisa.
Per Rupert Royce, il fare qualunque cosa a proprio modo aveva sempre costituito fattore tanto integrante della sua forma di educazione che non gli era stato nemmeno dato di accorgersi con quale volitivit ed energia avesse da solo influito sul proprio destino in gran parte degli avvenimenti; e di certo ne sarebbe rimasto sbalordito avendone percezione. Ora, comunque, egli si trovava in una situazione del tutto naturale per i suoi metodi, giacch in quell'ambiente non sussistevano altri mezzi di esistere se non a modo suo. Perci Royce mangi, e poi dorm tutta la notte nell'altro sacco a pelo, scosso da continui brividi, e quando si svegli vide un po' di colore sul viso ancora privo di conoscenza del russo.
Allora cominci a scrutare il cielo, ad ascoltare, ad aspettare ansiosamente, ad accendere fumate di segnalazione... Ma quel giorno l'immenso cielo artico non era turchino; era un cielo basso, e impenetrabilmente grigio e coperto di nubi. Il vento - cui non si frapponevano ostacoli - sospingeva lunghe folate sottili di finissima neve, che turbinava in improvvisi vortici e si trasform presto in gelida tormenta. Sarebbe continuata per molto tempo, Royce lo sapeva. Gli dispiacque di non avere cercato e raccolto un maggior quantitativo dei viveri e dei materiali lanciati dal Dakota, anche se la sera prima le tenebre ormai erano imminenti; ora non gli sarebbe infatti pi stato possibile abbandonare il rifugio che gli offriva la fusoliera.
Era una grave difficolt, questa; eppure quanto andava verificandosi all'intorno era una difficolt ancor pi grave. Il tratto di banchisa su cui si trovavano stava incrinandosi e fessurandosi: si torceva e spezzava con fragori assordanti, con improvvisi tuoni... mentre il sottostante ghiaccio si muoveva e ondeggiava come un transatlantico in piena tempesta.
"No, questa poteva fare anche a meno di capitarci" brontol Royce, a mezza voce.
Era la prima volta che parlava da solo, e ci gli fece comprendere fino a che punto era preoccupato.
I gemiti e l'ininterrotto susseguirsi delle raffiche erano snervanti, e il vento implacabile si avventava e strepitava e crepitava contro i dilaniati resti della fusoliera che sbattevano e cigolavano fastidiosamente. Al di l del sibilante crepitio della neve finemente suddivisa trasportata dal vento, Royce avvert gli spostamenti di tutto quel tratto di banchisa, e anche in distanza udiva gli scrosci e il fragore del continuo macinio con il quale immensi blocchi di ghiaccio si sgretolavano mentre i segmenti di banchisa venivano sospinti l'uno contro l'altro.
L'intera giornata trascorse, e senza indizio alcuno di un imminente arrivo dei soccorsi; Royce di nuovo s'infil in fondo alla fusoliera e tolse dalla faccia del russo la neve che vi si era depositata e gli rest vicino infilandogli di tanto in tanto una mano all'interno del sacco per assicurarsi che fosse ancora caldo. Mangi del concentrato di zuppa di verdura contenuto in un involucro di carta stagnola, che apr servendosi d'un coltellino da tasca; e lo inger a pezzetti... solido, disgustoso. Il russo si era spesso agitato, e aveva anche mosso diverse volte le labbra secche e screpolate. Rupert pens che non poteva servire gran che tentare di fargli mandar gi qualche cosa, quantunque fosse utile che il russo ingerisse del cibo... non fosse altro che qualche goccia di latte condensato. Fra i rottami aveva trovato appunto delle scatolette di latte russo, ma era talmente gelato che non si poteva farlo scolare.
Gli occorreva dunque del fuoco, sicch decise di estrarre del kapoc dall'imbottitura d'un cuscino quadrangolare verde preso da un sedile, e dopo averlo impregnato con l'alcool tolto dall'equipaggiamento di pronto soccorso, gli diede fuoco con i fiammiferi scoperti nelle tasche del russo. Ottenne cos una piccola fiamma fumosa dalla quale s'innalz un odore acre che turbinava loro intorno in piccoli vortici ogni volta che il vento si avventava contro la tenda fatta con stoffa di paracadute proiettandola all'interno della fusoliera. Ma Royce fece scudo alla fiamma, e vi tenne sopra la scatoletta di latte, e la scald finch il latte non torn fluido.
"Ma guarda che stupido sono stato..."
Royce si era ustionato i polpastrelli stringendo l'esterno della lattina anche quando era divenuta troppo calda per toccarla. Oramai le sue mani erano semicongelate, e l'intera sua persona tremava per la concentrazione posta in quanto stava facendo. Attese di avere riattivato la propria circolazione prima di sollevare leggermente la testa del russo, e cercare di fargli sorbire un po' di latte caldo.
"Mandalo gi!" grid al russo cercando di sovrastare con la voce il fragore della bufera.
Prov anche a comprimere le guance del ferito, ispide di barba e flosce; e gli vers di nuovo in bocca dell'altro latte attento a non combinare un disastro. Poteva vedere il liquido giallo crema nella bocca del russo; e ubbidendo pi a un improvviso impulso che non al ragionamento, egli d'un tratto soffi con violenza sulle palpebre chiuse del ferito... e la reazione istintiva fece s che il russo miracolosamente - anche se inconsciamente - inghiottisse quanto aveva in bocca.
"Vedrai che te la cavi" gli disse Royce, a voce alta.
Per il momento, egli comunque non si dava eccessivo pensiero della vita del russo; sapeva fin troppo bene come sarebbe stato arduo il problema di conservare la propria. Con un tempo simile nessun aereo si sarebbe arrischiato a volare, e comunque fosse, se il frantumarsi della banchisa si estendeva fino alla lastra sulla quale si trovavano e la spaccava in due, era possibile che quel blocco di ghiaccio si rovesciasse e li facesse sprofondare per sempre nei gelidi abissi dell'Oceano Artico.
L'indomani fu ancora inutile e perfino pericoloso avventurarsi a eccessiva distanza dalla fusoliera. Adesso il vento soffiava a oltre cinquanta nodi l'ora, e sollevava un accecante turbinio di nevischio; Royce prese perci a ispezionare l'angusta e contorta fusoliera dell'aereo per vedere che cosa poteva offrirgli per aiutarli a sopravvivere.
Fra un groviglio di strumenti e cavi e seggiolini, e correnti e ordinate di rinforzo spezzate. Ammucchi quanto gli fu possibile nelle infrante aperture dei finestrini, per otturarle: carte geografiche, tendine imbottite, cuscini verdi Chiss poi per quale motivo gli aerei polari russi dovevano avere una scorta cos doviziosa di cuscini verdi? Royce trov un altro componente dell'equipaggio - il marconista, o forse il navigatore - morto e incastrato in un angolo con gli occhi sbarrati, il grembo malinconicamente ingombro di codici e regoli calcolatori e perfino un sestante a bolla che gli era piovuto addosso. Lo trascin fuori e, incurante della tormenta, impieg un'ora veramente ardua per seppellirlo in un cumulo di neve, insieme con gli altri suoi compagni. Macchine fotografiche, apparecchiature scientifiche, indumenti personali e anche delle valigie erano sparpagliati un po' dappertutto all'interno della fusoliera. Accette, fucili, una pala da neve e un lungo rampone da ghiaccio in acciaio inossidabile con impugnatura di legno erano ancora saldamente fissati a una delle pareti.
 Gli estintori d'incendio erano intatti. Similmente intatte erano delle cassette verdi, di contenuto ignoto. Nel segmento di coda, che si era staccato, sicch per entrarvi dovette lasciare il troncone principale della fusoliera, Royce trov un ammasso di ci che ovviamente doveva costituire la dotazione polare d'emergenza... barili di materiale plastico, vestiario, sacchi a pelo, tende e perfino una brandina pieghevole di alluminio, che al momento dell'urto si era aperta.
Peraltro Royce cercava soprattutto qualcosa da bruciare, del combustibile. Era un problema d'importanza vitale, se davvero volevano avere qualche speranza di mangiare le razioni concentrate inglesi per le quali occorreva disporre di acqua bollente. Era indispensabile avere del petrolio, quindi Royce cominci ad annusare i diversi barili di plastica, ma nessuno aveva odore di petrolio. Sapeva che in qualche posto - fra tutto quell'equipaggiamento d'emergenza - doveva pur esserci anche una stufa a petrolio, o quanto meno un fornello da campo; e perci prese a cercare sistematicamente... Ma evidentemente non esisteva combustibile.
Torn allora nel troncone principale della fusoliera e forz una delle cassette verdi, che trov piena di pacchetti argentei sui quali erano parole scritte in russo. Conoscendo il greco, Royce era in grado di leggere quel tanto di russo che gli fu sufficiente a comprendere che si trattava di alimenti e vitamine concentrati. Tuttavia si limit a strappare il coperchio di legno della cassetta, e se ne serv per accendere un altro piccolo fal - con pezzetti di legna e kapoc - sul quale scald dell'altro latte a cui aggiunse un po' del concentrato russo di ribes trovato nella cassetta e di nuovo lo vers nella bocca del ferito.
Questa volta il russo socchiuse gli occhi, accennando debolmente un movimento con il capo.
Tre giorni dur la tormenta, e Royce, per la maggior parte del tempo, si dedic a tentativi di far mangiare il russo che ancora sembrava parzialmente privo di conoscenza. Il vento si plac, infine, e gir verso sud, e sul candore del ghiaccio cal la nebbia dell'Artide, cos fitta e bassa che l'atmosfera pareva un greve, lattiginoso liquido galleggiante, sospeso a mezz'aria. Royce ascoltava di continuo eventuali motori di aerei. Di nuovo accese fumate di segnalazione. Per due volte gli sembr di aver sentito un aereo, ma chi poteva esserne certo?
"Ci sono dentro, stavolta" si diceva. "Non ce la faranno mai a pescarci."
Per altri sei giorni il cielo non accenn a schiarirsi. La grande banchisa frattanto continuava a fendersi in un imponente susseguirsi di fragorosi scoppi ed esplosioni, e si capiva che stava spostandosi; e le giornate si erano accorciate tanto che a mezzogiorno l'azzurra luce del sole ai due estremi si andava impercettibilmente attenuando e confondendo con il tardo chiarore dell'alba e il precoce crepuscolo. Ormai erano alle soglie dell'inverno artico.
Royce aveva smesso di scrutare con sguardi di speranza il chiuso cielo, e quando non tentava di far inghiottire un po' di cibo al russo, affrettatamente si sforzava di mettere insieme tutti gli oggetti di qualsiasi forma che poteva trovare in mezzo ai rottami e nei sacchi dei materiali paracadutati dal Dakota, dei quali andava ancora in caccia fra le alture di ghiaccio e negli anfratti. Ne trov pochissimi, comunque. Tuttavia trov due cassettine contenenti delle polveri complex, un nuovo tipo di razioni d'emergenza destinate a spedizioni in cui si dovesse limitare il carico utile; e decise di metterle da parte come scorta per un caso estremo. Trov infine anche la stufa a petrolio dei russi, e dei barili di petrolio. Cercava metodicamente, e organizzava ogni cosa; e i giorni trascorrevano tanto in fretta che quasi non gli riusciva di ricordarsene. Ben difficilmente vi era qualche momento in cui non fosse impegnato in una disperata lotta contro il tempo, e quando scendeva la notte - ogni notte andava ora via via allungandosi - si addormentava di schianto con la sensazione che fosse quasi follia sciupare il tempo dormendo.
E infine l'estremo sole d'ottobre comparve fugacemente in cielo per l'ultima volta. Non l'avrebbe pi visto per quattro mesi, ammesso che in qualche modo gli fosse possibile sopravvivere per tutto quel tempo. Ora di certo non sarebbe apparso nessun aereo, e tutto quello che poteva sperare ancora era di superare in qualche modo il lungo, tenebroso inverno sulla banchisa, sforzandosi di tenere in vita il russo, se gli fosse riuscito, e augurandosi di venire trovato e salvato quando l'oscurit polare si fosse finalmente dischiusa nella nuova primavera.
Una situazione discretamente disperata, nell'insieme. Non erano passati molti giorni, e gi la vita che conducevano era estremamente simile a quella degli animali. Tuttavia, e proprio quando stava per giungere al colmo della demoralizzazione, il russo (che da diversi giorni era semicosciente. anche se ancora non connetteva) cominci d'improvviso a capire e pronunci qualche parola in russo e poi una o due frasi in esitante inglese. Era un americano, Royce?
Royce gli sorrise beato, provando un'indicibile sensazione di sollievo e felicit. Se non altro, avrebbe almeno avuto qualcuno con cui parlare...
Il russo - cos disse - si chiamava Aleksej Alekseivic Vodopyanov, ed era un pilota. Strinse debolmente la mano dell'inglese, e non si stanc di ringraziarlo per essere venuto.
"Pensavo di sognare perch stavo per morire. Pensavo di aver visto in sogno i paracadute che scendevano dal cielo. Come avrei potuto crederlo?"
I suoi occhi erano pieni di lacrime, ma non si rendeva conto ancora di quale fosse l'effettiva loro tragica situazione. Per il momento, il russo si accontentava semplicemente di essere salvo, in parte, e in parte salvato, in parte vivo.
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Capitolo 4.
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Nelle prime settimane, quando la sua mente ancora si preoccupava del futuro che li attendeva, Rupert ebbe modo di studiare a fondo il pilota russo con un interesse in gran parte voluto... anche questo in pratica era un mezzo per evitare di soffermarsi col pensiero sulla loro difficile situazione.
Prima d'allora non gli era mai occorso di conoscere da vicino un russo - un russo sovietico, naturalmente - e quindi Vodopyanov, per quanto fosse un uomo in condizioni cos estreme, disperate, andava soppesato come primo esemplare di tutta una nuova specie. La Russia, in generale, costituiva un oscuro, enigmatico paese per Rupert. Egli disapprovava il comunismo, in quanto ne traeva l'intima convinzione che incarcerava lo spirito e negava qualsiasi libert all'individuo; questo era ovvio. Nel complesso, la combinazione d'un paese feudale e distante e contadino con una moderna ideologia fondata sulla forza e sul tentativo costante di proselitismo significava una pericolosa influenza per l'intero mondo; e ci andava fronteggiato fermamente e incessantemente.
Rupert comunque non poteva certamente dire che i russi intesi come popolo gli fossero sgradevoli, in quanto non aveva mai avuto mezzo di conoscerne qualcuno direttamente. Ma Vodopyanov (s'immaginava Rupert) doveva essere un contadino, e si poteva considerarlo esponente appunto tipico del suo popolo. Perch poi se lo immaginasse contadino, questo non lo sapeva neanche lui... a parte forse il fatto che aveva capelli e barba molto scuri, era tozzo, massiccio, e soprattutto aveva l'espressione schietta e semplice e energica che quasi sempre hanno i contadini, a eccezione dei francesi del nord e dei tedeschi. Rupert conosceva i francesi a fondo, e perci si sentiva convenientemente preparato a comprendere anche il carattere russo, giacch anche i francesi sono dotati di quella acuita sovrapposizione fra sfera dei campi e del cervello. I russi, di certo, non avrebbero mai potuto acquisire lo spirito sofisticato dei francesi, eppure i loro caratteri - intelligenti, e insieme egoistici - potevano probabilmente considerarsi analoghi; e questo in effetti sembrava desumibile anche dalla situazione mondiale.
Perci Rupert gi considerava Vodopyanov come uno schietto, semplice uomo dei campi, e tuttavia individuo capace, certamente alquanto egocentrico, forse anche lievemente goffo e sgraziato, un uomo introverso, chiuso, probabilmente persino in modo pericoloso... quantunque sembrasse davvero assurdo e sleale attribuire simile dote a Vodopyanov, che abbandonato sulla schiena sudava di febbre e di dolore in quell'angusta, oscura prigione, e nondimeno si sforzava di tenere alto il morale con il vigoroso e cordiale buonumore russo.
"Dev'essere tremendamente coriaceo quest'uomo" si diceva Rupert, conscio che lui pure avrebbe dovuto sapersi dimostrare tale via via che la situazione fosse peggiorata.
L'Artide li aveva ormai stretti nella sua morsa, completamente. Il cielo era quasi sempre scuro, e solo qualche volta impallidiva per poche ore in un fievole mezzogiorno o in una tenue luce lunare sino a quando anche la luna illanguid e infine scomparve del tutto. Fu allora la volta delle aurore boreali, che infiammavano il cielo in una fantasmagoria di luci a cascate, a fiumi, a torrenti, e tuttavia esse erano forse peggiori che non l'oscurit totale. Rupert odiava le aurore boreali.
Eppure poche settimane soltanto di quella strana sorta di prigionia dei ghiacci avevano gi disposto dell'intera loro esistenza quotidiana, quasi che si trattasse d'un piano prestabilito: "Quei due... s, Royce e Vodopyanov. Benissimo. Prendeteli e ficcateli all'ottantasettesimo meridiano, e lasciate che se la sbrighino da soli... ammesso che ne siano capaci".
Per il momento, quanto meno, sembrava che fossero capaci di sbrigarsela discretamente bene, e anche se il russo, constatando di non potersi muovere, ormai era tanto conscio della situazione da proporre insistentemente che il compagno se ne andasse da solo e lo abbandonasse al suo destino (doveva prendersi quanti pi viveri poteva, cercare di giungere in un qualsiasi posto abitato anche se distante duecento miglia) Royce continuava imperturbabile a concentrarsi sul problema di far provvista di viveri e mantenere un po' tiepida la fusoliera e scansare le occasionali proposte prospettandone gli autentici pericoli.
"Meglio che non ne parliamo" Royce diceva a Vodopyanov, ogni volta che questi tornava sulle sue solite idee che l'inglese se ne andasse per proprio conto e lo abbandonasse. "Lasciale perdere, tutte queste tue idee; dimenticatele!"
"E perch me le devo dimenticare?" insisteva Vodopyanov, con una strana sorta di buonumore. "Meglio sapere che cosa significa, Rupert. Meglio che tu non te ne stia qui a preoccuparti per me. Tanto... io me la caver."
"Non  per te che mi preoccupo" gli rispondeva Rupert, e spesso con secca voce tagliente.
"Benone!" diceva il russo. "Allora vedi che dovresti proprio lasciarmi."
Vodopyanov non si stancava mai di tornare sulle medesime proposte... Rupert doveva prendersi dei viveri, e andarsene. A sostegno di questo, il russo invocava solo il tenue presupposto che cos facendo avrebbe forse potuto indirizzare dei soccorsi alla fusoliera.
"No, questa  una cosa impossibile" era l'abituale replica di Rupert, irritata. "Anzi, in pratica le tue sono delle proposte puerili..."
Vodopyanov una volta scoppi a ridere con uno strano fare malinconico. Rupert - spieg - gli ricordava sua moglie... "Tale e quale quello che lei mi dice quando non le vanno a genio le mie idee. Non fare il bambino! Per, appena passato un po' di tempo, allora finisce sempre che viene anche lei della mia idea."
Aleksej sosteneva fino in fondo la propria parte bonaria, cordiale, e confid a Rupert, fra l'altro, che anche lui, come quasi tutti gli studenti in Russia, aveva studiato l'inglese per cinque anni, e quel vago accento americano se l'era poi procurato la volta che l'avevano mandato all'Isola Rodolfo, dove ascoltava sempre le trasmissioni delle stazioni radio statunitensi dell'American Forces Network in Germania.
"A.F.N... Eiefen" faceva Vodopyanov, sforzandosi di parlare a denti stretti e accentuando il suono nasale della pronuncia americana: "Qui perlah l'Amorican Farces Nettuk in Giormeniah!". Aleksej a quel punto scoppiava sempre in una scrosciante risata, anche se doveva starsene cos disteso sulla schiena. "Ah, quegli americani!" esclamava.
Era la sua battuta. E continuava a riderne, come se non potesse dominarsi. Un'altra cosa che gli piaceva molto dire era: "Ah, Rupert... pensaci un po'! Ancora pochi mesi, e vedrai che torner anche il sole. Le mie gambe andranno meglio... e allora via che ce ne andiamo, eh?".
Ma poi spesso gemeva per gli acuti dolori, e cadeva in assoluto silenzio e passava interi giorni abbandonandosi alla sofferenza e qualche volta si lamentava sottovoce oppure nascondendo la bocca nell'incavo delle mani o nell'apertura del sacco a pelo. Non era nemmeno in grado di mettersi a sedere.
Royce ascoltava, e non poteva far nulla. Ma se non rispondeva, non era perch fosse disumano; egli era semplicemente convinto che valeva meglio acquietare Vodopyanov, e non assecondarlo in quegli sforzi di gioviale cordialit. Non avevano davvero motivo d'imporsi artificiosamente un'innaturale allegria in una situazione cos difficile. E comunque, erano tante e tante le esigenze di quella strana vita che non poteva evitare d'ignorare Vodopyanov, anche se certe volte soffriva atrocemente.
"Come vanno le gambe?" Royce chiese al russo, un giorno.
"No, io non ho pi gambe" rispose Vodopyanov, stringendosi smarrito nelle spalle. "Dai fianchi in gi non sento pi niente. Assolutamente niente, Rupert. Eh, io non ti servo proprio a niente..."
"Non ci pensare" disse Rupert, sforzandosi di esortarlo. "Alla fine andr tutto bene."
Vodopyanov allora si mise malinconicamente a ridere. "Ecco un'altra delle cose che direbbe mia moglie. Lo sai... una volta ero precipitato col mio aereo. Mi fratturai entrambe le braccia e un piede, e lei, mia moglie, quando venne in ospedale, e tutti credevano che stessi per morire, lei continuava a ripetermi: "Alla fine andr tutto a posto, Aleksej. Non ci pensare, Aleksej!"." Vodopyanov si mise di nuovo a ridere.
"Be', che cos'altro vuoi che ti dica?" fece Rupert, vagamente contrariato.
"Lo so! Lo so!" esclam Vodopyanov. "No, non preoccuparti per me. Di' pure quello che ti pare. A me non importa. Stavo solo scherzando, Rupert. Sicuro, vedrai che ce la caviamo tutti e due. Tu devi proprio essere come quel famoso esploratore, il capitano Robert Scott... un esploratore famosissimo."
"Lasciamole stare queste cose" disse Rupert, stupito che il russo avesse sentito parlare di Scott; e tuttavia provando un'impressione sgradevole all'idea che un analogo destino attendesse anche loro. "Vedi, Aleksej, quello che io vorrei fare sarebbe d'imparare a cacciare anche al buio. Tu sai niente di come si pu cacciare d'inverno nell'Artide?"
"Oh, io so tutto" rispose Aleksej. "Da queste parti  quasi impossibile andare a caccia d'inverno."
"Per sul ghiaccio dovrebbero esserci degli orsi, e anche le foche... se solo potessi vederli."
Aleksej tuttavia si era cos stremato che si abbandon all'indietro nel suo sacco a pelo, disteso sulla brandina che Royce, dopo averla scoperta nella sezione di coda dell'aereo russo, aveva pazientemente ricostruito. Evidentemente, egli si sentiva logorato dalla propria impotenza di fronte alle tenebre, al sempre pi penetrante e inestinguibile freddo, ai flebili suoni della vuota, gemente desolazione, al crescente peso e alla primitivit della loro esistenza d'ogni giorno.
All'interno della fusoliera, Rupert seguiva ormai uno schema di operazioni abituali e molto intense. Aveva accuratamente suddiviso le loro scorte di alimenti concentrati sia inglesi che russi - in razioni giornaliere, facendo in modo che durassero almeno quattro mesi. Quanto al polverizzato inglese complex, lo mise da parte nell'eventualit si verificassero situazioni d'emergenza o per un possibile viaggio sui ghiacci. Aveva inoltre organizzato la preparazione delle vivande sulla stufa, e trovato il modo di estrarre il petrolio dal barile e servirsi della stufetta e accendere la lanterna e mantenere l'interno della fusoliera esente da filature di aria o infiltrazioni di vento; e l'acqua se la procurava facendo sciogliere la neve e costantemente colmava la minuscola galleria che aveva costruito nell'ingresso con la neve tolta dai cumuli ammassati all'esterno dal vento cos da escludere gran parte del pulviscolo di neve che continuamente vorticava nell'aria e in pari tempo avere una sufficiente disponibilit di neve da far sciogliere per l'acqua che bollivano tutto il giorno.
"Sta diventando troppo freddo" Royce spesso si lamentava con Vodopyanov.
Provava un senso di sgomento tutte le volte che doveva uscire nell'oscurit di cupo azzurro e bianco dell'interminabile notte, in mezzo alla biancheggiante desolazione dei ghiacci, delimitata soltanto da veli di folli colori fugaci che si incendiavano nel cielo, sullo sfondo di un inverosimile, morto silenzio, come se le stesse tenebre significassero morte e non potessero cogliere o trasmettere il moto di quei violenti arcobaleni. Rupert sentiva di odiarli. Aveva come la sensazione di sforzarsi a esistere in smorzate profondit oceaniche, e di lottare disperatamente nel tentativo di tornare a galla, con un'immensa fatica che avrebbe probabilmente richiesto settimane, interi mesi... e che forse non gli avrebbe mai consentito di giungere veramente alla superficie. Entro la fusoliera, l'ambiente era semibuio e angusto e soffocante; fuori, invece, tutto era vuoto e cupo azzurro e morte.
Eppure, a un timore poteva sostituirsene un altro.
Il suo timore di smarrirsi sulla banchisa era pi forte di qualsiasi altro. All'Artide aveva un senso di orientamento scarsissimo, giacch mancava completamente qualsiasi punto di riferimento, a parte le alture formate dai ghiacci, sulle quali s'inerpicava incespicando e spesso cadeva e si gelava le nude mani che subito si bagnavano e davano una spiacevole sensazione di disagio quando cercava d'infilarle nella casacca per scaldarsele.
"Bisogner che ti porti via la lanterna" disse un giorno a Vodopyanov, tornando nella fusoliera.
Voleva di nuovo provarsi a cacciare, e perci aveva deciso di appendere la lanterna contro vento a un paletto di metallo che aveva conficcato nella neve ammassatasi sulla sommit della fusoliera. Si era messo uno dei fucili russi di traverso al petto, in modo che anche scivolando in un invisibile crepaccio o in una buca colma di neve fresca non potesse perderlo... anche a costo di perdere la vita cadendo in mare attraverso qualche spaccatura del ghiaccio.
"S'incontrano anche orsi dove ci sono foche" gli grid dietro Vodopyanov, mentre usciva. "Guarda che puzzano, gli orsi. Non fanno il minimo rumore. Stai attento!... Le foche, per respirare, d'inverno fanno buchi cos piccoli nel ghiaccio che occorrono i cani per scovarli. Lascia perdere le foche, Rupert..."
Vodopyanov conosceva bene l'Artide; e quanto a Rupert, anche a lui era giunta notizia della teoria di Stefansson (rivoluzionaria per l'epoca in cui era stata formulata) secondo la quale l'uomo poteva indefinitamente sostentarsi sui ghiacci polari solo che fosse armato di fucile. Stefansson stesso lo aveva dimostrato per oltre un anno. Nansen aveva compiuto una spedizione di quindici mesi attraverso i ghiacci dell'estremo nord senza disporre d'altro che d'un fucile per procurarsi da mangiare. Perci doveva essere possibile, a meno che quei due esperti esploratori non fossero entrambi riusciti a cacciare durante l'estate carne in quantit sufficiente a durare per tutto l'inverno allorch non esistevano effettive possibilit di caccia.
Ma per loro, adesso, andare a caccia d'inverno poteva divenire fattore vitale, determinante, poich le scorte di cui disponevano - lattine o pacchetti di argentea stagnola contenenti viveri d'emergenza inglesi e russi - non potevano certamente durare abbastanza. Purtroppo, Royce fu costretto ad ammettere di conoscere assai poco di quanto concerneva la caccia nell'Artide. Chi mai avrebbe potuto scorgere le foche con quel buio, anche se sporgevano il muso dai minuscoli fori che scavavano nel ghiaccio?... Impossibile! Se anche non glielo avesse consigliato Aleksej, egli si era gi proposto di dare la caccia a qualche orso; e difatti anche un solo orso poteva significare almeno due settimane di carne... due settimane da mettere in serbo per il giorno in cui le loro provviste di viveri si fossero esaurite com'era probabile avvenisse verso l'inizio della primavera.
"Attento a non perdere il fucile" gli grid ancora Vodopyanov, quando gi stava per allontanarsi.
Era un altro dei soliti gioviali scherzi del russo.
Eppure, Vodopyanov lo aveva guardato allontanarsi come se potesse anche non tornare pi indietro. Quando Rupert aveva richiuso il lembo del paracadute posto a sbarrare l'ingresso della galleria, il russo giaceva supino al buio avvolto in un duplice sacco a pelo. Appena solo, egli tuttavia inizi subito una serie di faticosi, penosi esercizi, sudando per il dolore e martoriandosi finch non ebbe la sensazione che i muscoli del suo corpo ferito stavano per andare a pezzi o per mettersi di nuovo a funzionare. Che cosa dunque aveva il suo corpo?... Doveva, assolutamente doveva imparare a drizzarsi a sedere, e doveva imparare a stendere la propria schiena spezzata e paralizzata, e doveva imparare a trascinarsi fuori dal suo sacco a pelo; doveva farlo perch non poteva pi continuare con la disgustosa necessit di farsi pulire come un neonato. Vodopyanov ne provava ogni volta una cocente vergogna, e doveva certo essere dura prova anche per l'inglese, pur cos premuroso, attento, paziente...
Vodopyanov cerc d'incurvarsi verso l'alto dalla vita in su, gli occhi stravolti e il collo inturgidito per lo sforzo. Freddi sudori e lacrime gli solcarono le guance mentre s'imponeva di costringere i propri muscoli dorsali a reagire, e i fianchi a sostenerlo. Se soltanto gli fosse stato possibile arrivare a toccarsi le gambe...
Tuttavia non era nemmeno in grado di drizzarsi a sedere, e quando fu finalmente riuscito a sollevarsi di quel tanto che gli era consentito facendo leva sui gomiti, e tent poi lo sforzo finale di drizzarsi, le forze gli mancarono e di nuovo cadde pesantemente all'indietro e per qualche minuto giacque privo di sensi sconvolto da una inaudita sofferenza che non aveva principio e per la quale - ancora - non s'intravedeva una prevedibile fine.
Sopravvivere in condizioni simili non poteva essere altro che un fatto temporaneo, e costituiva mero miracolo. Nessuno avrebbe pi potuto trovarli ormai, nel cuore dell'inverno. Qualsiasi tempesta polare poteva spazzarli via, cancellarli. E anche d'estate, chi li avrebbe mai trovati se quel tratto di banchisa e l'intero pack andando alla deriva fossero finiti nell'Atlantico? La banchisa, inoltre, poteva spostarsi anche verso settentrione, e andare cos a saldarsi con i ghiacci stessi del Polo Nord. Eppure, anche cos gravi minacce non erano la loro costante preoccupazione.
Le tenebre, il sudiciume, il freddo e la scarsit di viveri costituivano difficolt cos gravi da minimizzare qualunque altro problema - anche se pi grave, o minaccioso - che potesse impaurirli. Le tormente ora erano molto frequenti, e li facevano gelare quantunque la stufetta a petrolio mantenesse la temperatura interna della fusoliera intorno allo zero. Si preoccupavano di consumare pochi viveri, sicch non mangiavano abbastanza e non ingerivano un quantitativo sufficiente di calorie; e adesso parlavano troppo frequentemente di cibo. Sulle pareti di alluminio della fusoliera si condensava ogni traccia di umidit, e quindi, tutte le volte che s'industriavano a scaldarsi qualche cosa da mangiare, subito la pioggia o fiocchi di neve da essi stessi prodotti cominciavano a inzuppare le loro coperte. Potevano lavarsi solo in maniera primordiale, e avevano la faccia nera d'ispida barba e sudiciume. Era come se il sudiciume si distillasse dall'aria stessa per divenire sporcizia e untume, di cui s'impregnavano sia le vesti che i corpi; e adesso parlavano troppo frequentemente di fare un buon bagno.
Pur incespicando, Rupert si avventurava fuori della fusoliera ogni volta che poteva (senza mai perdere di vista la luce della lanterna, comunque) sperando sempre di avvistare una grossa ombra bianca da uccidere. Talvolta andava anche in cerca di qualcuno dei sacchi di viveri paracadutati dal Dakota. Poi seguivano lunghe giornate in cui le proibitive condizioni del tempo lo costringevano all'interno della fusoliera. Allora se ne stava sdraiato nel suo sacco a pelo, e un giorno - un po' per accontentare l'immenso desiderio di rendersi utile che non dava pace a Vodopyanov, e anche perch odiava la propria ignoranza - decise d'imparare il russo.
"Prima cosa, insegnami l'alfabeto" disse Royce, con i denti che gli battevano per il freddo. "Non importa tanto il modo di leggerlo, Aleksej. Pi di tutto m'interessa sapere come si scrive. I testi di grammatica dovrebbero essere sempre scritti con caratteri simili a quando si scrive a mano. Avevo studiato il latino, a scuola, ma il greco l'ho imparato da solo, e tuttavia, anche se me la cavo discretamente a leggerlo quando  stampato, stento a capirlo quando  scritto a mano."
"Che cos'altro hai imparato da solo?" gli chiese Vodopyanov, un po' per scherzo.
"Pi o meno quasi tutto quello che so" afferm Rupert, molto seriamente.
Si sentiva di poter indulgere a un po' di auto-commiserazione, ancorch infondata. Le scuole francesi gli avevano dato solide nozioni - e anche un appassionato interesse - della cultura francese, mentre le scuole inglesi gli avevano insegnato a pensare con la sua mente, e insieme a godersi la gioia di sentirsi giovane, e le scuole svizzere lo avevano dotato d'una massiccia, quadrata istruzione in tema di pazienza, di costanza e di applicazione caparbia. Anche in marina aveva imparato qualcosa: imparato a prendere decisioni, e soprattutto imparato a correre dei rischi. Aveva sempre corso dei rischi quando era in marina, e questo gli aveva procurato una certa dose di antipatie da parte della gente di sottocoperta della sua motosilurante. Quelli di sottocoperta non si fidavano mai completamente degli scatenati uomini di plancia. Nonostante questo, Rupert aveva saputo guadagnarsi la stima e la fiducia di molti dei suoi marinai, anche se in genere lo consideravano un individuo strano, eccentrico. Pure, anche quello era un fatto tollerato. Forse che una famiglia come la sua e tutte quelle ricchezze solitamente non generavano proprio quel particolare tipo d'inglese... originale, poco meno che strambo.
Rupert cerc di spiegare almeno in parte l'ambiente in cui era cresciuto a Vodopyanov, e tuttavia, anche in quelle condizioni, non fu capace di conferire alle proprie parole un significato autentico. L'uomo viveva sempre due vite - una esterna, e una interiore - e l'unico scopo di spiegare che cosa fosse la propria vita stava nel confidare qual era la sua vera essenza. La componente esterna contava poco, o nulla.
Perci Rupert prefer ascoltare Aleksej, che gli narrava della propria fanciullezza nei pressi di Tuia, quando faceva il guardiano di oche, o quando poi aveva combinato un sacco di guai. Aleksej era fuggito da casa per diventare un eroe, e questo semplicemente perch portava lo stesso nome d'un famoso pilota russo dell'Artide: Michail Vasilivic Vodopyanov.
" per questo che ho fatto il pilota" Aleksej disse felice a Rupert. "Lo stesso nome! Che uomo era Michail Vasilivic... Lui e Gromoz e Danilan e Ckalov e Golvin per noi ragazzi erano come degli dei. E io avevo lo stesso suo nome! Ah, che fortuna per me!"
Vodopyanov sospir inseguendo cento e cento taciti ricordi.
Rupert lo ascoltava. Aleksej si sforz di spiegargli quale fosse il vero segreto della lingua russa, perch - disse - esisteva sempre un segreto per imparare una lingua... e in pratica anche qualsiasi altra cosa.
"Prima di tutto, devi ricordare" disse Vodopyanov, in tono molto deciso "che ogni cosa in russo ha un genere. E da noi non esiste articolo. Noi non lo usiamo mai, n per le persone n per le cose. In inglese voi fate sempre il contrario... Gli uomini, il mondo... Che bisogno c'? In russo, ecco che ogni cosa compare d'un tratto!... Uomini! Mondo!"
D'improvviso, Vodopyanov scoppi in una fragorosa risata per la sua splendida esibizione d'istrionismo.
E tuttavia ora, ogni volta che lo vedeva esplodere in quelle risate, Rupert osservava di nascosto Vodopyanov, dubbiosamente, quasi con sospetto, giacch avvertiva la minaccia contenuta nella sua ilarit. Capiva che il russo non desisteva dal contemplare l'eventualit di compiere un nobile gesto pur di offrirgli - offrire a lui, Rupert - migliori probabilit di salvarsi. Vodopyanov aveva l'impronta di quel genere di uomini, un'impronta che troppo spesso gli ardeva negli occhi, quasi che sempre vi si annidasse qualche cosa inattesa, qualche cosa per cui effettivamente valeva la pena di sacrificarsi. Era sempre presente anche quando implodeva nell'ilarit cordiale, artificiosa; e anche quando soffriva per gli acuti dolori. Eppure (e questo era strano) l'impronta non era presente quando il russo se ne stava quieto e tranquillo, e quando taceva infelice. Rupert non credeva nei grandi, nobili gesti, e anzi, si sentiva di non farsi assolutamente soffrire; e dopotutto per lui ora sarebbe stato semplicemente ulteriore motivo di disagio se il russo avesse tentato di sacrificarsi per salvarlo.
"Tu sei un po' come gli italiani" Royce disse una volta a Vodopyanov, in tono vagamente acido.
Aleksej lo fiss stupito, e anche quella volta scoppi a ridere. Ma che scherzo!
Rupert si sent uno stupido, e decise che in fondo doveva essersi sbagliato. Forse in quell'isolamento i suoi timori del dramma stavano esasperando i veri tratti del russo, sicch da quel giorno s'impose di concentrarsi unicamente sulla scheletrica essenzialit delle operazioni quotidiane senza pi indulgere nei pensieri della difficile situazione.
Comunque, anche le occupazioni essenziali erano insaziabili... e ne nascevano sempre di nuove, sempre gli chiedevano un ulteriore sforzo. Aggiust il fondo d'un barile di petrolio che perdeva. Poi accorci l'estremit aperta della fusoliera, ammassandovi della neve cos da diminuire la superficie dell'alloggio e semplificare il problema di tenerlo asciutto; foder l'interno della fusoliera con il nylon dei paracadute, per accrescere l'isolamento e impedire la condensazione del vapore acqueo; cerc d'ideare nuovi sistemi di ventilazione allo scopo di non correre il rischio d'una imprevista e silenziosa fine per avvelenamento da ossido di carbonio, che si formava dalla stufa e dalla lanterna; cominci anche a fabbricare una slitta servendosi dei laminati di rinforzo della fusoliera e di altro materiale trovato fra i rottami, affinch, se il ghiaccio si fosse improvvisamente spezzato, essi potessero ancora avere qualche probabilit di mettersi al sicuro sopra un altro tratto di banchisa.
Rupert s'imponeva di lavorare deliberatamente, s'imponeva di vivere deliberatamente, s'imponeva d'imparare il russo deliberatamente (e in questo, se non altro, ebbe successo, in quanto era molto portato per le lingue)... e s'imponeva di trattare molto deliberatamente Vodopyanov. Si sforzava inoltre in ogni modo di far mangiare Vodopyanov, e pi di quanto non mangiasse egli stesso. Aleksej comunque se ne accorse, e protest irritato:
"No, Rupert... questa proprio non  una buona idea.  una sfortuna. Bisogna che tu impari a pensare nel modo giusto. Se tu t'indebolisci, io non sar certo capace di aiutarti o di aiutare me stesso. Questo  un modo di pensare giusto. Tu dovresti mangiare pi di me per il semplice fatto che ti muovi e lavori, e io no."
"Un giorno o l'altro" pens Royce, fra s "dovr pur decidermi a fargli capire che sbaglia quando attribuisce sempre ogni cosa alla fortuna o alla sfortuna."
Per il momento non volle preoccuparsene, comunque; e tuttavia si ostin affinch il russo mangiasse almeno i viveri a pi elevato contenuto di calorie, come il cioccolato, evitando quei cibi che facevano molto volume, ma non davano sostanza, giacch Vodopyanov, dal punto di vista della funzionalit corporea, si era ridotto allo stadio di un neonato. Bench avesse laboriosamente aperto una fessura lungo il lato del proprio sacco a pelo, e potesse anche spostare leggermente il corpo, cos da far sporgere le natiche oltre il bordo della brandina in corrispondenza d'un mucchio di neve opportunamente predisposto, Vodopyanov si lasciava quasi prendere da vere crisi di disperazione le volte che le funzioni naturali provocavano improvvisamente piccoli disastri nell'angusto alloggio, e ovviamente ne derivava uno sgradevole compito per Royce, che doveva pulire. Rupert inoltre doveva di tanto in tanto massaggiare le gambe del russo per cercare di mantenervi un certo grado di circolazione, in quanto era ormai evidente che non si trattava di fratture alle gambe, ma, molto probabilmente, d'una lesione dorsale che determinava la paralisi. Una cosa era ben certa, comunque: Vodopyanov non sarebbe mai stato in grado di andarsene con le sue gambe da quel posto.
Vodopyanov attacc di nuovo Royce, e di nuovo cerc di costringerlo ad affrontare la realt. "Appena viene la primavera, occorre che tu te ne vada da solo" disse a Rupert. "Anche tu vedi bene che io non sar mai capace di andaarmene da qui."
"Be', vuol dire che ti trasciner" replic Rupert, quasi distrattamente.
"Impossibile! Come vuoi fare a trascinarmi?... Come? E poi... dove?"
"A quello penseremo quando sar il momento" rispose Rupert.
Era infatti evidente che soltanto quella poteva essere la unica loro speranza, eppure Rupert, almeno per il momento, ancora non si sentiva pronto ad affrontare l'idea, sicch faceva il possibile per dimenticarsene. Del resto - e molto presto - a dimenticarsene si videro costretti entrambi, poich l'inverno era giunto al suo periodo peggiore, e anch'essi, lentamente, scesero al peggior livello delle loro gi miserevoli condizioni. Ora molte volte dormivano pesantemente per ventiquattr'ore filate, o trascorrevano intere giornate in una specie di gelido, stupefatto abbrutimento, da cui emergevano solo per inghiottire un po' di cibo, come animali, quasi senza che l'uno notasse la presenza dell'altro, se non un'occasionale, stenta parola... qualche volta un brontolio, un grugnito. E poi, si lasciavano subito sprofondare un'altra volta in un greve stato di abbattimento e torpore.
Quello stato di torpore dava loro una normale, strana sensazione di sicurezza, fino al mattino in cui Vodopyanov, d'improvviso, ebbe un brusco, violento peggioramento, e fu preso da febbre alta. Non volle mangiare. Royce si alz a far bollire del tritello d'avena con acqua di glucosio, brontolando irritato fra s: "Questo maledetto russo ce la mette proprio tutta per crepare, ci scommetterei...".
La crisi era sopraggiunta dopo una settimana di pressoch ininterrotta tormenta. Una sera, verso mezzanotte, quando gi la tormenta durava da sei giorni, il vento aveva preso a soffiare con forza tale che l'intera fusoliera si era messa improvvisamente a oscillare. Rupert si svegli per il sobbalzo, e Vodopyanov - dalla brandina - gli grid: "Attento, Rupert... Si sta muovendo!".
Li prese un'altra raffica, che fece traballare tutta la fusoliera. Essa s'inclin di lato, quindi cadde un'altra volta al suo posto; ma l'improvvisa torsione caus il franamento della galleria d'ingresso esponendo nuove aperture al vento e alla neve. La lanterna si spense, e immediatamente la tormenta invase la fusoliera. La neve si rivers loro addosso a valanghe.
Rupert salt fuori dal sacco, e cominci a brancolare nelle tenebre cercando di otturare alla meglio le falle. Ma il vento soffiava cos forte che gli faceva perdere quel poco che guadagnava. Fu costretto a uscire, incespicando, e sdraiatosi bocconi nel vento, lavor a lungo sforzandosi di ammucchiare un po' di neve almeno nelle aperture sopravvento. Poi rientr strisciando nella fusoliera, dove nell'oscurit pi fitta cerc di opporsi agli assalti del vento e del ghiaccio e della neve violenti come marosi. Ma non gli era possibile vincerli. Gi la sua faccia e le dita - alle mani portava solo mezzi guanti - erano semicongelate, e gli occhi gli facevano cos male che doveva tenerli spalancati perch il freddo aveva intaccato anche le palpebre. Lavor due, tre ore (gli parve un periodo di tempo enormemente pi lungo) e infine pot otturare tutte le falle; e fu perfino capace di aggiustare la galleria dell'ingresso. Ora, il vento non poteva pi entrare.
Sembrava una faccenda chiusa, e Rupert, quando finalmente torn ad accendere la lanterna, vide che Vodopyanov, sempre disteso nel suo sacco, sulla brandina, era coperto da mezzo metro almeno di neve, poich non aveva neppure la forza di muoversi per scrollarsela di dosso. Rupert lo disseppell, e Aleksej, per qualche momento, perse l'abituale controllo e grid incomprensibili, angosciate parole in russo, che comunque si potevano intuire come propositi suicidi.
"No, adesso non cominciare anche tu" ringhi Rupert, con voce spossata.
Ma Vodopyanov giacque immobile senza pi parlare, ormai estenuato. Rupert accese la stufa, sospinse all'imbocco della galleria la neve che ancora ingombrava la fusoliera e, dopo aver atteso che la temperatura si fosse lievemente mitigata, sfinito, scosso da lunghi brividi, si lasci cadere un'altra volta nel proprio sacco. La fusoliera, naturalmente, era ancora a soqquadro, ma Rupert, dopo aver lottato per otto ore, adesso non se la sentiva pi di continuare, e capiva che aveva bisogno di dormire.
Avvert su di s gli occhi del russo.
"Cerca di dormire, adesso!" gli grid Vodopyanov, sovrastando con la voce l'urlo della tempesta. "Non pu pi durare molto."
Royce era troppo stanco per potersi ancora preoccupare di qualcosa, e dorm. Ma come si svegli, la sua attenzione scatt immediatamente per vedere se il russo non avesse compiuto qualche gesto delittuoso contro la propria persona. Vodopyanov sembrava a posto, e giaceva ancora sulla sua brandina; e tuttavia si capiva che lo divorava la febbre. Era piombato in un sonno greve, agitato. Gridava dormendo, e si lamentava; Royce fu certo che in quel momento il suo intelletto impaziente di sacrificarsi stava ordinando al corpo caparbio di arrendersi e morire.
"Non faresti altro che peggiorare le cose" brontol Royce, all'indirizzo del russo.
Si alz, e prese a passare della neve compatta sul volto magro e febbricitante di Vodopyanov. Era necessario fargli scendere la febbre, pens. Imbevve d'alcool del kapoc e se ne serv per detergere il volto di Vodopyanov, come un macchinista avrebbe impiegato uno stoppaccio per lustrare la sua macchina. Ma la folta barba del russo s'impregnava di sporcizia e sudore pi in fretta che il kapoc, e Rupert, per ottenere qualche risultato, fu costretto a sfregare con energia, cos che quasi subito gli occhi del russo si aprirono e lo fissarono.
"Stavi sudando" gli spieg Royce. "Ma va tutto bene, adesso."
Vodopyanov annu, scosso da un violento brivido.
"Hai ancora freddo?" gli domand Royce, sommessamente.
Vodopyanov fece di no con la testa umida, osservando attentamente la faccia dell'inglese.
"Ti ho preparato un po' di roba calda, faresti bene a mangiarla."
"No, per adesso no" disse debolmente Vodopyanov.
"Per bisogna che mangi, lo sai..."
"Non preoccuparti, sto bene cos" protest Vodopyanov, con un filo di voce. "Tu, piuttosto... hai una faccia che non mi piace."
"Oh, si  congelata. Ma non mi fa molto male" spieg Royce, ed era vero.
Quel che maggiormente lo preoccupava erano le piaghe che gli si stavano formando all'interno delle gambe. Era cos malamente infagottato negli sporchi, logori calzoni che l'imbottitura gli si sfregava contro la pelle delle gambe a ogni movimento. E le piaghe adesso sanguinavano, sicch temeva un'infezione. Vi aveva applicato una fasciatura con compresse spalmate di penicillina, ma l'unguento si era sciolto e ora gli stava scolando lungo le gambe fino ai grossi stivali che si era fissato ai polpacci legandoli con strisce prese dalle tende trapunte trovate nella fusoliera. Aveva l'aria di un elefante nano, cos conciato.
"Eh, io sono proprio sempre una sfortuna" disse Vodopyanov, con una strana voce stanca e triste. "Non  vero?"
Senza interesse, Royce si strinse nelle spalle. Vodopyanov - lo si vedeva bene - era troppo sfinito per parlare: respirava faticosamente, a stento, e quasi gli si chiudevano gli occhi, la faccia era di nuovo incavata, floscia. Per lui sembrava uno sforzo troppo pericoloso anche il solo muovere la testa; e per parlargli, Royce si sedette a terra.
"Non serve a niente mollare proprio adesso, Aleksej" gli disse, per infondergli un po' di coraggio. " solo questione di tempo... un paio di mesi, forse. Non dobbiamo far altro che mettere da parte dei viveri, e questo lo far in primavera quando potr vedere abbastanza lontano per dare la caccia alle foche. Poi ci metteremo in marcia sui ghiacci, prima che comincino a rompersi."
"Tu lo credi davvero?" gli domand debolmente Vodopyanov, poi scroll la testa. "Io no, Rupert."
"Anche se non puoi camminare" prosegu Rupert "io ti tirer sulla slitta che sto gi fabbricando. Probabilmente, questi ghiacci vanno alla deriva verso est, o forse anche verso sud-est, e perci penso che continuiamo ad avvicinarci alla Groenlandia o alla Terra di Peary. Non lasciarti abbattere proprio adesso."
Anche se lo aveva sentito al di sopra del fischio del vento, Vodopyanov non rispose. Era troppo, troppo incredibile quel progetto, comunque, anche se Royce gli diceva effettivamente la verit. Per quanto avesse gli occhi aperti, il russo non lasci trasparire nessuna reazione nemmeno quando il compagno torn a detergergli col kapoc il volto ardente di febbre.
E fuori, d'un tratto, ogni cosa parve farsi stranamente quieta, silenziosa, come se il mondo intero si fosse improvvisamente fermato e stesse in attesa, immobile. Royce sollev la testa per ascoltare, quasi spaventato...
Di colpo, il vento invest la fusoliera. L'invest con una nuova raffica di tale violenza che all'interno tutto quanto fu scosso da un sobbalzo, e la fusoliera stessa s'inclin.
"Il barile..." url Vodopyanov.
Il sobbalzo aveva impresso al barile del petrolio un'oscillazione sufficiente a farlo cadere di piatto. Esso, pesantemente, si avvi rotolando verso Royce, che si era accoccolato a terra di fianco a Vodopyanov. Egli fu perci spinto con forza contro il russo, il quale venne a sua volta sbalzato dalla brandina.
La neve si rivers all'interno della fusoliera come se un ciclope impazzito ve la proiettasse a manciate cercando di soffocarli nella loro tana. Sempre rotolando, il barile finalmente torn indietro. Royce si sforz di rimetterlo in piedi. La galleria di neve che fungeva da ingresso alla fusoliera si era nuovamente aperta, e quel che restava della tenda, fatta con paracadute, si lacer in un unico schianto. Si spense anche la lanterna, e and a sbattere contro la parete, mentre una nuova, furibonda raffica di vento quasi staccava l'intera fusoliera dal ghiaccio su cui posava. Essa oscill paurosamente, infine si raddrizz.
Royce si mise all'opera ancora una volta, stanco e disperato.
Bench non indossasse la sua pesante casacca, egli usc incespicando con la pala da neve per colmare l'apertura formatasi nella galleria d'ingresso, e tuttavia, per quanto velocemente spalasse la neve secca, farinosa, le pazze raffiche di vento gliela portavano via facendola volteggiare nell'oscurit di immensi vortici. Con quel vento, comunque, gli era impossibile stare in piedi, sicch lasci cadere la pala e si mise carponi, sforzandosi di sospingere con le mani e le braccia qualche mucchietto di neve contro l'apertura, e poi la compresse, la schiacci, le fece scudo del suo stesso corpo, cercando d'impedire al vento di portarsela via.
Quasi istantaneamente si trov inzuppato, poich il calore del corpo scioglieva i fiocchi di neve che per la furia del vento gli s'infilavano sotto gli abiti. Solo l'energia frenetica con cui lavorava gli conservava il corpo abbastanza caldo per continuare. Ben presto, per, fu scosso da lunghi brividi, e pi che brividi, da vere e proprie convulsioni.
Anche un solo minuto poteva contare, in quello stato. Il corpo era in grado di giungere solo fino a un certo limite, al di l del quale non sarebbe pi stato capace di compensare il calore che continuamente perdeva.
Prima, comunque, Rupert riaccese la lanterna, e anche la stufa, e poi si strapp di dosso gli abiti induriti dal gelo, uno strato dopo l'altro, cercandoli penosamente con mani sanguinanti e dita cos torpide che avevano perso il senso del tatto, e finalmente s'infil nel suo sacco a pelo.
"Rupert!" si lev la voce di Vodopyanov, allora. "Bisogna che tu continui a muoverti..."
Royce non se la sent di rispondergli: aveva paura di dischiudere i denti, gli battevano troppo.
"Devi uscire dal sacco, e infilarti i miei vestiti. Ti devi muovere. Fallo, per favore. Per favore!..."
Un'idea - pens Royce - assolutamente idiota, e tanto idiota che non valeva neanche la pena di fare lo sforzo di emettere una risposta. Uscire adesso dal suo sacco a pelo per indossare le pesanti mutande di lana di Vodopanov, e i suoi calzoni e la giubba di cuoio... non ne avrebbe mai avuto la forza.
"Sto bene cos" disse infine, ma non gli riusc di contrapporre la lingua ai denti cos da produrre un suono intelligibile.
Pure si mosse, alla fine. Prese a rotolarsi sul pavimento della fusoliera, poi si tir in piedi - sempre stando dentro il sacco - e cominci a spiccare lunghi balzi.
"Bene, cos va bene" lo incoraggi debolmente Vodopyanov, che ancora giaceva prono al suolo. "S, salta cos. Salta! Salta!" Eccitato, il russo sollevava e abbassava la testa segnando il tempo ai balzi di Royce, e ancora saltava in avanti e indietro nei brevi metri sgombri che li separavano.
Ma era un esercizio estremamente faticoso, e Royce, lo sapeva bene, non voleva giungere a perdere completamente le forze... quello sarebbe stato peggio di tutto. Torn quindi a sdraiarsi, e rimase immobile cercando d'imporsi di dormire.
Ritir anche la testa nell'apertura del sacco, e sforzandosi deliberatamente di rilassarsi, allent il corpo contratto, lasciando che si scuotesse liberamente in lunghi, violenti tremiti, e si costrinse a dischiudere i pugni, a serrare gli occhi dolenti, a sciogliere ogni singolo muscolo. Questo, di certo, doveva offrire ancora un'estrema possibilit di ricupero al suo fisico. E tuttavia il vento schiaffeggiava pazzamente la fusoliera, sicch per istinto si accorgeva di contrarre la muscolatura a ogni folata. No, non se la sarebbe mai sentita di uscire da quel sacco un'altra volta, e di sforzarsi un'altra volta di mettersi al lavoro, se si fosse di nuovo verificato lo stesso disastro di poco prima. Inoltre, lo tormentava la preoccupazione di Vodopyanov. Lo aveva lasciato disteso a terra dentro il suo sacco a pelo.
Poi si addorment, quasi di colpo, e quasi di colpo cominci a sognare di essere in un treno inglese trainato da una locomotiva che colmava di fumo lo scompartimento, via via impedendogli di scorgere la sua famiglia che con lui viaggiava in quella carrozza di prima classe: Joanna, sua moglie; e Tess, la sua bambina di sei anni; e suo figlio, Roland, che ne aveva dieci, e indossava un completo grigio di flanella con i pantaloni lunghi come li portano di solito gli scolari inglesi... il genere di vestito che sua moglie sempre insisteva di fargli portare.
...
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Capitolo 5.
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Ormai, Joanna - sua moglie - doveva crederlo morto. Ma qualunque cosa credesse, Joanna doveva di certo vivere dei momenti terribili.
Era donna di decisioni estremamente pronte, e un certo giorno, d'impulso, sia pure presa dal dolore, avrebbe deciso che lui era morto. Joanna viveva sulla terra, e non si sarebbe mai permessa di crederlo vivo a meno che lui stesso non si fosse dimostrato tale... in carne e ossa.
E i bambini?
"No, no!" quasi le grid Rupert, al pensiero dei due figli, sforzandosi di farle giungere il suo suggerimento, in una sorta di dormiveglia, stordito, malinconico. "Non farlo, Jo. Non dirglielo finch non ne sarai assolutamente sicura."
La sincerit a ogni costo di sua moglie in fondo non era una dote cos desiderabile quando si attuava con tanta impulsivit, sicch l'impulso era pi veloce che la sensibilit e il di lei naturale affetto. Di per se stessa, l'essere franca, esplicita era stata eccellente dote, quando era pi giovane, ma ora, a trentasette anni, quel che le occorreva era un po' pi di equilibrio e cautela. "La sincerit non si dovrebbe mai trasformare in qualche cosa di simile a una punizione..." Eppure, anche con questo, i bambini nella loro intelligenza e franchezza non erano forse pi che soddisfacente specchio della di lei sincerit, del di lei carattere?
Lui, comunque, fu sconvolto, contrariato di accorgersi che cercava (anche quass, in mezzo ai ghiacci) di giustificare le proprie teorie di condotta e d'influenzare quelle della moglie inconsapevolmente riandando a vecchi e consunti e ostinati disaccordi fra loro esistiti. Lei era sempre stata molto impulsiva, troppo...
"Oh, smettila!" brontol Rupert, al proprio indirizzo.
Erano pericolosi quei pensieri, giacch ogni cosa vi assumeva un aspetto disperato, minaccioso, demoralizzante. "Cerca di non pensarci, e vedrai che finir tutto bene" si disse ancora. Era superstizioso, Rupert. Eppure, adesso, essi ogni giorno continuavano a insinuarsi nella sua immaginazione, e con tale insistenza, con tale assiduit che la memoria diveniva sofferenza, esasperazione. Doveva imporsi una severa disciplina per distogliere la mente da quei ricordi. "Via! Vi prego, andate via!" implorava quasi ad alta voce, quando uno qualsiasi di quei semplici ricordi - Jo, in un aspetto del tutto femminile, un po' indisponente, forse, ma cos piena di salute, cos viva, tangibile - gli sottraeva il cuore a una incerta, gi vacillante disciplina, e quando i bambini volteggiavano nei suoi pensieri sulle ali del sentimento, nell'inerme perfezione che sempre sembrano avere tutti i bambini lontani e che nasce dai loro visi e personcine e abiti e schiettezza e assoluto, fiducioso abbandono.
Perch non si era preoccupato di loro, in primo luogo? Che cosa stava mai facendo quass con un russo invalido, fra i ghiacci della calotta polare? Che senso aveva tutto ci?
"Via" grid ancora una volta Rupert, al proprio cuore.
Ma nulla e nessuno lo abbandon, e per qualche istante si sent spaventosamente infelice al pensiero che la sua sopravvivenza dipendeva proprio dal non lasciarsi mai cullare dall'allettante speranza di rivederli. Quello lo avrebbe demolito completamente, di certo.
"Aah, sto diventando troppo sdolcinato e sentimentale" pens, e di colpo apr gli occhi cos dando di nuovo il via a tutta la sua sofferenza... e d'un tratto avvert con netta percezione come gli si appiccicavano e dolevano le palpebre, e com'erano ruvide le mani, e come bruciavano le piaghe sulle gambe, e come la stanchezza e la fame presentavano inflessibili vecchi conti da saldare.
"Ah... Rupert!" esclam Vodopyanov. "Ti senti un po' meglio, adesso? La lanterna si  spenta. Ho cercato di arrivarci ma non sono stato capace."
Questa volta le tenebre gli fecero quasi male, e tuttavia fu lieto dell'incontenibile voce di Vodopyanov. Era presente, meravigliosamente viva e presente.
"S, abbastanza bene" rispose Rupert. "Adesso mi alzo. Quanto tempo ho dormito?"
"Quattordici ore" disse Vodopyanov, dopo aver guardato il quadrante luminoso dell'orologio che portava al polso. "Credo che sia mattina."
Ecco, questo era un altro problema delle tenebre perenni dell'inverno artico: sapere se erano le otto di mattina o le otto di sera. Nei primi giorni di oscurit completa dovevano aver perso il conto di almeno dodici ore, sicch adesso qualche volta ne discutevano. Le otto di mattina, o invece le otto di sera?
"Mattina" si ostinava Vodopyanov. "E oggi  anche il giorno del solstizio. Il sole si trova esattamente sopra il Polo Sud. Ho due miei buoni amici russi laggi, a Mirny. Crederanno che sono morto, immagino. Probabilmente staranno pensando a me, adesso: Povero Vodopyanov! In ogni modo, oggi, Rupert, il sole comincia a risalire verso di noi. Oh, sicuro..."
Era vero. Quel giorno il sole cominciava il suo lungo viaggio verso il nord, e forse, di l a un mese, qualche pallida striatura di chiarore incerto sarebbe comparsa nel cielo d'oriente, e poi, un giorno, anche il sole avrebbe proiettato un raggio di luce sull'estrema linea dell'orizzonte.
"Ti senti bene?" gli stava di nuovo chiedendo Vodopyanov.
"Resto qui disteso ancora un momento" disse Rupert, molto lentamente. "Poi mi alzo. Ma non lasciare che mi addormenti un'altra volta, Aleksej. Solo un momentino. Poi mi alzo."
Aleksej per lo guard esitando, vedendolo ripiombare di colpo in un sonno greve, innaturale.
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Capitolo 6.
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S, verissimo: Jo aveva passato giorni tremendamente difficili. Per il momento, ancora non si sentiva di credere alla morte di Rupert; e tuttavia era occupazione davvero astrusa cercare d'immaginarsi che cosa mai poteva essergli accaduto. Anche gli amici di Rupert, innumerevoli amici, non erano disposti a credere che fosse morto, e quanto al Ministero dell'Aria, in quegli uffici tutto ci che sapevano fare consisteva semplicemente nel ripetere che anche per loro era un vero enigma che cosa mai fosse accaduto. Phillips-Jones - il capo della sezione da cui dipendeva direttamente Rupert - le aveva riferito che fra i rottami del Dakota, dopo che si era infranto al suolo atterrando alla base di Thule, si erano potute constatare abbondanti prove della morte di quanti altri si trovavano a bordo dell'apparecchio, mentre non esisteva la minima traccia di Rupert. Nessuno (le aveva detto Phillips-Jones, in tono quasi d'incredulit) sapeva dove mai fosse andato Rupert, o che cosa gli fosse accaduto. Comunque sussistevano pochissime probabilit - per non dire nessuna - che fosse ancora in vita, ovunque fosse.
Jo aveva messo in moto parecchi amici di suo marito che lavoravano in vari ministeri, e anche uno zio membro del parlamento; e anch'essi non erano stati capaci di scoprire nulla di pi nonostante il suo tenace ostinarsi a chiedere e poi chiedere ancora senza stancarsi di lottare. Aveva interpellato anche un suo cugino per sentire da lui che cosa ne pensavano all'ammiragliato: non erano responsabili anche loro, non erano tutti responsabili? Ma il mistero permaneva, e lei ora fremeva d'impazienza nell'attesa di parlare con un ufficiale dell'aviazione, un certo tenente colonnello Moore, che le aveva telefonato dicendole di doverle comunicare delle notizie. Doveva venire a farle visita nella sua casa di Hampstead, la casa che lei era riuscita a salvare dalla irragionevole dispersione che Rupert, subito dopo la guerra, aveva voluto a ogni costo fare di tutto ci che possedeva.
"Soltanto i ricchi..." Jo aveva obiettato amaramente a Rupert, ogni volta che si erano trovati a discutere di denaro e di amore "... potrebbero permettersi di essere cos eccentrici com'eri tu quando ti ho sposato."
Rupert aveva sempre negato vigorosamente l'accusa di eccentricit, e se qualche volta s'irritava con Jo, questo accadeva esclusivamente quando lei si appigliava alla questione del denaro per attaccarlo, quantunque non gli fosse ignoto che per lei andava bene qualunque argomento pur di attaccarlo quando la prendevano i suoi momenti di malumore. Lui, di solito, non si preoccupava minimamente delle occasionali sfuriate di Jo, ma se lei lo attaccava sulla questione del denaro, allora se la prendeva sempre di petto e il pi delle volte usciva in risposte acri e pungenti. Jo, dopo cinque minuti, era capacissima di non sapere nemmeno pi quello che aveva detto, o perch; Rupert invece se ne ricordava sempre.
Ma quanto al denaro, questo si: era vero. Cos come lo era almeno in parte - anche la questione dell'eccentricit, sebbene quello fosse un altro degli argomenti che lui non poteva sopportare. Era pronto a controbattere che non dipendeva da lui se gli era capitato di nascere dov'era nato, e se lo avevano allevato in un dato modo. Non poteva certo accorgersi com'era quando si comportava diversamente dagli altri. Tuttavia capiva che ammettendo di essere diverso implicitamente ammetteva in certa misura l'eccentricit, e perci, ostinatamente, sosteneva sempre di essere del tutto normale.
"Ma sicuro che sei normale, si capisce!" esclamava Jo, spazientita. "Per ti sei conservato ancora tutte le abitudini dell'uomo che fa il comodo suo, e lo ha sempre fatto, il che va benissimo, ma solo quando sei nella condizione di permettertelo. Senza denaro non te lo puoi certamente permettere, questo no. Oggi come oggi, devi esser ricco anche se vuoi solo continuare ad appartenere alla classe media."
Jo lo aveva conosciuto quando lui ancora viveva di rendita! Come le sarebbe stato possibile non innamorarsi di un uomo simile? Era giovane, ed era intelligente, quadrato, premuroso... e ovviamente testardo. Un uomo dagli occhi meravigliosamente chiari, e meravigliosamente biondo, solido. Per l'assurda preoccupazione di non avere un'istruzione scolastica formale, Rupert si era dato da fare con ogni mezzo per essere ammesso a un'universit inglese. Ci accadeva poco dopo la guerra, e ovviamente nessuna universit poteva consentirgli l'ammissione senza il necessario titolo di studio. Questo a lui naturalmente mancava, n al mondo esisteva denaro sufficiente a comprarglielo. Perci era tornato ad Atene, e aveva svogliatamente cominciato a interessarsi di certi manufatti e vasellami d'un antico quartiere di vasai senza eccessivo pregio che stavano riportando alla luce nei pressi di Corinto. Ma la guerra civile greca non gli aveva consentito di giudicare giusto quello che stava facendo. Non gli sembrava lecito dedicarsi a ozi dilettanteschi mentre le bombe al napalm davano fuoco alla Grecia. Aveva lasciato Atene, quindi, e se n'era tornato un'altra volta in Inghilterra, dove la sua inesauribile irrequietezza gli aveva fatto venire l'idea del Messico. Per era riuscito a capire in tempo quale futuro stava costruendosi se non si fosse deciso a mettere freno a quell'eterno suo girovagare senza una meta, senza uno scopo definito, sicch aveva parlato con certi suoi vecchi amici della marina, per sentire se non poteva tornare a far parte del servizio metereologico dove verso la fine della guerra aveva gi prestato servizio durante un periodo di convalescenza. Se le uniche cognizioni tecniche di cui disponeva erano quelle, tanto valeva metterle a frutto.
Era cos entrato a far parte - come civile - del modesto servizio metereologico della marina, e aveva cercato di adattarvisi; ma fu tutt'altro che facile. Lavoro scialbo, noioso; e una volta di pi aveva compreso di trovarsi di fronte a un ennesimo dubbio. Ma scartando quell'attivit perch la giudicava scialba, noiosa, Rupert capiva che non sarebbe mai stato in grado di svolgere fino in fondo nessun altro lavoro, di nessun altro genere. Sempre sembrava gravargli sopra la pressione dell'esempio paterno. Gli era parso importante allora (quantunque lo avesse giudicato eccessivo, in seguito) riuscire a non scendere a compromessi, assolutamente. In ogni modo Rupert gi da parecchi anni si preoccupava di tutto il denaro che possedeva. Esistevano troppi motivi per farglielo odiare, per diffidare dell'influenza che da quel denaro avrebbe potuto derivargli, e quindi, a quell'epoca, gli era parso logico e coerente rinunciarvi. Doveva rinunciare al suo denaro, per forza: gli era indispensabile farlo se mai avesse voluto combinare qualcosa di utile o buono con la propria vita.
Non era poi stato cos difficile come aveva creduto. Pi o meno si era trattato di un impulso, e in pratica non aveva dovuto far altro che trasferire a nome di sua madre - per il tramite dei legali di famiglia, i quali avevano naturalmente cercato di dissuaderlo.- i suoi valori azionari e i titoli assicurativi e la sua quota d'investimenti e partecipazioni al patrimonio familiare. Non aveva neppure interpellato sua madre, e lei, alla fine, aveva dato notizia di essersi accorta dell'improvviso aumento dei propri capitali ereditati con una lettera in cui gli chiedeva come doveva comportarsi per la questione delle tasse, e che cosa doveva fare quanto al testamento... Voleva che tutto quanto fosse ancora lasciato a lui, comunque?
I legali le avevano gi spiegato i motivi e il punto di vista di Rupert; e tuttavia pareva che lei non se ne desse gran pensiero, in quanto pi che altro la si sarebbe detta impaziente di trovare una soluzione ai propri problemi personali. Non lo giudicava affatto pazzo o assennato o ubriaco. Per lei era semplicemente normale, e del resto, per lei, ogni cosa era sempre normale, sicch lui le aveva risposto molto concisamente, ma in modo definitivo: "Fa' come ti pare!". In fondo sapeva che la madre un giorno o l'altro gli avrebbe lasciato tutto quanto, e anche la parte di patrimonio che le apparteneva fin da prima, e questo, forse, costituiva una specie di piccola uscita di sicurezza che non gli dispiaceva tenere aperta. Per si rifiutava di concedere a se stesso il conforto di ammetterne l'esistenza, nel frattempo.
"Vuol dire che dar tutto quanto a qualcuno o a un ente che se lo meriti" aveva deciso Rupert. Ma la verit era che non gli piaceva veder sciupare il denaro, anche se si trattava di denaro che ormai non era pi suo.
Quando Jo lo aveva incontrato per la seconda volta, lui quindi era diventato "povero"... Tuttavia (e per il tramite di amici, come in precedenza) proprio in quel periodo gli era stato possibile ottenere un lavoro pi interessante, migliore: non pi nel modesto servizio metereologico della marina, bens alle dipendenze dirette del Metereological Office, dove esisteva un nuovo dipartimento destinato a ricerche nell'atmosfera superiore, ricerche strettamente connesse con gli speciali studi che numerosi istituti di fisica delle universit stavano conducendo sul clima e sullo stato del tempo alle alte quote. E Rupert, in quel lavoro, aveva finalmente cominciato a trovare una certa stabilit, e perfino a pensare che fosse veramente la soluzione tanto cercata.
L'unica difficolt stava nel fatto che gradualmente quel dipartimento diveniva sempre pi un posto adatto soprattutto per fisici e matematici forniti di solida preparazione scientifica, e non tanto per uomini del suo stampo, i quali, all'atto pratico, dovevano considerarsi dei semplici osservatori. In definitiva, anche questo faceva parte del grande conflitto che andava sviluppandosi nell'ambito della metereologia fra il precedente carattere meccanico - per cui la s'intendeva quale metodo di osservazione - e la nuova impronta di scienza pi oggettiva i cui metodi dovevano basarsi su formule elaborate teoricamente... un sistema fondato sul calcolo numerico delle probabilit. Era questo un genere di matematica che andava troppo al di l delle possibilit di Rupert, e Phillips-Jones (il capo della sezione da cui dipendeva) evitava sempre accuratamente di parlargli di qualunque problema esulasse dai limiti mentali comportati dalle sue specifiche capacit di lettore strumentale e annotatore di osservazioni. Phillips-Jones non si lasciava mai sfuggire un'occasione di ricordargli che non era uno scienziato.
Ma Rupert era molto coscienzioso e deciso, e (cos credeva, quanto meno) fedele alla propria buona disposizione per il lavoro. Naturalmente le volont si scontravano, e le sue opinioni erano sempre ferme, le sue idee decisamente originali; ma per quanto potessero frenarlo le limitazioni accademiche, il suo lavoro per lui era sacro. Esso godeva di tutto il suo rispetto.
Poi, Rupert aveva sposato Jo. Quanto a lei, si era sbigottita di fronte a simile follia... alienare tutto quel denaro! Era pi che decisa a convincerlo a farsi restituire ogni cosa. Non che volesse farlo per il proprio tornaconto. Jo era semplicemente una ragazza sincera, assennata. Perch mai doveva dimostrarsi cos stupido? Non c'era niente di male a possedere del denaro, no? Jo, tuttavia, non conosceva ancora fino in fondo l'uomo che aveva sposato, e quantunque si sentisse di amarlo teneramente sia nella povert che nella ricchezza, il suo desiderio era che lui un giorno potesse ritrovare quel tanto d'intelligenza sufficiente a farsi restituire quello che era stato suo. Per il momento, comunque, Rupert si era dimostrato inflessibile a questo riguardo... "All'atto pratico, se io non li voglio indietro  proprio perch sono sposato con te" le aveva detto. Non voleva che anche lei corresse il pericolo di soffrire quello che aveva sofferto sua madre. Ma che sofferenze aveva sopportato sua madre, in fondo? Lui non era completamente certo, eppure aveva la sensazione che sua madre sarebbe stata una donna migliore se avesse avuto accanto un uomo migliore.
Era un uomo molto solitario e molto strano, a quell'epoca, un uomo in cerca di una persona dotata di spontaneit e d'un cuore pronto e ardente capace di dare alle sue intuizioni qualche possibilit di sopravvivenza, e senza costrizioni eccessive ma in pari tempo senza eccessiva libert. Jo si era dimostrata impaziente, e nient'affatto intimidita da quella sua stranezza di carattere; e non si era nemmeno data troppi pensieri per le fermissime regole di vita che lui stava cercando di tracciarsi. Voleva essere pratico e utile e normale, il che sembrava riuscirgli cos difficile mentre per gli altri era cosa tanto facile. Ma per lei non era mai stato difficile amare un uomo dotato di regole adamantine sulla cui base s'imponeva di vivere, un uomo dotato d'un cuore complesso, < tuttavia sincero, un uomo che non pensava mai male di nessuno, n mai se la prendeva quando lei era di malumore o cattiva.
Eppure, Rupert era un uomo ciecamente e stupidamente testardo!
"Angelina..." scatt adesso Jo, chiamando la domestica, quando ebbe finito di parlare al telefono con il tenente colonnello Moore, il quale le aveva detto che sarebbe venuto a portarle altre notizie: "Angelina, vieni qui a pulire questo telefono. Appiccica da tutte le parti".
"Sono i bambini, sinnio' Royce" disse Angelina.
"No, cara mia. Sei tu" replic Joanna, spazientita. "Sei tu che parli tutto il santo giorno con le tue "paesane"... Ma s pu sapere che cosa avete sempre da dirvi? E poi, vieni qui e fallo senza stare tanto a discutere."
"Come volete voi, sinnio' Royce."
No, non aveva nessunissima intenzione di inquietarsi proprio per Angelina; e tuttavia non poteva trattenersi dal farle osservazione. Angelina era una ragazza intrattabile, una ragazza solida, tutta d'un pezzo, che avrebbe preso tranquillamente in mano le redini dell'intera casa se solo gliele avesse lasciate. Oltre tutto, quella sua intrattabilit la stava insegnando anche a Tess, che aveva solo sei anni, sebbene Tess, dal canto suo, fosse gi per natura testarda come il padre... e il visino della bimba, cos serio, intento, tipicamente inglese, le riportava di continuo davanti agli occhi l'espressione di Rupert, in modo struggente.
"Che cosa volete per pranzo, sinnio' Royce?" s'inform Angelina, imperturbabile.
"Non lo so" rispose Joanna, ancora seccata. "Pesce ai ferri."
"Va bene" fece Angelina. "Ma che cosa ne faccio di tutto quel riso?"
"Avresti dovuto gettarlo via fin da ieri" disse Joanna, ma le venne in mente il cane. "Vuol dire che lo darai a Fidge."
"Non fa mica bene il riso a Fidge" protest Angelina.
Angelina quel giorno voleva proprio fare l'ostinata, e pareva capacissima di starle piantata li davanti solida e indifferente come se nulla potesse smuoverla. Eppure lo sapeva bene anche lei che cos'era successo a Rupert. Possibile che non si lasciasse mai andare? Jo, di certo, non intendeva lasciarsi andare, e tuttavia avrebbe tanto desiderato che lo facesse almeno Angelina, e si offese quasi di constatare in lei una cos ostinata negazione della tragedia: l'insopprimibile attaccamento alla realt della vita cui sembrava doversi attenere Angelina... poich era una povera ragazza siciliana. E pensare come avrebbe seguito affranta il nero carro funebre trainato da un asino su per le grigie colline scabre della sua terra, eppure, un'ora dopo, l'esistenza per lei sarebbe di nuovo stata dura e spietata com'era sempre stata, e lei, Angelina, sarebbe di nuovo stata pi cupa e inflessibile di prima. Ma perch non voleva lasciarsi andare? A Rupert voleva bene anche lei, gli voleva bene come gliene volevano tutti gli altri, ma non intendeva parlarne, non intendeva dire neanche mezza parola.
"S, la roba tu la tieni troppo tempo in frigorifero" ripet Jo. "Quel riso avresti dovuto gettarlo via fin da ieri. Uno di questi giorni finirai per avvelenare i bambini..."
Fu Angelina che si offese, adesso. "Non c' nessuno qui che avvelena i bambini" esclam sdegnata, e se ne and.
E ora, di sicuro, Angelina stava versando calde lacrime, Jo lo sapeva. Un po' per volta, la tensione aveva cominciato a farsi strada anche in lei. Jo si sent salire le lacrime agli occhi per la sua inutile cattiveria, per quella stupida collera. "Oh, no!" si disse d'un tratto, fra s. "Non ti metterai a piangere, adesso. Adesso no!" And a chiudersi nella stanza da bagno per impedirselo, e per lavarsi la faccia con acqua fredda e cercare di dominarsi. Si mise invece a sedere sul bordo della vasca e silenziosamente pianse per Rupert, pianse finch bussarono alla porta. Era Tess.
"Mi fai entrare?" domand Tess.
"Che cosa vuoi?" Jo grid alla figlia, esasperata.
"Ho bisogno del bagno."
"Allora va' in quello da basso."
" troppo freddo, e poi non si pu chiudere a chiave. Fammi entrare."
Jo si chin frettolosamente sul lavabo per bagnarsi la faccia con acqua fredda, e poi, aprendo la porta a Tess, sbott: "Oh, insomma... Si pu sapere perch proprio quando io vengo qui dentro per lavarmi o che altro tu devi sempre pretendere di venir dentro con me?".
"Ma no, non  mica cos!" si ostin Tess, esattamente come avrebbe fatto Angelina. "Solo che ho bisogno del bagno."
Nel primo pomeriggio, l'amica pi cara di Jo - la dottoressa Marian Crawford - venne a trovarla per sentire se aveva novit. Jo le disse che aspettava un ufficiale della Royal Air Force, il quale avrebbe dovuto portarle delle notizie. "Ma se sono cattive, sapr cavarmela da sola" disse Jo. "Oh, proprio non ne posso pi di tutte queste storie e le idee pazzesche di Rupert" aggiunse, di l a qualche momento. "Che bisogno aveva di andare a cacciarsi fino all'orlo, prima di tutto? Non era neanche tenuto a farlo. Avrebbe potuto benissimo rifiutarsi. Ma gi, il suo ridicolo lavoro per lui conta pi di tutti noialtri. Sapessi com' intrattabile certe volte..."
Marian Crawford con gesto affettuoso si era messa a spazzolare i neri capelli di Jo. Poteva farlo con tutta tranquillit, giacch aveva dieci anni pi dell'amica ed era un tipo di donna ancor pi chiuso e contenuto. "Saresti anche tu intrattabile se fossi stata allevata come lui" osserv.
"Oh, io sono stata allevata molto peggio di Rupert" protest Jo, indispettita.
Jo veniva dal Cumberland... una fanciulla di frontiera, dunque: era figlia d'una povera ma nobile famiglia di agricoltori, in un paese dove i poveri ma nobili agricoltori erano quanto ancora sopravviveva d'una forma d'esistenza ormai lontanissima e spesso spartana. Jo era diffidente di tutto e tutti, come avrebbero potuto esserlo i francs-tireurs della zona di confine anglo-scozzese, se la guerra e la politica di quella frontiera si fossero protratte, invece di concludersi con la sottomissione degli scozzesi e un astuto compromesso inglese.
"Tu comunque non sapresti mai essere altrettanto intrattabile" disse Marian, ironicamente.
"Sapessi come odio gli inglesi. Preferirei essere qualsiasi altra cosa..."
"Ssss!" la zitt dolcemente Marian.
Ma Jo aveva deciso di mostrarsi amara e scostante, sicch costrinse l'amica a intavolare per l'ennesima volta una vecchia discussione sulla casa che - come aveva suggerito Marian - avrebbe fatto bene a vendere per cercarsene una pi piccola. Che bisogno aveva di nove locali cos grandi?... diceva Marian. Jo protest che non capiva niente... La decisione di Rupert di alienare tutto il suo patrimonio era stata perfettamente giusta e normale perch a quell'epoca non si erano ancora sposati, e lei, evidentemente, non avrebbe certo potuto impedirglielo. Ma questa casa di Hampstead, che apparteneva come il resto a Royce, era stata destinata alla vendita, e quindi lei si era vista costretta a fargliela riscattare. "Anche noi dobbiamo pure avere una casa" Jo (che in quel periodo era in attesa del primo figlio) aveva detto con molta fermezza al marito. "Non ho intenzione di andare a vivere in un appartamentino con dei bambini, solo per darti la possibilit di sperimentare le tue idee. Non mi sembra giusto, Rupert!" Con voce sorpresa, Rupert aveva obiettato che una casa grande avrebbe creato pi preoccupazioni di quanto non valesse la pena abitarci. Aveva trascorso l'intera sua vita in grandi case fredde, e adesso preferiva stare in un appartamento pi piccolo, ma pi caldo. Joanna, comunque, sapeva bene che cosa significava essere poveri per non insistere. Perci non aveva voluto ascoltare ragioni. Sicch gli aveva detto che lui poteva senz'altro andare a stare in un appartamento, o dove meglio credeva; lei per non ci sarebbe mai andata. "No di certo se tu vuoi che abbia dei bambini. No, non accetter. Mai!" Rupert era molto innamorato della sua bruna moglie che aspettava un bimbo, e tuttavia, con l'abituale suo modo esasperante, aveva impiegato parecchio tempo prima di decidersi, e infine, magnanimamente, era emerso dai suoi pensieri per dire che forse lei non aveva proprio tutti i torti. "Quanto a me, non potrei certo permettermi di acquistare una casa con due bagni a Londra... quindi sar necessario che sia tua." Perci aveva chiesto alla madre di non vendere la casa di Hampstead, ma d'intestarla a Jo. E adesso la casa era di Jo, e lei era ben decisa a difenderla, con ogni mezzo, nonostante il gravoso costo d'esercizio che comportava. Che bisogno aveva di mettersi a discuterne Marian, dunque?
"Sei tu che hai voglia di discutere" protest Marian. "Avanti, discuti pure!"
"Ma  verissimo. Perch mai dovremmo venderla?"
"Perch Rupert ha ragione. Per voi questa casa  troppo grande" insistette Marian, mentre i suoi dolci occhi si velavano; ma immediatamente s'impose di contenere la propria tenerezza per "quei due ragazzi", come ancora li considerava. Marian ormai era convinta della morte di Rupert, e questo tenente colonnello non poteva venire altro che per portare cattive notizie. No, lei non voleva essere presente quando le avesse comunicate. Povera Jo! Aveva delle risorse, sicuramente, ne aveva moltissime, e con ogni probabilit poteva superare abbastanza discretamente anche un colpo come questo; ma senza dubbio sarebbe stato terribile assistere al suo crollo quando alla fine fosse giunto, com'era probabile se quell'ufficiale portava davvero notizie definitive.
Il tenente colonnello Moore era venuto (cos annunci) non per tranquillizzarla, ma semplicemente per dirle come stavano le cose. Spieg che anche lui era padre di famiglia: due maschi e una bambina, di poco maggiore di Tess... che subito prese a chiamare "tesoro", e con la quale fece ben presto amicizia. Era un uomo dai capelli argentei e l'aria molto amichevole che vagamente (disse proprio cos: vagamente) conosceva Rupert; e quindi osservava insistentemente Jo, con una curiosit quasi ingenua per vedere che genere di moglie avesse potuto scegliersi un uomo cos fuori del comune come Rupert Royce. Ancora non conosceva Jo. Se la vedeva davanti molto calma, molto contenuta, giacch lei era in certo senso esitante a sentire quanto doveva dirle, nel timore fossero cattive notizie.
"No, probabilmente non vorr credermi" pens Moore, scrutandone gli ardenti occhi violetti e il viso pallido, da cui traspariva una grande diffidenza, sicch cominci in tono molto pacato.
"Per un certo senso" disse "anche noi non possiamo sostenere di saperne molto..."
"Oh, questo non me lo dica" lo interruppe Jo. "La prego, non mi dica che voi non sapete quello che gli  successo. Me lo sono gi sentita ripetere fin troppe volte."
Moore sorrise gentilmente. "E sta bene" assent. "Non lo dir."
Comunque, spieg, essendo da poco tornato da Thule, in Groenlandia, egli ora probabilmente aveva degli elementi per intuire che cosa poteva essere successo a Rupert.
"Allora continui, la prego" disse Jo, impaziente.
"A quanto sembra, quel giorno infuriava una violenta tempesta solare" prese a spiegare Moore "e l'aereo disponeva esclusivamente di collegamenti radio in onde corte. Come lei sa, le tempeste solari disturbano enormemente la ricezione in onde corte. Una sfortuna, veramente, dal momento che per questo motivo non si pot comunicare con l'apparecchio per diverse ore. Tuttavia gli schermi radar degli americani avevano intercettato l'aereo lungo la rotta prevista, e lo stavano seguendo, finch, a un certo punto, l'apparecchio improvvisamente si abbass troppo perch si potesse continuare a inquadrarlo. Ecco quello che ho saputo a Thule..."
"Ma che cosa significa?" domand Jo. "Vuol forse dire che lui  vivo?"
"Vuol semplicemente dire che con ogni probabilit dev'essersi verificato qualche cosa sui ghiacci, oppure sull'aereo" spieg Moore, con pazienza.
Lei attese, imbronciata. Nel proprio intimo, Jo imprecava contro l'assurda stupidit di quest'uomo. Adesso aveva anche una grande paura, oltretutto.
L'ufficiale si alz, mosse qualche passo in avanti e indietro. "Lei certo lo sa, signora Royce, questi dispositivi radar funzionano egregiamente solo entro determinati limiti. Di fatto, essi presentano gravissime lacune. L'uomo, in pratica, non si dovrebbe considerare intelligente come tende a credersi. Le apparecchiature radar ci dicono che per qualche tempo l'aereo si abbass. Scese a quota troppo bassa, in effetti... cos bassa che non fu pi possibile seguirlo. Esiste addirittura l'eventualit che abbia preso terra..."
"E dove?... Sui ghiacci?"
Il tenente colonnello si strinse nelle spalle. "S. O pu darsi che a bordo abbiano avuto una difficolt momentanea, poi superata.  difficile dirlo."
"Ma che cosa significa tutto questo?" di nuovo chiese Jo, spazientita. "Proprio non sono capace di comprendere dove intende arrivare lei. Per quale motivo non era pi a bordo Rupert, quando l'aereo precipit atterrando a Thule? Dov', adesso? Ecco quello che desidero sapere, quello soltanto."
No, non doveva essere troppo precipitoso, doveva stare attento a non commettere sbagli con lei, e perci l'ufficiale non si scost dall'abituale sua linea di cautela e circospezione. " cos piena di segreti... l'Artide" disse in tono assorto, con un modo esasperante (per Jo) di centellinare le vaste informazioni di cui disponeva quasi desiderasse servirsene per incantarla. " questa la vera difficolt. Segreti americani, segreti russi; e i nostri stessi segreti... per quel poco che valgono. Ignoro quanto le abbia detto suo marito prima di partire per l'Isola Melville, e quanto egli stesso sapesse circa la missione. Pure, i suoi compiti lass concernevano certi particolari aspetti delle condizioni del tempo i venti d'alta quota - che per noi rivestono un'importanza estrema. Vede, questi studi sono direttamente connessi con il problema della caduta di particelle radioattive provocate da esplosioni atomiche."
"A me non importa niente di tutto questo!" proruppe Jo. "S, capisco. Effettivamente ammetto che non si tratta del punto essenziale. Il punto essenziale sta piuttosto nel fatto che nelle regioni polari aerei e sommergibili di entrambe le parti sono costantemente impegnati in esplorazioni di carattere militare. Gli americani, come probabilmente lei sa, hanno creato la pi grande delle loro basi aeree a Thule, e dispongono di un'imponente rete di postazioni radar che attraverso l'intero scacchiere nordico..."
Ormai Jo aveva abbandonato qualsiasi speranza, e lo stava invece osservando con diffidenza. Perch mai non si decideva a metter fuori quello che si era proposto di comunicarle, qualunque cosa fosse? "Allora... stando alle sue parole, Rupert si sarebbe improvvisamente trovato coinvolto in qualche cosa d'insolito?  solo questo che lei  venuto a dirmi?"
Moore le sorrise di nuovo. "Insolito... signora Royce, diciamo piuttosto qualche cosa di normalmente insolito" precis. "Ma lei mi capisce, pu darsi benissimo che da quell'aereo avessero avvistato qualche cosa di strano.  di questo che ci preoccupiamo..."
"S, ma io mi preoccupo soltanto di mio marito" gli fece notare Jo. "Di quel che gli  successo!"
"Oh, signora Royce... anche noi ci preoccupiamo di suo marito. Ma, dopotutto, la questione non pu esaurirsi solo in questo, C' anche dell'altro."
"No, non c' proprio altro per me..."
"Comunque sia..." si affrett ad aggiungere Moore, prevenendola perch comprendeva che stava per inquietarsi: "Gli americani hanno deciso d'inviare un aereo a ispezionare la zona, appena il tempo lo permetter. Ecco... questo  veramente quanto io sono venuto a comunicarle".
Jo comunque non aveva seguito il concetto attraverso i diluiti e preoccupati sentimenti di Moore. Lo aveva piuttosto percepito - e la prova era stata terribile - attraverso la propria epidermide, sicch ora era consapevole che in pratica l'ufficiale stava prospettandole l'eventualit d'una speranza. "Ma dove vogliono inviarlo questo aereo?" domand. "Vuol forse dirmi che sanno dov' Rupert?"
"No, no, no!  proprio questo il problema, in pratica" si affrett a spiegare Moore, mentre con la sua mite e disorientante compitezza si prefiggeva (questo sperava lui, quanto meno) di persuaderla gradualmente a non sperare troppo. "Nell'Artide, d'inverno, esistono scarsissime probabilit d'individuare qualche cosa sui ghiacci. Il tempo  sempre pessimo in questa stagione, e la visibilit nulla. Ma devo parlarle anche di un altro fatto interessante che credo di avere scoperto a Thule... fra i rottami mancavano tutto l'equipaggiamento di salvataggio e anche i paracadute del Dakota.  un fatto che d veramente molto a pensare..."
Jo avrebbe voluto mettersi a urlare. "Gi, sono tutte cose che danno molto a pensare" si limit a dire, invece. "A pensare che cosa, comunque?"
"Che suo marito potrebbe essersi lanciato col paracadute."
"Sui ghiacci?"
"Dove, non lo sappiamo... in qualche posto! Ma questo, la avverto, deve intendersi come un'eventualit estremamente remota."
"Che motivo poteva avere per lanciarsi col paracadute?" L'ufficiale tentenn incerto la testa. " proprio quello che non sappiamo, e che dovremo scoprire."
"Se non era fra i rottami, in qualche posto dovr pur essere..."
"Pu darsi che sia effettivamente finito sui ghiacci" disse Moore. "Questo comunque non sembra molto probabile, signora Royce. Mi sembra di non poterle proprio dire di pi. In ogni modo, e glielo ripeto, manderemo un aereo a ispezionare la zona non appena il tempo lo permetter."
Jo ormai era snervata, si sentiva quasi come una donna in procinto di dare alla luce un bambino. Come le sarebbe stato possibile conservare il proprio equilibrio mentale in un tangente cos estremo?...
"E allora, vuol dire che ancora una volta dovr starmene qui ad aspettare" comment, con fare sconsolato. "Temo proprio di s. Le condizioni del tempo..."
"Oh, io so tutto delle condizioni del tempo all'Artide!" esplose Jo. "Sono sempre impossibili."
"A questo si aggiunge anche il problema dei ghiacci marini, ossia della banchisa ghiacciata che si stende sul mare"
osserv Moore. "Si frantuma continuamente e poi va alla deriva. Non sar problema facile calcolare..."
Jo capiva di non poter pi mantenere per molto la propria espressione composta, sicch proruppe irritata: "Ma perch tutte queste cose non le hanno fatte prima? Molto prima, da settimane...".
"Vede, signora... occorre sempre del tempo per vagliare i singoli elementi. La prego di credermi."
Jo sedette di fronte al caminetto - incurante dell'ufficiale - e si chiese se ora doveva credere morto Rupert, definitivamente. Possibile che fosse veramente accaduto?
La complessit di pensarlo morto adesso le sembrava pi convincente che non il modo semplicistico in cui aveva continuato a conservarlo in vita. Ma perch poi era partito per l'Artide? Perch aveva sempre preteso d'impostare la propria vita su cos assurde regole? Perch doveva amare tanto quei miti... il suo lavoro, la pertinacia con cui voleva dimostrarsi utile? Forse che la vita non era gi abbastanza utile di per se stessa?
"Quando comincerete a cercarlo?" volle sapere Jo, sommessamente.
"Gliel'ho detto, dipende solamente dallo stato del tempo" le disse di nuovo Moore, in tono gentile, giacch comprendeva che lei ora probabilmente si trovava in uno stato d'animo molto peggiore di quanto non fosse stata in precedenza. Per lei sentiva un profondo dispiacere, realmente.
Ma per quanto pallida, Jo evidentemente non intendeva crollare in presenza di un uomo. Era molto chiusa in se stessa, e gelidamente gentile, compita; evidentemente ora non aspettava altro che di vederlo andarsene. Moore fu vagamente contrariato dall'esito sortito, eppure comprese che sarebbe stato molto meglio non lasciarsi andare a parole di cordoglio, di simpatia, sicch si affrett a lasciarla sola prima che crollasse la disciplina che si era imposta, prima che le sue labbra cominciassero a tremare e gli occhi la tradissero.
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Capitolo 7.
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Il vento si era placato, e ora sembrava che li circondasse un'immobilit protratta, sospesa. Nella fusoliera, lo sgocciolio monotono dell'acqua di condensazione si era trasformato in un tamburellare sommesso. Rupert dormiva pesantemente; e intanto Vodopyanov cerc di scaldarsi qualche cosa da mangiare.
" il lume... Si  spento un'altra volta" Vodopyanov disse a Rupert, quando nelle tenebre si accorse che si era svegliato. Gli spieg che non era stato capace di arrivare fino al barile del petrolio per tornare a riempire la lanterna.
Un fioco, vacillante barlume veniva dalla stufa; Rupert cerc di riaffiorare dal pozzo nero e profondo d'una invincibile sonnolenza. Aveva dormito due giorni.
"Se solo fossi capace di tenermi sveglio" si lament con voce spossata nella fredda oscurit.
Al primo momento, aveva pensato all'eventualit d'una intossicazione da ossido di carbonio, e tuttavia la corrente d'aria esistente sembrava troppo forte per giustificare simile possibilit, e vi erano troppi fori, troppe minuscole incrinature nella fusoliera proprio sul lato sopravvento. Ora sospettava di avere una polmonite, poich qualsiasi movimento gli richiedeva uno sforzo tremendo, di gran lunga superiore a quello che si sentiva di fare, e provava quasi una sensazione di nausea tutte le volte che respirava.
"No, non devi cedere adesso" gli stava dicendo Vodopyanov, nel cupo silenzio dell'oscurit giallastra. "Non va poi cos male, Rupert... eh? Non va poi cos male..." continu a ripetere il russo per infondergli un po' di coraggio.
Rupert desiderava solamente dormire, null'altro che potersi di nuovo abbandonare alla sonnolenza nel vuoto da cui erano circondati... e non solo nelle tenebre, ma in quel freddo e compatto e gremito e piccolo e nero mondo. A malapena intravedeva Vodopyanov, e gli appariva solo come un'ombra oscura e sporca infagottata in un ammasso di stracci. A vederlo, quasi gli venne da ridere... ecco che cos'erano, dunque: due uomini sigillati dentro una fusoliera, in una completa eppure immensa limitazione, mentre all'esterno, al di l delle pareti metalliche, si stendeva un mondo ghiacciato che a meno d'un centinaio di metri gi si trasformava nel nulla. Un centinaio di metri, e si sarebbero smarriti per sempre nella buia notte profonda e nella sconfinata distesa opaca e grigiastra di neve che con sommesso lamento si perdeva sino a lontani, sconosciuti orizzonti, privi di vita.
"Faresti meglio ad alzarti" gli disse Vodopyanov.
"S, lo so" fece Rupert, impotente.
Quel pensiero lo sgomentava... dover emergere dal suo caldo seppure misero fagotto di stracci, e stare in piedi. Anche stare in piedi era un miracolo, per lui. E tuttavia doveva vestirsi, e andare a prendere della neve per farne acqua e riempire la lanterna e anche la stufa.
Un minuto, un altro minuto ancora.
"Bisogna che ti alzi!" grid di nuovo Vodopyanov, pi forte. "Su, coraggio... Rupert! Alzati, eh? Non fai bene a far cos."
Rupert si alz. Lo stimolo lo aveva punto. E si era quasi risentito per l'insistenza di Vodopyanov. "Va bene, va bene!" disse irritato.
"Benone! molto meglio in piedi, eh?" fece Vodopyanov, in tono apparentemente allegro.
Rupert si liber delle coperte e lentamente cominci a indossare i sudici e disgustosi indumenti di lana e poi la sudicia camicia e il giubbotto e le calze e gli stivali e tutto con la sensazione di essere un uomo completamente svuotato... un uomo senza interno, senza sostegno. Riemp di petrolio la stufa e poi la lanterna, e poi l'accese; e infine prese la pala e la latta che usava per la neve e and nella galleria d'ingresso che trov completamente ostruita. Fu costretto a sedersi prima di mettersi a lavorare.
"Rupert!" sent gridare.
"Aah, ma cerca di stare un po' buono" grid Rupert, di rimando.
"Alzati" disse decisamente Vodopyanov. "Non vorrai metterti a sedere, eh? Su, per favore, alzati, Rupert."
La sua voce non denotava panico, solo un'esortazione imperiosa, drastica. Royce sent che il russo voleva solamente aiutarlo a salvarsi. Voleva sempre salvare qualcuno, questo russo; Rupert rise dell'assurdit. La sua fiacca e impotente voglia di ridere con lo stomaco vuoto e senza la minima energia (no, non pi forza, ma una strana, deliziosa debolezza sembrava inondarlo) per il momento non lo preoccupava. Anzi, per la verit, faceva quasi piacere provare un senso di cos fatua disintegrazione, che andava via via pervadendo l'intero suo essere.
"Mi dispiace" si scus con Vodopyanov. "Ma sto bene. Non preoccuparti."
Dovette mettersi a scavare con la pala nella neve che formava i lati della galleria; si accorse che si era completamente gelata, solidificata. Tent in un altro punto, e anche qui non fu capace di staccare neppure un frammento. Era troppo debole. Continu i suoi tentativi di staccare un po' di ghiaccio o di neve solidificata per riempire la latta e poter cos ricavarne dell'acqua, ma incontr in ogni punto un'enorme resistenza. La voglia di ridere si estinse. Gi stava piangendo per l'inutilit dei suoi sforzi (disperati!) quando finalmente trov un tratto abbastanza cedevole, dove forse doveva essere l'apertura.
"Oh, mio Dio" disse, il volto inondato di lacrime. "Stavolta questo mi ha salvato."
L'apertura della galleria era ostruita, ma questo non aveva eccessiva importanza... Significava solo che ora si trovavano chiusi all'interno della fusoliera, sigillati; e certamente sarebbe occorso un arduo sforzo per abbattere la parete di neve. Rupert comunque raschi appena quel tanto che gli fu sufficiente a riempire la latta, e poi la port nella fusoliera con la lanterna.
"Siamo sigillati, chiusi ermeticamente" annunci a Vodopyanov.
Fu tutto quello che pot dire, perch si sent molto male e stord e cadde sul mucchio delle coperte e vi giacque inerte sforzandosi di conservare la conoscenza come un uomo che si sforzi di sopravvivere in mezzo a una folla che lo comprime da ogni parte. Ed era certo un oblio estremamente affollato quello che lo tormentava, eppure seppe sortirne.
"... dev'essere la lanterna" sent che diceva Vodopyanov, con voce allarmata. "Devi essere intossicato."
"Come... che cosa dici?" fece Rupert. "cosa?"
"Devi essere intossicato" ripet Vodopyanov. "Si capisce da come ti comporti. Anche i sintomi... sono gli stessi, caratteristici. Ti senti male?"
"No, debole" spieg Royce. "Molto debole."
"S, dev'essere l'atmosfera intossicata" si ostin Vodopyanov, e lo esort ad alzarsi un'altra volta in piedi.
"Non continuare a dirmi le stesse cose" gemette Rupert, pi stanco che irritato. "Non  possibile."
"Te lo devo dire, per forza. Alzati..." Ma Rupert non era in grado di alzarsi. Non poteva nemmeno pi discutere con Vodopyanov. Troppo difficile, complicato. Forse avrebbe potuto essere avvelenamento da ossido di carbonio, e tuttavia, non si sa come, in un ultimo barlume d'intelligenza, gli sembrava di comprendere che dalle incrinature del lato sopravvento della fusoliera entrasse ancora una corrente d'aria troppo viva. E poi, perch non succedeva la stessa cosa anche a Vodopyanov?
"Sono vicino alla galleria d'ingresso, io" disse Vodopyanov, come gli avesse letto nel pensiero. "E pu darsi che io non sia cos..." non gli fu possibile trovare la parola inglese per ci che intendeva dire, sicch cominci da capo. "Pu darsi che io resista meglio, ecco il motivo. Ci arrivi?" concluse, con uno dei suoi improvvisi e irritanti americanismi.
"Ma ce n' fin troppa di aria" protest Rupert, semiaddormentato.
"Non basta!" grid Vodopyanov. "Dovremmo farne entrare di pi. Ecco... questo  quel che devi fare."
Ma come fare entrare pi aria senza che l'ambiente divenisse troppo freddo?
Nella fusoliera, la temperatura era gi sotto zero. Praticando altre aperture sarebbe diminuita ulteriormente. E tuttavia il concetto era logico, inconfutabile: Rupert cominci a essere scosso da violenti conati di vomito - a vuoto, spasmodici - e quello era un inconfondibile sintomo dell'avvelenamento da ossido di carbonio, a causa del quale (Rupert se ne ricordava perfettamente) avevano perso la vita moltissimi esploratori artici... molti di pi che non per il freddo.
"Penso anch'io che sia questo il motivo" mormor Rupert, con fare trasognato.
"Che cosa stai dicendo? Su, alzati. Per l'amor di Dio... alzati Rupert!"
"Forse hai ragione" disse Rupert, sommessamente. Ma gi si sforzava di pensare distintamente al nuovo nemico.
A nessuno dei due pass per la mente di spegnere la stufa e la lanterna... la vera, unica causa dell'avvelenamento. Ma sarebbe equivalso a spegnere la vita stessa in quella sudicia e oscura tana. Rupert, comunque, fu capace di alzarsi un'altra volta in piedi, e per qualche istante ascolt i consigli di Vodopyanov.
"Ma s... lo so, lo so!" grid, irritato. Sapeva gi che cosa doveva fare. Vodopyanov invece stava dicendogli di praticare un foro nella fusoliera sul lato sottovento, un foro che poi - volendo - avrebbero potuto in qualche modo otturare. Ma Rupert sapeva che quella sarebbe stata un'apertura troppo diretta, troppo fredda. Ormai aveva cominciato a odiare il freddo con un terrore convulso, trascendente.
"Troppo freddo" disse a Vodopyanov, concisamente. "Non pu servire, davvero."
And a prendere l'accetta, e con quella cominci decisamente a svellere un tratto di tubazione d'alluminio che proteggeva un fascio di cavi e tiranti. La tubazione proseguiva verso l'estremit posteriore della fusoliera, che a suo tempo aveva bloccata colmandola di neve. Rupert vi si accan, aggrappandovisi debolmente, e finendo a terra stremato di tanto in tanto, e tuttavia ogni volta si rialzava, e ogni volta si metteva a strappare furiosamente... finch non gli riusc di staccarne dalla parete un tratto di due metri, forse due metri e mezzo. Allora si distese per prendersi un attimo di riposo. Ma Vodopyanov quasi subito lo richiam con le sue grida da un indistinto, nebbioso stato di semincoscienza.
"No, non lo devo pi fare" si disse Rupert ad alta voce. "Non devo lasciarmi andare in questo modo."
Nondimeno s'impossess di lui un'altra volta l'euforico stato di dissociazione mentale, sicch si mise a sedere, sul pavimento, e prese a chiacchierare amabilmente con Vodopyanov... gli disse che cosa sua moglie avrebbe pensato di tutta quella faccenda. "Mia moglie non mi somiglia per niente. No, non esistono zone grigie nella vita di Jo... assolutamente nessuna zona grigia. Oh, non c' che dire, a suo modo va benissimo, solo che lei giudicherebbe assurda la nostra situazione... mi puoi credere" disse con una risatina chioccia, stridula. "Bench..."
"Lasciale perdere queste cose, adesso" grid Vodopyanov. "Avanti, continua il tuo lavoro. Alzati, e continua a fare quello che stavi facendo. Oh, se solo fossi capace di muovermi!" esclam infine, angosciato e impotente.
"S, vero!" Rupert sent che gli diceva la propria mente. "Devi, devi continuare..."
Riprese a svellere la tubazione. Si era gi formato in mente un progetto meraviglioso, lo vedeva distintamente. Pensava di tagliare in due la tubazione, e poi collegare i due tronconi per il lungo, formando un condotto ad angolo, che poteva fissare con alcuni pezzi di cavo. Poi, dopo aver praticato un foro nella parete, dalla parte sottovento, vi avrebbe infilato un'estremit dello sfiatatoio; e sarebbe infine uscito per salire sulla fusoliera e fissarlo dall'esterno... avrebbe cos ottenuto un ottimo dispositivo di ventilazione senza causare un eccessivo calo della temperatura interna!
Riattacc a lavorare al suo progetto, e con l'accetta prese a spaccare in due la tubazione.
"Fermo! Fermo!" gli url Vodopyanov.
"Che ti prende, adesso?" volle sapere Rupert.
"Che cosa stai facendo? Cos rischi di farti male a un piede! Non vedi che hai gi cominciato a tagliare le coperte?..."
"Ma no, no..." fece Rupert. "Va bene cos."
Guard il tratto di tubazione che aveva appoggiato sul mucchio delle coperte, not le tremende intaccature che gi lo solcavano. Aveva l'accetta a mezz'aria. Si volt stupito a fissare Vodopyanov, che si era gettato gi dalla brandina nel tentativo di portargli via la tubazione.
"cosa cerchi?" domand Rupert.
"Non capisci pi quello che fai" disse Vodopyanov. "Metti gi l'accetta, per prima cosa... eh? mettila gi, Rupert..."
"E perch?" protest Rupert, indispettito. "Lo so io quello che devo fare."
"Mettila gi" mormor stremato Vodopyanov, che stava perdendo le forze.
Rupert assest un altro colpo d'accetta. Poi s'interruppe, e si avvicin al russo per dargli una mano a tornare sulla brandina. Gli si sedette di fianco, cominciando a spiegargli quello che pensava di fare per ottenere lo sfiatatoio. Vodopyanov non lo ascoltava, comunque: si sforzava solo di strappargli l'accetta dalle mani. Rupert la strinse pi forte. Che cosa diavolo voleva farsene dell'accetta Vodopyanov? Fiss il russo, e scoppi a ridere dicendogli con fare conciliante che i russi avevano sempre un'aria stranamente omicida. Vodopyanov non volle stare allo scherzo, tuttavia.
"Non occorre che ti preoccupi" gli disse Rupert.
Si alz, e con passo incerto si avvi lungo la fusoliera. Vagamente ud la voce del russo che gli gridava di fare attenzione alla stufa. Cadde diverse volte, ma finalmente cominci a mettere in pratica la seconda parte del suo progetto: aprire un foro nella fusoliera. Ma doveva fare attenzione, e praticarlo dalla parte sottovento. Non riusciva a vedere distintamente. Era tremendamente scuro. Per era certo che andava tutto bene, tutto. Un punto qualsiasi, un po' pi a destra o a sinistra... Rupert si mise a vibrare tremendi colpi con l'accetta, e pi volte cadde, e si rialz, sempre deciso a portare a compimento il suo progetto. Doveva, doveva assolutamente riuscirci...
"Andiamo bene?" domand a Vodopyanov, il quale non cercava neppure pi di parlare ma osservava impotente i colpi che all'impazzata vibrava con l'accetta contro la fusoliera.
Dopo un ennesimo, gigantesco fendente che apr un lungo squarcio nella parete metallica, Rupert fin a terra un'altra volta, e vi rimase... muto e stravolto, gli occhi sbarrati, accartocciato su se stesso, e tuttavia assaporando la gioia della vittoria. Ma era veramente una vittoria? Non se ne sentiva molto sicuro. Mentre si abbandonava sul fianco, gli giunse lontanissima la voce di Vodopyanov... stava gridando infuriato in russo.
"Nichevo!" bisbigli allegramente Rupert, e perse conoscenza.
Dopo aver assistito a quell'assurdo spettacolo, Vodopyanov comprese che assolutamente non poteva permettersi di perdere la testa, per quanto grande, angoscioso fosse lo spavento che lo invadeva. Rest qualche tempo a giacere immobile, sforzandosi di stabilire che cosa gli conveniva fare. Ma che cosa mai avrebbe anche solo potuto tentare? Per il momento, ancora non era in grado di capire se l'inglese fosse morto. Lo intravedeva appena... accartocciato in una massa informe di fronte allo squarcio che aveva aperto nella parte bassa della parete, sul lato sopravvento; e gi nella fusoliera penetrava tagliente come una lama l'aria gelida.
"Lo so! Lo so!" si disse ad alta voce Vodopyanov, quando ebbe preso la sua decisione.
In qualche modo doveva pure avvicinarsi all'inglese per vedere in che condizioni si trovava, giacch se era veramente morto gli sarebbe toccato fronteggiare una situazione molto difficile.
"Nu, Tovarish" mormor fra s il russo, malinconicamente. "Coraggio! Devi... devi farcela, assolutamente!"
Eh, s, facile, Tovarish... semplice cosa dire a te stesso ci che devi fare, semplice ordinarti di farcela! Ma un uomo paralizzato dalla cintola in gi, e debole anche nella met superiore del corpo, in pratica  un uomo impotente, qualunque ordine il suo cervello pretenda di trasmettere al corpo.
Quasi rovesciando la lanterna, Vodopyanov si gir sul fianco lasciandosi cadere dalla brandina.
Il dolore lo fece urlare. Temette di svenire. Giaceva sul ventre incapace di tornare a girarsi sul dorso, e il ventre gli ardeva come se contenesse una sfera di fuoco. Se avesse almeno potuto sentire le gambe, la schiena... Vodopyanov si sforz di concentrarsi. Stava sudando. Aveva il volto inondato di lacrime. Chiam a raccolta tutte le forze, impart disperati ordini alle gambe. Eccole, le sue gambe... e tuttavia gli era assolutamente impossibile muoverle. Con ogni sua forza si era disperatamente imposto d'imprimere loro almeno una traccia di movimento, ma le gambe ostinatamente si rifiutavano.
"Chort! Chort!" grid Vodopyanov, furiosamente; e per un attimo chiuse gli occhi. Sollevando il mento poteva scorgere l'accartocciata massa formata dal corpo dell'inglese... quasi un indolente, irsuto spaniel avvolto in un mucchio di logori cenci. Ma Vodopyanov era nudo dalla cintola in gi, e questo non gli avrebbe certamente giovato, a contatto del pavimento, soprattutto perch non aveva pi nessuna sensibilit negli arti inferiori.
Cerc di trascinarsi avanti. Riusc ad afferrare con una mano il sacco a pelo di Rupert, ma si spostava. Ogni cosa si spostava. Si spostava perfino la stuoia che copriva il pavimento metallico. Vodopyanov la strapp infuriato, e cerc di affondare le nude dita nel metallo gelido per trascinarsi avanti. Era impossibile aggrapparsi al metallo, eppure il russo piant le unghie nelle sottili fessure intorno ai rivetti.
Non sarebbe stata difficile impresa se avesse avuto un po' di forza, ma ormai si era ridotto a uno stato di estrema debolezza, quale avrebbero potuto essere le forze d'un bambino, sicch era letteralmente stremato quando infine giunse vicino a Rupert. Gli giacque accanto, aspirando a pieni polmoni la fredda corrente d'aria che lentamente filtrava dallo squarcio nella parete.
"Ah, Vodopyanov" si disse, malinconicamente. "Questa non  certo la tua giornata buona."
Si fece pi vicino, e prov a toccare quell'inglese che sembrava uno spaniel e che gi aveva gli arruffati capelli e la barba induriti dal gelo.
"Sei ancora vivo?" grid Vodopyanov. "Eh?... Perch non ti svegli?"
Rupert era vivo, e lo si capiva dagli occhi e da come aspirava l'aria attraverso il naso: gli occhi erano semiaperti, i lunghi peli dritti della barba oscillavano dolcemente sul suo labbro superiore.
"Ti ringrazio, ti ringrazio di questo!" esclam Vodopyanov, senza sapere con esattezza chi stesse ringraziando. Chi ringraziava, forse, era proprio quell'inglese, perch sapeva che quell'inglese significava tutto anche per la sua stessa esistenza.
Adesso, comunque, occorreva trascinarlo al riparo, e cercare d'infilarlo nel sacco e fra le coperte, sicch cominci con ogni mezzo a spostare Rupert - dapprima con le mani e con la testa e infine con i denti - spingendolo e trascinandolo e facendolo rotolare. Ma com'era enorme... questo molle, immenso corpo di carne inglese! In realt, Rupert era molto magro e tutt'ossa; eppure che gigante sembrava. Ah, che gigante...
Vodopyanov non seppe mai quanto tempo gli occorse, n come gli fu possibile farlo, e tuttavia, dopo aver coperto l'inglese, dopo essere stato capace almeno di quello, egli si sent le braccia pervase da una spossatezza troppo grande per consentirgli di mettere al sicuro anche se stesso. Aveva fatto tutto il possibile. "Aspetter un momento, mi fermer qui solo un momento per riposarmi" si disse. Pure, fu capace di superare anche quella pericolosa tentazione; e lentamente cominci a trascinarsi verso la brandina. Ne tir gi il sacco e le coperte; e s'infil nel sacco (prima la testa, poi tutto il resto, in uno strano, complicatissimo modo, e nondimeno vi entr) e vi giacque percorso da lunghi tremiti fra l'oscurit e indistinti albori, fra le parole sconclusionate che andava mormorandosi e il silenzio dell'intangibile, formidabile mondo che gli si stendeva intorno.
Per Vodopyanov fu quasi un'esperienza metafisica... e lentamente, gradualmente scivol in un profondo sonno senza sogni.
Si svegliarono anche, a tratti, e di nuovo erano preda del sonno.
Una volta, Vodopyanov riusc perfino a scaldarsi qualcosa di simile a uno stufato con farina d'avena, usando dei dadi di carne, e lo mangi direttamente fuori della lattina; ma non gli fu possibile svegliare Rupert, sicch un'altra volta si sdrai sulla schiena e pens a sua moglie e al suo matrimonio che ormai era senza figli. Avevano avuto una bambina, anni prima. "No" sospir Aleksej, sconsolatamente. "Non esisteranno altri Vodopyanov." Ma Nina doveva sposarsi di nuovo, sicuro. Lo doveva dimenticare un po' per giorno, un po' di pi ogni giorno. Era come se fosse gi morto, praticamente; e ormai anche il dolore di sua moglie avrebbe dovuto essere gi sorto e scomparso. Di gi, e per necessit, la vita di sua moglie avrebbe dovuto essersi lasciata indietro le memorie del passato.
Sapeva che non era vero, invece. Si erano sempre sostenuti l'un l'altra troppo intimamente, erano sempre stati troppo uniti perch questo potesse veramente accadere. A Nina sarebbe occorso molto tempo prima di riprendersi. Aleksej, in verit, capiva che desiderava sopravvivere a quell'orrenda prova non fosse altro che per risparmiare alla moglie un altro terribile dolore, un'altra brutale tragedia.
"Ma Nina..." si sorprese quasi a suggerirle: "Non andare a sceglierti un pilota, stavolta. I piloti stanno via troppo tempo, sono sempre troppo lontani. Hanno sempre un piede sulla strada che conduce a queste tragedie. I piloti non sognano altro che una casa accogliente. Desiderano stare in un solo posto... un appartamento caldo, con tante, tante luci bianche, intense.  questo che vogliono trovare i piloti quando tornano a casa. E non litigare mai con i vicini, n mai abitare in una strada fangosa, n mai doversi preoccupare che la postina perda qualche lettera.;.".
Preoccupazioni sue, queste, e non di Nina, eppure lui sospirava e desiderava per la moglie ogni fortuna e felicit. Un uomo giovane, magari; e dei bambini. La voleva felice. S, doveva pur essere possibile trovare un mezzo perch lei avesse dei bambini. Nina doveva trovare il mezzo d'interrompere la sfortuna che l'aveva sempre perseguitata coi bambini. Adesso avrebbe dovuto avere almeno un figlio, oppure una bambina... e viva, bella, ridente: "Galja! Galja!" mormor in un sospiro Aleksej. Una testimonianza di se stesso da tramandare all'interminabile, bianco futuro. Capiva di amare d'infinito amore la sua morta Galja, gli altri suoi figli che non sarebbero mai nati... i bimbi dai faccini lustri, i capelli lisci, spazzolati, e l'infantile loro perfezione e allegria. Aleksej ne sentiva la mancanza - e proprio per l'amore che portava a Nina - pi che di qualunque altra cosa nella sua tragedia; e malinconicamente si volt verso l'inglese per vedere se fosse finalmente riemerso dall'avvelenamento e dal sonno.
"Rupert!" lo chiam.
Royce non fu capace di uscirne. Si agit leggermente, ma non rispose.
Vodopyanov si sentiva molto sentimentale. Avrebbe voluto mettersi a parlare della sua vita trascorsa proprio perch adesso si trovavano ridotti veramente male, e tanto valeva finire riandando nel ricordo una vita ben vissuta.
Ma poi, per qualche momento, parve udire uno strano suono che proveniva da un mondo sconosciuto, dimenticato.
Fuori non c'era pi vento, o pochissimo. Il tenue crepitio e il sibilo del nevischio duro, granuloso sul metallo della fusoliera formava un suono fugace, anche se continuo. Altri suoni si udivano, ugualmente smorzati... La lanterna, la stufa diffondevano una sorta di ronzio sommesso, la fusoliera strideva e cigolava, e i ghiacci, a intervalli, si spezzavano con cupo, echeggiante schianto, nel sollevarsi, o quando venivano compressi, increspati.
Ma Vodopyanov era certo anche di un altro suono, fuori: il distante brontolio di un aereo.
Ne fu immediatamente convinto. Era un aereo, lo era senza dubbio, e per quanto s'irrigidisse ancora qualche attimo ad ascoltare, sbalordito, cap subito la vera fonte del suono.
"Mio Dio! Mio Dio, Rupert!" grid Vodopyanov. " un aereo, un aereo! Senti, un aeroplano! Alzati, alzati!" L'eccitazione, l'orgasmo lo avevano fatto parlare in russo.
Impossibile smuovere Rupert, tuttavia. Emise solo un mormorio per far capire che aveva sentito, ma nient'altro.
Vodopyanov fu colto da una specie di frenesia, e intanto seguiva continuamente il flebile suono - quasi un lontano ululato - dell'aereo che si avvicinava. Pur esitando a perdere quel suono, anche per un solo istante, il russo si gir sul fianco e con tutte le sue forze tir i capelli e la barba di Rupert, e di nuovo cominci a gridare:
"Oh, alzati... Ehiii!  un aereo. C' un aereo che vola sopra di noi, fuori. Un aereo, e bisogna che tu ti alzi. Ti prego, Rupert! Per amore dei tuoi figli, alzati!"
Si sporse in avanti, e ferocemente addent un orecchio di Rupert.
Royce si agit, apr gli occhi piagati. Fiss inebetito Vodopyanov, ma il russo continuava senza stancarsi a gridare la stessa parola, e Royce, alla fine, lo sent e riemerse dall'oscuro antro in cui vagava smarrito, chiedendosi che cosa significasse il viso selvaggio e congestionato del russo a un centimetro dal suo.
"Devi andar fuori, sul ghiaccio... a farti vedere." Vodopyanov lo scuoteva, lo picchiava spietatamente, e la sua faccia sembrava una maschera fantomatica, irreale. Di nuovo l'emozione lo fece parlare in russo, e allora, finalmente, Royce ud anche l'aereo.
"Non ce la fai ad alzarti?" lo implorava Vodopyanov, adesso. "Forza! Forza!"
Lentamente Royce cominci a capire che cosa stava accadendo, che cosa si voleva da lui: lo cap appena, e tuttavia abbastanza distintamente. Un aereo?... S, lo aveva capito, c'era un aereo, e questa realt se la tenne ben stretta quantunque di continuo cercasse di sfuggirgli dalla mente.
Era ancora intontito, anestetizzato. Si alz in piedi, comunque, e vacillando e inciampando rovin addosso a Vodopyanov, che rantol per il dolore. Infine riusc a rialzarsi, e disse: "Aspetta... Per amor del cielo, aspetta!". Prese il lume e barcollando s'infil nella galleria d'ingresso, ma cadde pesantemente. Il lume si spense. Vodopyanov rantol di nuovo.
Royce giaceva immobile, e accanto a s sentiva il russo: lo ud che cercava tastoni la lanterna, e poi trovarla, riaccenderla... Si chiese come avesse mai potuto farlo.
Una fioca luce gli mostr Vodopyanov, semiriverso al suolo: cereo, sudato, tremante.
"Devi scavare, devi andar fuori... Rupert. Io non posso."
Vodopyanov si abbatt col viso contro il suolo, esausto. Rupert si alz e con la pala prese a scavare sui due lati della galleria, ma la neve era gelata, era troppo dura per i suoi deboli colpi, sicch alla fine rientr brancolando nella fusoliera e trov l'accetta e torn nella galleria e cominci a vibrare colpi contro la neve delle pareti senza sapere perch... eppure avendone la netta percezione. In che punto poteva spezzarla? Perch non cedeva? Perch non gli riusciva di abbatterla?
L'aereo era vicino, e probabilmente non doveva nemmeno essere molto alto. Ma Rupert invano vibrava colpi alle pareti di neve ghiacciata con le sue deboli, esauste braccia: non gli era possibile aprirvi una breccia.
"Pi forte! Pi forte!" gli grid Vodopyanov, disteso al suolo. Poi aggiunse in russo: "Se non ce la fai, andranno via... andranno via...".
Ora il ritmo del motore sembrava giunto al massimo: non era direttamente sopra di essi, ma molto vicino... E Rupert inutilmente colpiva il ghiaccio senza spezzarlo.
"Non posso farcela" disse Rupert. "Inutile, non c' speranza..."
"Ma s che puoi" cerc d'incoraggiarlo in russo Vodopyanov, udendo che il rumore dell'aereo cominciava lentamente ad affievolirsi. "Ah, Rupert, per l'amor di Dio... eh? Devi lottare, adesso. Non abbiamo altre speranze. Devi lottare, lottare..."
Che significato aveva tutto questo?... si chiedeva Rupert.
Non era convinto di poterlo fare; e tuttavia vibr un tremendo colpo d'accetta contro la parete di ghiaccio, e di nuovo cadde al suolo.
Ma l'aveva sfondata.
Il resto fu facile: si rialz e demol le punte di ghiaccio intorno al foro, e altro ghiaccio cadde da sopra e altro ancora dai lati. Ora esisteva una larga apertura.
"Prendi la lanterna..."
Rupert la prese, e si sent di colpo addosso l'aria gelida, prov un'impressione di nausea; ma si spinse ugualmente fuori dell'apertura... e fu sbalordito. La segregazione era stata cos assoluta e completa da fargli dimenticare la spaziosit immensa e l'incredibile colore di lucido, scuro azzurro del ghiaccio e della notte. L'aria era tersa, limpidissima. Il mondo gli parve cos grigio e terribile e vuoto che per un istante dimentic l'aereo.
Poi se ne ricord, e contemporaneamente sent l'aria entrargli fino in fondo ai polmoni. Dov'era l'aereo?... Poteva sentirlo, non molto lontano. Guard in su, e comprese che doveva essere l'oscurit del mezzogiorno piuttosto che quella notturna. Verso sud-est il cielo era debolmente pi chiaro.
Vide l'aereo. Le luci di posizione sembravano ammiccare, e il motore rombava sommessamente.
"Torna indietro!" gli grid Rupert.
L'aereo si stava allontanando. Rupert fece oscillare la lanterna, l'agit violentemente avanti e indietro come se dall'aereo potessero vederla; ma non la videro.
Inciampando, egli accenn anche a inseguirlo per alcuni passi... ma per che scopo? L'aereo stava scomparendo verso sud sullo sfondo chiaro dell'orizzonte, e non era neppure molto alto, ma gi lontano, lontanissimo.
...
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Capitolo 8.
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Rupert ne fu sgomento, quando comprese com'erano stati prossimi a morire; e gi - di fatto - si stavano preparando a desistere gradualmente anche da un'estrema, eppure debole volont di lottare. Erano stati pronti a sparire in silenzio...
Ma il mondo esterno lo aveva salvato. E non tanto l'aria fredda, pungente, quanto lo stesso mondo, il grigiore circostante, la bianca notte ghiacciata, la deserta, diafana immensit dell'orizzonte in cui esistevano.
"No, adesso basta con questa vita come bachi dentro un bozzolo" Rupert dichiar a Vodopyanov, ancora debolmente. Non era guarito del tutto.
Vodopyanov era molto depresso per l'aereo. Entrambi, dopo la sua scomparsa, erano stati assorti, silenziosi, e per due giorni avevano atteso di momento in momento di sentirlo tornare; ora per capivano che non sarebbe pi tornato.
"Quell'aereo ci stava cercando" disse Vodopyanov.
"Sei proprio sicuro?" gli domand Rupert. "Comunque fosse, a noi sarebbe servito poco. Che cosa potevano fare?... Nessun aereo potrebbe atterrare con un ghiaccio cos accidentato."
Era una menzogna. Lui stesso si era sorpreso vedendo fino a che punto il vento aveva spianato molte delle asperit, e com'erano uniformi e lisce le grandi estensioni di nuovi ghiacci; ma di questo tacque a Vodopyanov. Il russo non aveva visto.
Discussero a lungo, amaramente dell'aereo, e sebbene non fosse ancora completamente fuori pericolo, o del tutto vigile, pronto, Royce comprese che il suo compagno (nel fondo della propria sofferenza) stava di nuovo contemplando il nobile gesto. Vodopyanov ovviamente pensava che di essi almeno uno doveva sopravvivere, che in qualche modo uno solo avrebbe forse potuto sottrarsi alla morsa dei ghiacci; e il russo sapeva fin troppo bene di costituire il vero fardello.
"Ascoltami..." Rupert disse a Vodopyanov, quasi supplicandolo: "Se in qualche modo non mi riesce di portarti via da qui, allora mi sai dire per quale motivo avrei fatto tutto quello che ho fatto?".
Vodopyanov non avrebbe mai ammesso quanto aveva in animo di fare. Rupert, nondimeno, conosceva perfettamente che cosa stava pensando. E non lo perdeva mai di vista, consapevole che presto o tardi il russo avrebbe certamente tentato di mettere in atto i suoi propositi... da gentiluomo, ma suicidi. Il mancato avvistamento da parte dell'aereo lo aveva profondamente demoralizzato.
Nel frattempo, Rupert aveva stabilito di ordinare nuovamente la loro esistenza sulla base di uno schema preciso, e cominci quindi, anche se con grandi sofferenze, a lavare e curare le proprie piaghe, e a costruire una nuova galleria di neve, con un'uscita sufficientemente larga, e disposta sottovento, affinch si potesse tenerla sempre sgombra e aperta. Questo lo estenu, e tuttavia era ben deciso a non cedere una seconda volta. Con un cuscino e della neve compressa ottur lo squarcio aperto nella fusoliera, e pratic un altro foro - pi in alto e meglio fatto - che scherm con stoffa di paracadute. In seguito, Rupert suddivise ogni giornata in una serie di brevi turni, controllabili, alcuni dei quali trascorreva all'esterno, anche quando il tempo era brutto.
Ma quel che soprattutto lo preoccupava era Vodopyanov, sicch cominci di nuovo a farsi dare lezioni di russo; e apprest inoltre in modo assai ostentato gli strumenti di navigazione per il giorno (cos egli spieg al compagno) in cui gli fosse finalmente stato possibile fare il punto e sapere dove si trovavano. A un'estremit della fusoliera, Rupert riprese anche a costruire con grande attenzione la slitta. Ora massaggiava ogni giorno le inutili e fredde gambe del compagno; e pose mano al caos esistente a fianco della brandina del russo, e dopo aver pulito con cura vi sistem un pozzetto predisposto con ghiaccio e neve.
No, non gli occorreva certo creare artificiosamente il piccolo mondo in cui vivevano... quegli elementari doveri di sussistenza; di fatto aveva molte pi cose da fare di quante il tempo gli avrebbe mai consentito. E ogni giorno, adesso, nella ritrovata, evanescente ora del mezzogiorno, Rupert si avventurava fuori della fusoliera, e percorreva i dintorni, sia pure con passo rigido, affaticato, cercando eventuali provviste, o comunque qualsiasi altra cosa; e sebbene non sperasse di dissotterrare gran che dai ghiacci ora spianati (anzi, gli tocc coprire di nuovo una delle salme dei russi) un giorno ebbe la fortuna di scoprire il battellino di gomma mezzo sgonfio e accartocciato in una strana massa di ghiaccio all'estremit d'un rialzo di neve, e li accanto il suo paracadute completamente ghiacciato.
"Proprio un colpo di fortuna, questo" disse a Vodopyanov, mentre trascinava il battellino nella fusoliera. "Potr servirci quando ci metteremo in viaggio."
Ma come... Rupert aveva intenzione di partire con quell'arnese? volle sapere Vodopyanov.
"No. Per quando saremo in viaggio, pu darsi che questo ci torni utile" spieg Rupert. " abbastanza grande per due persone, e anche per un po' di provviste."
Vodopyanov scoppi a ridere. "Ma io soffro il mal di mare" protest.
Un po' per volta, il russo aveva riacquistato la sua vecchia giovialit, e inoltre, adesso che la luce meridiana cercava di emergere dall'interminabile prigionia delle tenebre, si dimostrava estremamente curioso di tutto quanto avveniva fuori. Ne chiedeva notizie a Rupert, con minuzia. Faceva molto chiaro? E i nuovi ghiacci... si accavallavano in grandi cumuli sovrapposti, o erano piani? Rupert ora non gli nascondeva pi niente, poich capiva che il compagno conosceva molto a fondo l'Artide. S, gli spiegava, si scorgevano grandi estensioni pianeggianti. Per adesso i ghiacci non erano ancora solcati da fratture o canali, ma Vodopyanov, nondimeno, era convinto che stessero andando alla deriva sulle acque dei mari artici, sicch in quel momento dovevano con ogni probabilit trovarsi molto pi a settentrione della Groenlandia, se non addirittura al Polo Nord, era quella la direzione che generalmente seguivano i ghiacci alla deriva.
"Appena il tempo diventa un po' stabile" gli promise Rupert "io far in modo di portarti fuori, cos potrai vedere con i tuoi occhi."
Ma il tempo torn a mettersi al brutto. Ancora una volta su di essi si abbatt il vento, che squass il misero abitacolo. Ancora una volta la luce del giorno spar quasi completamente, mentre sotto l'implacabile impeto del vento l'intera fusoliera si sollevava e vibrava e crepitava e cigolava. Tuttavia Rupert non interruppe le sue quotidiane escursioni all'esterno, quantunque il freddo a volte fosse cos acuto e tagliente che a stento poteva percorrere pochi metri accanto alla fusoliera, spesso accovacciandosi per difendersi dal nevischio portato dal vento, e quasi desiderando di morire. In quell'angoscia di oscurit e desolazione, Rupert pensava spesso di essere gi divenuto lapide di se stesso... e se non dell'apparenza esteriore, quanto meno delle sue vecchie teorie sull'autosufficienza dell'individuo e sulla necessit che l'uomo sia in grado di bastare a se stesso anche in un mondo superaffollato. E qui, fra i ghiacci... come si applicavano le sue teorie per l'esistenza in un ambiente incivilito, adesso che se cercava di camminare da solo inciampava e cadeva nell'oscurit pi fitta, avvertendo intorno a s l'imminenza della fine per annichilimento fuori della fusoliera, e l'inutile, vacuo messaggio del tempo quando si trovava all'interno?
"Pensare che una volta avevo delle idee saldamente radicate" disse un giorno a Vodopyanov, mentre, percorso da violenti brividi, si toglieva di dosso gli abiti e affrettatamente s'infilava nel suo sacco a pelo e subito se lo tirava su intorno al mento e aspettava che il naturale tepore del corpo lo aiutasse a scaldarsi. "Sicuro, avevo una meravigliosa teoria... secondo cui l'uomo dovrebbe sempre sapersela cavare da solo, e quello gli consentirebbe di superare qualsiasi difficolt." Per - aggiunse - adesso aveva cambiato idea in argomento, e del tutto. "Si vede che dovevo proprio essere un idiota" disse, in un tono poco meno che sprezzante, giacch gli sembrava di sentirsi capace (quass, in mezzo ai ghiacci) di abdicare a uno dei suoi basilari principi di vita, sebbene lo avesse cos dolorosamente acquisito e gli fosse costato tanti sacrifici. "S" prosegu, con fare quasi distratto "sar necessario che ci pensi un'altra volta quando torner indietro. Da solo, l'uomo  semplicemente un animale..."
Rupert immaginava che il russo non fosse in grado di seguirlo fino in fondo, e Vodopyanov, invece, lo sorprese, poich annu con l'abituale suo nu-nu - che sembrava quasi un sospiro - e comment: "Gi, Rupert... quello che dici ha molto di vero. Quass tutte le teorie sul modo in cui vivere non valgono niente. Tutte, tutte quante. Che cosa conta qui?... Solo sopravvivere. Nient'altro. Assolutamente nient'altro! Chi sceglierebbe una vita di questo genere, eh? Chi potrebbe veramente desiderare un'esistenza come la nostra? Cos soli, abbandonati; cos inutili... eh?".
Ma Rupert era troppo indaffarato a scaldarsi per aggiungere altro, eccetto che si sentiva un freddo cos terribile addosso che di sicuro non avrebbe mai potuto scaldarlo niente... assolutamente niente.
Relativamente, per alcune settimane, se la cavarono con discreta facilit, finch non decisero che dovevano cominciare i preparativi per la partenza, e cos dare l'avvio all'estremo tentativo di spostarsi verso meridione in un periodo di tempo da sei a otto settimane.
Ora s'ingegnavano in ogni modo di dedurre quale fosse la loro posizione, e dove sarebbero finiti dirigendosi verso "sud".
Un giorno, Rupert, emergendo dall'antro della fusoliera nell'ora del mezzogiorno, vide una strana, piccola macchia quadrangolare di luce rossastra sopra la linea dell'orizzonte, verso sud. Non era il sole, ma solo la sua immagine riflessa - e quindi capovolta fra il grigiore delle nubi - che ardeva d'una tinta rossastra e purpurea in quello stranissimo cubo di cielo. Pieno d'euforia, Rupert pens che in fondo l'avrebbero pur dovuta spuntare. Lo spettacolo di quella semplice striatura rossa e purpurea, fatta di vera, autentica luce, per lui fu quasi una rivelazione, e si sorprese a domandarsi se mai avesse visto qualche cosa di cos meravigliosamente bello in tutta la sua vita. Rest quasi un'ora sulla coda dell'aereo (che adesso si era trasformata in ampio spiazzo nevoso, alto come una casa) a osservare la luce riflessa che andava lentamente spostandosi, e via via si dissolveva galleggiando nell'etere.
"Presto potremo servircene per tentare di fare il punto" disse a Vodopyanov, entusiasta, quantunque non sapesse come, giacch non disponeva di cronometri e inoltre a un certo punto dovevano aver perso il conto dei giorni. Se non altro, comunque, dal momento che ignoravano l'ora esatta, sarebbe pur sempre stato possibile determinare la latitudine in base all'altezza meridiana del sole, o anche con la stella polare.
Un giorno dopo l'altro, Rupert osserv le promettenti, premonitrici striature di luce rossastra, finch non apparve anche il sole: dapprima come semplice punta luminosa sulla linea chiara dell'orizzonte, poi emerse tutta la sfera, e un giorno, infine, l'astro percorse una prima, timida traiettoria, solo pochi minuti per salire allo zenit, e pochi altri minuti per scendere, e da ultimo ecco il definitivo destarsi delle ghiacciate distese verde-azzurrine che li circondavano in una fredda giornata, giallognola e morbida, ventosa, una giornata di un'ora, di due ore... e naturalmente giunse anche il giorno in cui non si sofferm pi che qualche momento a notare una realt che ancor poco tempo prima sarebbe parsa miracolo.
Era finalmente venuto il sospirato momento di portar fuori Vodopyanov.
Da solo, puntellandosi con i gomiti, Aleksej si drizz a mezzo per assistere allo spettacolo, e in russo esclam che la luce del giorno era il demonio stesso. "Il demonio, il demonio che ti prende!" grid, giulivo, e poi fu allegro, contento, pieno d'ottimismo. "Ecco, vedi... questa  una fortuna per noi" disse a Rupert. "Il sole  molto alto. Probabilmente ci troviamo pi a sud di quanto non credevamo. Pu darsi addirittura che ci troviamo nei pressi del Mare di Wendel, forse ancora pi a est della stessa Groenlandia. Ma pensaci!"
E se fossero stati troppo a est della Groenlandia? Non sarebbe servito a nulla - in tal caso - puntare direttamente verso sud, giacch quello li avrebbe condotti al mare aperto.
"Dobbiamo scoprire con esattezza dove ci troviamo, anche se non so come" disse Rupert. "Non serve a niente partire seguendo una certa direzione, qualsiasi essa sia, e non sapere a priori se stiamo dirigendoci verso la terra ferma, oppure in mare aperto. Non possiamo permetterci neanche il minimo errore."
Determinare qual era l'esatta posizione in cui si trovavano divenne quindi argomento dominante, e per due interi giorni compulsarono carte geografiche e mappe prima che Rupert, armandosi di santa pazienza, affrontasse l'ingrato compito di ricostruire tutto quello che si era verificato, allo scopo di stabilire almeno che giorno fosse, giacch quello era un dato assolutamente indispensabile per effettuare qualsiasi determinazione.
Ancora una volta il tempo si mise al brutto, e il sole spar; ma non appena ricomparve, Rupert si piazz in piedi all'aperto, sulla neve, incurante del pungente vento polare, e come l'astro inizi la sua ascesa, subito predispose il sestante aspettando che giungesse allo zenit. Gi si era preoccupato di stabilire la linea corrispondente al vero nord e al sud, calcolati con la maggiore approssimazione consentita da una zona di cos elevata irregolarit magnetica; e dopo aver atteso finch il sole fu al massimo dell'altezza, egli esegu la lettura del valore azimutale e cominci la delicata operazione di calcolare i fattori di correzione per il sestante e per l'altezza effettiva. Consult le tabelle della declinazione solare per stabilire il valore corrispondente al giorno prescelto, e l'annot. Sia declinazione che latitudine erano dello stesso segno, e di conseguenza le somm e in tal modo stabili qual era la latitudine del punto in cui si trovavano. Riscontr un valore di oltre 95 14', il che significava che la deriva li aveva trasportati quasi al Polo Nord... ossia in una zona tanto lontana da qualsiasi territorio abitato che praticamente si trovavano in una situazione disperata.
Vodopyanov non volle credere a quei dati. "No, impossibile... devi esserti sbagliato" si ostin. "A una latitudine simile il sole non sarebbe cos alto in questo periodo. Novantacinque gradi? No, no! Noi siamo pi a sud, e di parecchio."
Rupert cerc di addurre argomenti a sostegno dei propri dati, ma non era completamente sicuro neanche lui; e quel che pi conta non desiderava certo avere la sicurezza che fossero giusti.
Rifecero i calcoli diminuendo la data di un giorno, ma ottennero valori che apparvero subito ugualmente improbabili, giacch questa volta li collocavano a 83 90': ossia nel centro stesso della Groenlandia, oppure in alto mare... e l'una e l'altra ipotesi erano altrettanto assurde.
"A meno che..." grid Rupert: "A meno che la deriva non ci abbia spinti gi nel Mare di Lincoln, fino al Canale di Robeson. In questo caso, andremmo benissimo...".
Ma Vodopyanov non volle sentir parlare nemmeno di questa congettura. "Nell'Artide la deriva si dirige nell'altro senso. E poi, se fossimo cos vicini alla terra ferma, i ghiacci dovrebbero essere compressi, formerebbero dei rilievi molto pi alti. Nel Canale di Robeson, a quest'epoca, saremmo in una zona di mare completamente aperta" disse Vodopyanov. "Esiste sempre un braccio di mare perfettamente sgombro che sale verso il Mare di Lincoln."
Veramente... Vodopyanov come faceva a sapere tutte quelle cose? si domand sorpreso Rupert. Fino a che punto conosceva le coste della Groenlandia? Un argomento - questo - di cui non avevano mai parlato in tanto tempo, cos come ciascuno sempre aveva evitato di fare all'altro domande sul motivo per cui si era trovato in quella zona o quale missione stesse compiendo a latitudini cos settentrionali. Rupert s'impose di scacciare le cattive idee. Non desiderava sapere quali fossero stati in quel cielo i compiti di Aleksej, e del suo morto equipaggio... uomini le cui salme ora giacevano nel ghiaccio a qualche decina di metri da loro.
L'indomani, Rupert esegu un nuovo rilevamento azimutale. Questa volta elabor i vari dati sulla base del valore approssimativamente stimato per il mezzogiorno locale mediante l'orologio di Vodopyanov, e con le tabelle. Pi o meno, ottenne ancora gli stessi valori: 83, con una variazione di qualche primo in un senso o nell'altro.
"La latitudine  ottantatr gradi due primi" disse Vodopyanov, con decisione. " questo il valore giusto."
"S, ma esattamente da che parte... a est oppure a ovest?"
"Mah... potremmo essere dall'altra parte del Polo, cos come in pieno Atlantico" fece Aleksej.
"Se conoscessi il metodo di cui si servivano i navigatori di una volta" disse Rupert, in tono di amaro rammarico "potrei stabilire la longitudine senza eccessivi errori, anche con l'ora di cui disponiamo." S'immerse nella lontana nebbia dei suoi ricordi di marina, sforzandosi di trovare qualche traccia nella memoria, ma, posto che avesse conosciuto i vecchi metodi di fare il punto prima che fosse introdotto il radio-segnale-orario, ormai doveva essersene completamente dimenticato.
"Per trovare il tempo medio locale servirebbe anche il metodo basato sulle stelle dei due quadranti orientale e occidentale" osserv Vodopyanov. "Prima, comunque, occorre stabilire quali sono le stelle riportate nell'Almanacco inglese di Greenwich, e quali sono quelle in cielo, naturalmente..."
Evidentemente Vodopyanov doveva conoscere anche l'Almanacco di Greenwich, e anche i metodi di navigazione inglese... sussurr un campanellino all'orecchio di Rupert. Eppure, anche in questo caso, egli non volle lasciarsi tentare dal desiderio di arrivare fino in fondo. Forse i vari metodi all'atto pratico non differivano molto, per quanto sapesse che i francesi procedevano secondo un sistema del tutto diverso.
"... Per dovremmo avere sottomano un teodolite" prosegui Vodopyanov "per poter calcolare dei dati precisi."
"Oh, a noi non occorre un'eccessiva precisione" obiett Rupert. "Anche un errore d'un grado avrebbe scarsa importanza, e poi questi sestanti a bolla sono davvero degli ottimi strumenti."
Ma Vodopyanov si era gi immerso in profondi pensieri, e non disse nulla. Disteso sul dorso, egli aveva chiuso gli occhi e si sforzava di seguire una traccia nella propria memoria... E dopo che il russo ebbe trascorso un intero giorno a ricordare, e poi un altro giorno a elaborare l'esatto sistema di complesse collimazioni e determinazioni con Rupert, e un terzo giorno ancora, che quest'ultimo dedic a un attento esame dello scuro cielo artico per scoprire quali stelle fosse possibile identificarvi, il metodo progettato fu infine pronto a essere sperimentato praticamente. Ma intervenne di nuovo il tempo a ritardarli. Il cielo si era coperto, e per tre giorni soffi ininterrottamente un forte vento.
Mentre aspettavano una schiarita, cominciarono seriamente i preparativi per abbandonare la fusoliera. La nuova slitta fabbricata da Rupert - per la quale si era servito degli elementi metallici d'una lunga scaletta da boccaporto - fu completata e montata, e fu anche collaudata all'esterno... Rupert prov a trainarla sul ghiaccio mediante un cavo da paracadute che si fiss alle spalle con l'abituale cinturone e le bretelle. Era una slitta discretamente grande, sicch, oltre a Vodopyanov, poteva trasportare anche la brandina. L'idea fu oggetto d'una discussione animata, naturalmente. "Ma cos aumenti troppo il peso" disse Vodopyanov.
Rupert obiett che la brandina non pesava niente. "E poi, se proprio sar necessario, posso benissimo tirare gi tutta la brandina" aggiunse, a sostegno della propria tesi.
Gli alimenti polverizzati complex - messi da parte appunto per questa evenienza - e un fucile con relative munizioni furono avvolti accuratamente in seta da paracadute, e tuttavia, sebbene avessero previsto di contenere il carico entro valori minimi, portando solo i sacchi a pelo, e tutt'al pi il battellino di gomma e una leggera tenda d'emergenza in seta, Vodopyanov non perdeva occasione per tornare sulle sue malinconiche previsioni:
"Non ce la farai a trascinarmi, Rupert. Non puoi farcela neanche per dieci chilometri con quella slitta, e pu facilmente darsi che dobbiamo percorrerne qualche centinaio su ghiaccio difficile. Che cosa succeder quando ci troveremo di fronte a qualche accavallamento di ghiacci, oppure a uno qualsiasi delle migliaia di crepacci e di barriere di pressione? Come te la caverai, eh?"
"Come... non so" gli rispondeva invariabilmente Rupert, spazientito. "Quel che so  solo che dobbiamo tentare."
"Ma non in questo modo! Per conto mio, faresti molto meglio a partire tu solo. Potresti lasciarmi qui, e mandare poi un aereo a cercarmi. Me la caverei benissimo qui..."
Rupert cominciava ormai a non poter pi sopportare i nobili propositi di Vodopyanov, pur facendosene una ragione. Non contribuivano affatto a incoraggiarlo, senza dubbio... ma possibile che proprio non lo capisse anche Vodopyanov? Una cosa sapeva Rupert, comunque: mai e poi mai avrebbe abbandonato il compagno, e questo era tutto.
"Almeno dovremmo provare una volta la tua slitta prima di partire" obiett Vodopyanov, in un'altra occasione. "Solo per un pezzo, un certo tratto..."
"No!" disse Rupert, molto decisamente. Gli spieg che l'aveva gi provata e riprovata, e anche se non aveva fatto l'esperimento con il suo carico principale - vale a dire, Vodopyanov - si sentiva certo che non avrebbe mai potuto fare di meglio. "Per la slitta non ho dubbi. Vedrai che andr benissimo. Ma come ci muoviamo da qui, dobbiamo tirare via dritto senza voltarci indietro... questo  un fatto. E non appena avremo stabilito con precisione dove ci troviamo, sar meglio andare. Quanto alla slitta... vuol dire che correremo il rischio."
Non furono capaci di mettersi d'accordo, naturalmente; e tuttavia - poich per la slitta quella che contava era la decisione di Rupert - un accordo furono costretti a trovarlo, sicch il russo non pot fare altro che accettare con una scrollata di spalle. Ma quanto alla direzione da prendere quella che cont da ultimo fu la decisione di Vodopyanov: est, non ovest.
Il tempo si schiar, finalmente; e sullo sfondo d'un cielo punteggiato di minutissime stelle navigarono bianche nubi basse sospinte dal vento. Ma il loro metodo di rilevamenti stellari era cos complesso che per completarlo impiegarono dodici ore, anche perch Vodopyanov - disteso sulla brandina - all'aperto non poteva certamente lavorare a proprio agio. Furono inoltre costretti a sostituire parte delle stelle che avevano prescelto, in quanto non poterono determinare l'altezza delle prime quattro. Tuttavia stabilirono normalmente l'altezza massima delle quattro stelle successive, sia verso sinistra, sia verso destra, dopodich, grazie a una semplice formula matematica, calcolarono l'altitudine, da cui poterono desumere l'errore orario per le letture nei settori est e ovest, e il tempo medio locale. Fatto questo, ebbero a disposizione gli elementi sufficienti per determinare con un certo grado di approssimazione il meridiano di Greenwich, e infine - dopo un'altra giornata di complessi calcoli matematici, e ancora un'altra mezza giornata per stabilire le altezze meridiane del sole - giunsero a determinare qual era la loro longitudine.
Ancora una volta i valori trovati sembravano incredibili...
"Centoquindici gradi quattro primi! Ma ci siamo spostati a ovest" comment Rupert, stupefatto. "Anzi, quasi a sud. Non siamo affatto vicini alla Groenlandia, ma di parecchio pi a sud-ovest in direzione del Mare di Beauford, a nord del Canada, addirittura a ovest delle Borden... A quel che sembra, la deriva ci ha trasportati per un bel pezzo lungo la Corrente del Labrador."
Vodopyanov era troppo esausto per dimostrarsi eccitato. Ma Rupert gi pensava con piacere alla nuova situazione, poich ne traeva quanto meno una tenue speranza di raggiungere Mould Bay - dove si trovava una piccola colonia - se non addirittura l'Isola Melville (da cui egli stesso era partito, mesi prima)... e questo attraversando un vasto tratto di ghiacci marini con un percorso certamente pi agevole che non dover superare i ghiacci terrestri all'estremit settentrionale della Groenlandia. Di solito, il ghiaccio che copriva il mare si presentava molto pi liscio, uniforme, e tuttavia sarebbe stato necessario affrettarsi per evitare il pericolo che con l'inoltrarsi della primavera i ghiacci cominciassero a spezzarsi. Avevano trascorso quattro mesi e mezzo nella fusoliera e - secondo i calcoli di Rupert - potevano contare ancora su altri tre mesi per arrivare a Mould Bay o all'Isola Melville, prima che con il sopraggiungere dell'estate i ghiacci marini cedessero sotto il loro peso. Dopotutto, essi stavano andando alla deriva sopra un mare di ghiaccio.
"Sar senz'altro meglio partire fra un giorno o due, al massimo" Rupert disse a Vodopyanov, e improvvisamente si sent anche lui molto stanco per tutta la concentrazione posta in quella prolungata e fortunata (cos pensava) combinazione delle loro esperienze di navigazione. "Ma sei tu la nostra fortuna, Aleksej!" grid al compagno, in un impeto di euforia. "Meglio, molto meglio dover viaggiare su ghiaccio marino.  quasi sempre liscio, uniforme."
Vodopyanov non rispose. Stava gi dormendo, e anche Rupert, allora, s'infil nel suo sacco chiedendosi assonnato se in fondo non gli fosse lecito pensare che anche per loro esisteva una sia pur vaga speranza. Ancora non aveva calcolato la possibile lunghezza del tragitto, ma certamente gli sarebbe toccato trainare la slitta con il compagno e tutte le provviste per almeno trecentosessanta miglia nautiche... In novanta giorni di tempo (come calcol, gi semiaddormentato) questo significava percorrere quattro miglia al giorno e tutti i giorni, con qualsiasi tempo!
Trasal al pensiero dell'impossibilit d'una simile prospettiva, e per qualche momento fu di nuovo perfettamente sveglio. Eppure, non esisteva nessun'altra via d'uscita, assolutamente nessuna, sicch un po' per volta fin per assopirsi sul duro letto delle possibili eventualit... quella lunga, lunghissima marcia che quasi certamente lo aspettava, una lunga marcia sul ghiaccio tirandosi dietro una slitta.
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Capitolo 9.
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La partenza fu alquanto difficile, e questo, stante l'indole superstiziosa di Rupert, non parve di buon auspicio. La slitta era molto lunga, quasi tre metri e mezzo; Rupert aveva infatti calcolato che la lunghezza potesse agevolare la distribuzione del peso di Vodopyanov... ma da principio i pattini di metallo aderirono tenacemente al ghiaccio avanzando solo a fatica. Partirono di primo mattino, quando ancora era quasi del tutto buio. Superando mille difficolt, Rupert aveva fissato la brandina all'intelaiatura della slitta, e vi aveva poi faticosamente issato Vodopyanov, vestito di tutto punto e chiuso nel sacco a pelo. Al termine di questa operazione, i loro nervi erano quasi giunti al punto di rottura, e l'idea di Rupert - accuratamente studiata e tuttavia mai manifestata - sul modo in cui avrebbe potuto compiere l'impresa era destinata inevitabilmente a scontrarsi con l'idea che aveva d'un viaggio in slitta Vodopyanov... Rupert di questo era certo. Spense la lanterna e l'appese a uno dei montanti verticali della slitta, e dopo aver infilato gli spallacci da paracadute, ai quali si collegava un cinturone imbottito con lunghe funi di nylon, Rupert, come cavallo da tiro, si accinse all'ardua fatica di rimorchiare la slitta su cui erano il russo e le provviste.
"Bon voyage" gli grid Vodopyanov, desideroso d'infondergli un po' d'allegria.
"Je m'en fou" replic Royce, freddamente. "E non stare continuamente a spingere con quel piccone da ghiaccio. Solo quando te lo dico."
"D'accordo" assent Vodopyanov, solo preoccupato di accordare se stesso con l'umore di quell'inglese cos assorto, cos concentrato nella loro impresa, al punto che non ammetteva nemmeno di allentarne la tensione con una risata.
Non si trovavano su neve, ma sopra uno strato di ghiaccio finissimamente sminuzzato. Aveva una superficie asciutta, cristallina, veramente ottima quando era compatta e sostenuta dal sottostante ghiaccio solido, e che tuttavia rendeva impossibile far avanzare la slitta quando attraversava spiazzi di neve accumulata dal vento. In quei casi, Rupert doveva liberarsi dagli spallacci, e girare dietro la slitta, ingegnandosi di sollevarla e spingerla e facilitarne lo scorrimento nei tratti troppo cedevoli.
Ancora non avevano percorso un centinaio di metri quando questo si verific per la prima volta, e - com'era ovvio - compresero subito che si sarebbe verificato infinite altre volte.
Vodopyanov stringeva il lungo piccone da ghiaccio, di cui si serviva per spingere come meglio poteva, ma si guardava bene dal parlare, giacch ora sapeva che qualsiasi suggerimento al compagno avrebbe sortito soltanto un effetto deprimente. Si sforzava quindi di manovrare il suo rampone da ghiaccio, e ascoltava con il cuore stretto dall'angoscia gli sforzi che l'inglese faceva per trainarlo. All'intorno, a perdita d'occhio, nel grigio chiarore del giorno artico, si apriva una distesa piatta e pressoch ininterrotta di ghiacci diafani e candide, sinuose dune di neve increspata dal vento, che a tratti era estremamente soda, compatta. Il vento ne sollevava finissimi cristalli di ghiaccio al di sopra d'una miriade di minuscole creste, in quell'apparentemente sconfinato deserto di ghiacci.
"Non ce la faremo mai" si disse Vodopyanov, mentalmente, osservando la schiena di Rupert, che si piegava in due nello sforzo di trascinarlo avanti.
Quasi lo avesse sentito, Royce si volt. "Va tutto bene?" gli domand. "Non salti troppo, vero?"
"No. Tutto quanto a posto. Non preoccuparti."
Gi gli abiti che indossavano e le loro facce barbute erano coperte da un bianco strato di nevischio sospinto dal vento. Rupert aiut la slitta a superare un altro tratto di neve molle, e pazientemente torn a infilarsi gli spallacci e la trascin per un altro centinaio di metri finch lo stesso inconveniente si verific di nuovo.
Non parlavano, non si scambiavano neppure occasionali parole, e quantunque l'intelletto gli avesse gi fatto comprendere che l'impresa era disperata, Royce in un suo segreto mondo che andava oltre l'intelletto non intendeva desistere. Era una convinzione che affondava le sue radici nella lontana sorgente di strani principi e della definizione che di se stesso faceva come uomo, e lo spingeva inesorabilmente avanti sul ghiaccio. Nelle quattro ore di luce diurna, e poi ancora per un lungo periodo di tempo nell'opalescente sera illuminata da un bianco crepuscolo, e da ultimo nell'oscurit completa, gli fu finalmente possibile conseguire ci che si era prefisso come minimo... quattro miglia nautiche. Si ferm solo quando fu convinto di averle percorse.
"Bisogna che io torni fino alla fusoliera" annunci a Vodopyanov, dopo aver tolto la brandina dalla slitta e averle innalzato intorno la leggera tenda di seta da paracadute.
Vodopyanov era soltanto felice che fosse trascorsa una penosa giornata, che fosse finito un intero giorno di assoluta dipendenza dal compagno. "Perch?" gli chiese. "Che cosa devi fare?"
Rupert sedette un momento, stanchissimo per lo sforzo del traino e dolorante alle spalle e soprattutto alle gambe gi piagate. "Nei tratti molli non  la slitta che non funziona..." spieg a Vodopyanov: "Sono io. Ho bisogno d'un paio di sci."
Vodopyanov non discusse. "L'avevo pensato anch'io" ammise "prima che ci mettessimo in viaggio... Ma che cosa dovevo dirti? Dove puoi procurarti degli sci?"
"Quelle tubazioni che avevo strappato..."
"Ma sono di metallo!"
"Oh, serviranno lo stesso" disse Rupert, e si alz. "Non ci metter molto. Ma non preoccuparti se domani mattina non sar ancora tornato. Pu darsi che mi fermi a dormire dentro l'aereo."
Prima di allontanarsi, Rupert prepar un pasto caldo con un po' di neve sciolta e le polveri complex che aveva messe da parte per il viaggio. Poi lasci il compagno sotto la tenda, e nel chiarore cristallino della luna cominci a seguire a ritroso le proprie deboli orme in direzione dell'aereo, che ancora poteva distinguere contro lo sfondo azzurro cupo dell'orizzonte.
L'eccezionale silenzio e lo smisurato, greve candore dello spazio circostante gli riuscivano opprimenti. Si sentiva cos smarrito che dovette astrarne a forza la mente. Spesso, in quell'assoluto, perfetto isolamento, gli accadeva di pensare a Jo, e ora si sentiva di amare la moglie pi di quanto l'avesse mai amata. Un sentimento che avrebbe potuto essere delicato e vibrante, e persino passionale, se tuttavia l'avesse sostenuto un minimo di speranza, se in esso fosse balenata una sia pur lontanissima certezza di rivederla. Non era quasi neppure un sentimento, invece, era solo una violenta percezione della loro totale affinit, per cui nient'altro aveva pi nessuna importanza, nemmeno la sua stessa vita.
E poich non conteneva futuro su cui fare assegnamento, Rupert non si proib di indugiare col pensiero sulla possibilit del fato finale. Trecento miglia attraverso i ghiacci: quaranta, cinquanta, settanta giorni di quella vita?... Lontanamente, molto lontanamente possibile; ma tutt'altro che probabile.
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Capitolo 10.
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Jo era ormai convinta della morte del marito; pure, ancora non si sentiva capace di vivere un'esistenza in cui doveva pensarlo morto. Di lui dunque non esisteva nessuna traccia... nessuna speranza estrema, inverosimile? Gli americani non avevano trovato traccia di nessuno. Ci non dimostrava la sua morte, comunque. Niente avrebbe mai potuto dimostrargliela, si ripeteva Jo. Ma l'accettazione della di lui assenza, e il suo lento trascorrere, i mesi, ogni nuovo giorno dopo un altro lungo giorno... questo era irrefutabile. Vero, dolorosamente vero. Rupert non sarebbe tornato, mai pi; semplicemente questo.
"Oh, io non mi lascer prendere dalla disperazione" Jo disse alla madre di Rupert, giunta da St. Germain-en-laye, nei pressi di Parigi, dove viveva in una vecchia ma dispendiosamente ricostruita Casina di caccia in mezzo a frutteti di peri.
Jo si comportava in modo aggressivo con la madre di Rupert... una donna piccola e delicata, e incantevole, fine, trasparente, con un aspetto ingenuo nell'elegante acconciatura millenovecentosessanta, molto linda, molto conscia di quanto accadeva nel mondo, e tuttavia pi disorientata e sconcertata di quel che potevano celare i suoi capelli serici e gli occhi dolci e la costosa epidermide. Non voleva parlare di Rupert. Non voleva nemmeno che si accennasse all'eventualit della sua morte, nemmeno sentirne pronunciare il nome, essendo anche lei molto superstiziosa, sicch credeva che suo figlio era vivo, in qualche ignoto, lontanissimo luogo, il solo parlarne come se fosse morto sarebbe stato sufficiente a mandarlo in frantumi come vetro. Negli ultimi tempi, dopo tutta una vita di ortodossia, si era convertita al movimento della Christian Science, e credeva (ma senza esserne certa) che nella sua nuova religione non dovessero materialmente trovar posto il male, il peccato, le malattie o la morte; e quantunque fosse il suo unico figlio, ancora non era del tutto cosciente che per lui la fine potesse veramente significare una fine.
"Cerca di esser calma, Jo" disse quietamente alla nuora. "Star qui un po' di tempo, con te. Poi vedremo che cosa si dovr fare..."
"Non si dovr fare niente" protest Jo, seccamente. "Non ho intenzione di cambiare niente, salvo che adesso sarebbe meglio se Rolland..."
"Oh, no!"
"Ma deve saperlo" si ostin Joanna. " un bambino intelligente, e gli occhi e gli orecchi li ha anche lui. Non posso pi fingere che si tratti semplicemente d'un ritardo. E poi, mi vede bene anche lui..."
"Non dirgli ancora nulla per ora, ti prego" disse la signora Royce.
Jo si strinse nelle spalle.
"E Tess?..." s'inform la signora Royce: " lei la pi sveglia dei due. Cerca di stare molto attenta, ti prego".
"Tess sa gi tutto... oh, io ne sono certa; e sospetto che a darle una mano sia proprio Angelina. Ma  ancora troppo piccola per capire che cosa significhi. Rolland invece non lo  pi, e comunque sia sono certa che lo sentir molto. Oh, non so proprio..."
Rolland non era molto espansivo, aperto. Chi poteva mai sapere, in un momento qualsiasi, che cosa stava pensando, che cosa provava? Non Jo, questo certamente no. Ricordava molto il padre, Rolland... gi le stesse strane teorie, e quando tornava da scuola, e gettava i libri dietro la porta dell'anticamera e s'infilava in cucina da Angelina, a lei sembrava tremendamente difficile poter mai sapere qualcosa di lui... quasi fosse un uomo serio, occupatissimo. Talvolta, sopraffatta da un sentimento d'improvvisa tenerezza, lo baciava, lo stringeva in un abbraccio appassionato; e tuttavia - a undici anni, compiuti da poco - simili manifestazioni sembravano metterlo a disagio. Pure, vi erano altre volte che lui veniva a cercarla, e le si sedeva vicino, le si stringeva contro, in cerca di un affetto di cui gli era prodiga, e poi lo metteva a letto, indugiando a contemplarne il volto placido nel quale cercava di scoprire i lineamenti del padre.
"Perch non torna?" domand Rolland, una sera. " veramente prigioniero dei ghiacci?"
"Proprio cos" gli disse lei. "Lass l'inverno  molto lungo, dolcezza... molto lungo e difficile. Dovresti leggere qualche libro di Nansen o di Peary, allora capiresti."
Nemmeno lei aveva mai letto niente di Nansen o di Peary, e poich lo sapeva molto appassionato di lettura, l'indomani and in una libreria di Charing Cross Road, dove gli acquist due volumi di Nansen e diversi vecchi libri di Peary. Li aveva comprati per darglieli, invece cominci a leggerli lei.
Jo fu sopraffatta da Nansen, che trov enormemente simile a Rupert: gli stessi occhi azzurri e gravi, gli zigomi alti, pronunciati, il viso magro, i biondi capelli chiari. Era dunque Rupert Royce, oppure Fridtjof Nansen?... Jo non lesse tutto, era troppo impaziente; e tuttavia lesse abbastanza per intuire - ancora una volta - che se lo avevano veramente lanciato sui ghiacci con il paracadute, Rupert aveva pur sempre una possibilit di cavarsela... quello che aveva saputo fare Nansen, ebbene, in un identico modo paziente, ostinato, tenace, egoistico, quello di certo era capace di farlo anche Rupert Royce.
Jo sedeva di fronte al caminetto di mattonelle nella vecchia casa umida, e lasciava che le idee lentamente vagassero in lei; e la madre di suo marito la osservava con occhi velati di tristezza.
"Sai, Jo... non darti pensiero per il denaro" disse la signora Royce. "Non starai preoccupandoti di quello, vero?"
"No, assolutamente" rispose Jo. "Se devo dire la verit, ancora non mi ero spinta cos lontano."
Ma non intendeva dire che cosa stesse veramente pensando. E comunque, molto meglio se non li avesse neppure avuti quei pensieri. La situazione era quella che era, ormai; e tuttavia sembrava che d'improvviso significasse una perdita totale. Non era giunta una mazzata violenta, e neppure l'esplosione che aveva paventato Marian Crawford, la dottoressa, giacch le cose si erano svolte troppo lentamente, e in maniera inawertibile, indefinibile. Rupert non sarebbe tornato a casa, mai pi. Eppure, com'era mutata ogni cosa! Prima non aveva osato abbandonare la speranza; e ora sapeva di non dover pi sperare, assolutamente. Troppo pericoloso sperare, adesso.
"Sar meglio che vada su a dare un'occhiata a Rolland" disse Jo. "Scommetto che quel disubbidiente sta leggendo, anche se gli avevo detto di no." Sal per le scale di servizio, senza rumore; voleva sorprenderlo sul fatto.
Erano le dieci passate, e faceva freddo sulle scale. Ma il riscaldamento centrale a gas costava un patrimonio, sicch aveva chiuso gli elementi lungo le scale di servizio. Perch poi preoccuparsi di fare tanta economia, ormai? Si strinse nelle spalle, pensando a come era insignificante quella preoccupazione. Perch ora ogni particolare della sua esistenza doveva sembrarle tanto insignificante, e per il solo fatto che le mancava Rupert, perch lui non esisteva pi? Per lei, ora, la vita sembrava cosa del tutto inutile, priva di scopo. Al mattino quasi non era capace di alzarsi per affrontare le consuete incombenze d'una normale giornata, e anche con Tess... s, ora le sembrava che anche fra lei e la figlia esistesse uno strano solco - freddo, spietato - che le divideva. In effetti, invece di sentirsi spinta verso i figli, Jo aveva l'impressione che si fosse definitivamente smarrito lo spensierato contatto da cui sempre erano stati uniti. Aveva bisogno di Rupert: senza di lui la sua vita era incompleta, troppo incompleta. Ne aveva uno spaventoso bisogno!
"Adesso comincio a pensarci un po' troppo" si disse Jo, per mettersi in guardia. Fece anche un tentativo di scacciare quel doloroso senso di depressione. Ma era tanto scoraggiata e delusa e indifferente che invece se ne lasci impadronire completamente, e sedette sugli scalini gelidi per fermarsi un momento a pensare.
Presto tutto divenne troppo disperato, confuso. "La verit  che non capisco pi niente, ecco quello che mi succede" si disse, e asciugandosi risolutamente le lacrime si affrett a rialzarsi.
Pure, il pensiero della propria inutilit non l'abbandonava. Per dodici anni non aveva fatto altro che vivere una normalissima esistenza di moglie. E che cos'altro avrebbe potuto fare? Solo da cinque anni avevano Angelina, da quando era nata Tess. Prima, Jo aveva fatto il possibile per badare lei stessa a Rolland, e anche a quella grande casa... da sola, o con l'aiuto di domestiche a mezzo servizio. E anche ora, comunque, anche con l'aiuto continuo di Angelina, era impossibile che le avanzasse il tempo di dedicarsi a qualcos'altro. Perch lamentarsene, allora? Perch cercarsi a ogni costo uno scopo, un futuro? O forse, a esempio, doveva pensare a sposarsi un'altra volta?
Prov una sensazione orribile, insopportabile alla sola idea d'un sostituto per Rupert; quasi come se lo avesse tradito. Desider con ogni sua forza che lui tornasse, anche perch lo stesso suo ritorno avrebbe automaticamente eliminato tutti quei problemi. Non era capace di pensare a una vita senza Rupert. Era cos, semplicemente cos.
Rolland stava leggendo, naturalmente.
"Ti avevo detto di no" gli disse Jo, in un bisbiglio. Anche Tess dormiva nella stessa camera, perch era molto attaccata al fratello e anche perch non avrebbe voluto dormire da sola in un'altra stanza. Tess era tutta, rannicchiata nel suo lettino, come una palla; Jo l'aiut a distendersi, e socchiuse la finestra e si sent scendere fino al cuore la fredda corrente d'aria. "Mettiti sotto e copriti bene" disse a Rolland.
Il figlio le tese il libro che stava leggendo, da riporre. Era uno dei vecchi libri delle scuole private frequentate da Rupert: un pesante testo vittoriano sulle guerre dell'antica Grecia... una semplicistica, ma romantica visione di epici eroi.
"Mi lasci accesa la luce?" chiese Rolland.
"S. Tu devi dormire, per" disse lei, severamente.
I grandi occhi azzurri del ragazzo la fissarono: muti, spalancati.
"Che cosa c', dolcezza?" volle sapere Jo, intenerita; e si mise a sedere sul bordo del letto.
"Niente" disse Rolland. "Ma se il babbo non torna, noi che cosa faremo?"
"Non so" rispose lei. "Proprio... non so ancora."
"Sar necessario che io vada a lavorare?" le chiese il ragazzo.
Lei rise, quantunque avesse una gran voglia di piangere. "Ma dove sei andato a pescare delle idee cos strane? No, si capisce."
"Dickens" spieg il ragazzo, forte di tutte le storie lette in vecchi libri di lettura "dovette andare a lavorare quando suo padre fu messo in prigione."
"Ma era l'epoca vittoriana, allora..." ("Santo cielo!..." pens Jo: "Lo strano metodo d'educazione di Rupert, e adesso anche Rolland... eccolo che mi viene su vittoriano, anche se va in quella scuola". Quella scuola era il piccolo istituto - progressivo senza eccessive convinzioni, dalle parti di Hampstead Heath - che frequentava Rolland, sebbene a lei non fosse mai veramente piaciuto. Meglio, molto meglio fargli frequentare una normale scuola inferiore, dove non esistevano tante stramberie.) " molto diverso, adesso" spieg a Rolland. "Lo stato di cose per cui si facevano lavorare dei bambini adesso  cambiato."
"Lo so" disse il ragazzo, placidamente. "Per, che cosa dovremo fare noi adesso se non abbiamo pi il babbo?" Non le riusc di rispondergli, e lo scrut attentamente per vedere se capiva che cosa diceva. Ma quei grandi occhi - occhi pensosi, inesperti - sembrava che sapessero. Pure, se veramente capiva, come gli era possibile dimostrarsi cos placido, sereno, quando aveva voluto tanto bene a suo padre? Jo lo guard a lungo, e il ragazzo le ricambi lo sguardo con una dolce, ingenua smorfia d'afflizione per ci che era successo al suo babbo. Non li avrebbe dunque mai pi chiusi quei grandi occhi azzurri?
"Non lo so, tesoro" disse Jo. "Ancora non lo so che cosa faremo."
Lo baci, e d'un tratto comprese che poteva fidarsi di lui e con lui spartire il proprio tormento; e scostandogli i capelli dalla fronte gli accarezz le ciglia... un suo vecchio, abituale gesto dell'adorazione che aveva sempre portato ai suoi infantili occhi e orecchi e naso. Com'erano belli i bambini, tutti.
"Comunque, sar molto difficile da sopportare" disse sotto la spinta di un impulso, il cuore di nuovo stretto dall'angoscia. "Non riesco nemmeno a pensarci, ancora. Non far mai l'abitudine alla sua mancanza."
"Non torna pi, allora?" le chiese Rolland. Lei scosse la testa. "No" gli disse, e con quel monosillabo ammise infine la sua morte. "Ormai no, dolcezza. Non pi."
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Capitolo 11.
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Per Rupert la marcia sui ghiacci - verso sud e verso est - si spogli di qualsiasi significato umano dopo una settimana, e dopo due si trasform in prova bestiale e crudele. Sugli sci rudimentali che portava ai piedi, egli ogni giorno lottava con la slitta, e Vodopyanov, intanto, faceva del suo meglio per aiutarlo a spingere con il piccone da ghiaccio. Avevano imparato un eccellente sistema che funzionava ottimamente finch marciavano in piano, ma come giungevano in zone dove ancora esistevano tratti di ghiaccio vecchio, e soprattutto barriere di pressione irte di grandi picchi ghiacciati, che spesso s'innalzavano da ogni parte, la marcia si trasformava in affannosa, infernale ricerca d'un passaggio, un sentiero, un qualsiasi pertugio fra i massi. E se non esisteva passaggio, allora dovevano scavalcare le alture... su, dapprima, e poi gi con estrema cautela, con lentezza, se li assisteva la fortuna. Ma spesso finivano per scivolare, e allora piombavano in strati di neve molle da dirupi a volte alti anche cinque o sei metri, rischiando di mandare a pezzi la slitta, e strappandone via la brandina, e spezzando in mille doloranti frammenti il corpo di Vodopyanov.
Presto, il tempo, che si era conservato discreto, cominci a peggiorare. Rupert fu cos costretto a trainare il compagno in mezzo all'incalzare della tormenta, e proprio in quell'occasione and a finire in fondo a un piccolo crepaccio e cadendo quasi si spezz la gamba destra. Ne usc a stento, e giacque sul ghiaccio, esausto, aspettando qualche minuto prima di assicurarsi che la gamba non avesse niente di grave, a malapena capace di intravedere il russo attraverso il fitto velario di finissimo ghiaccio e di neve che vorticava nell'aria.
"Tutto a posto?" gli grid Vodopyanov.
"Credo di s" disse Rupert, con un filo di voce. Comunque aveva preso una storta alla gamba destra, e gli faceva molto male il ginocchio. "Bada che se ti rompi una gamba proprio adesso" mormor fra s Rupert, mentre caricava un'altra volta il russo sulla slitta e si accingeva a riprendere la marcia "o se solo ti sloghi una caviglia, allora tanto vale farti saltare le cervella."
Era una drammatica possibilit, e tuttavia egli non intendeva assumere toni drammatici e neppure artificiosamente allegri al riguardo. La realt si presentava in forme sempre pi scarne e scabre, e ormai si erano spogliati di qualsiasi mezzo con cui potessero cercare di nascondersela. Era cos esposto all'evidenza della verit che intendeva esattamente ci che diceva, sempre; e non se ne sentiva nemmeno scosso.
"Sar meglio accamparci" grid a Vodopyanov, sforzandosi di sovrastare il vento con la voce.
"D'accordo!" gli rispose il russo, in un tono deliberatamente allegro.
Ormai Rupert aveva imparato a montare destramente la piccola tenda, anche in pieno vento, come fece quel giorno, e cerc di metterla al riparo a ridosso di un alto picco di ghiaccio, quantunque si esponesse al rischio che la neve sospinta dalla tormenta finisse col seppellirli. Aveva sete, e perci, accesa la stufetta, fece bollire della neve e bevve l'acqua ancora calda; e poi vi gett una delle tavolette di polveri complex. Quando ebbero finito di mangiare lo stento pasto silenzioso, e assolutamente privo di gusto - Rupert distese il suo sacco, gi mezzo pieno di neve, che scroll via energicamente, e vi entr addormentandosi subito senza pi muoversi, senza pi pensare, senza pi preoccuparsi di niente.
"Ma dunque, Rupert..." fece Vodopyanov, in uno dei suoi deliberati, malinconici tentativi di alleggerire con un po' di buonumore, dopo che ormai da due giorni giacevano nella minuscola tenda, ermeticamente imprigionati dall'inclemenza del tempo: "Se non sei cristiano e non sei comunista, si pu sapere che cosa sei?".
Aspettavano uno squarcio di quiete in quell'ululante, biancheggiante deserto, e intanto s'infervoravano a discutere delle loro speranze - qualsiasi speranza - e delle possibili fonti da cui si originavano. Che motivo avevano ancora di sperare quando anche ogni minima circostanza sembrava voler dimostrare che si trovavano in una situazione ormai disperata? Speranza nel futuro, forse? Possibile, dunque, il crearsi la speranza col semplice parlarne? Discutevano della loro tragica situazione senza dolore n ipocrisia, essendo ormai arrivati a un punto in cui capivano che se mai avessero toccato l'estremo limite della sopportazione, anche allora avrebbero saputo trovarne un altro un po' pi oltre, e di nuovo ancora un altro... A Rupert faceva male la gamba, eppure si sforzava di non farlo capire a Vodopyanov; e il russo aveva di nuovo la febbre, eppure si sforzava di non farlo capire a Royce. E tuttavia, essi si guardavano, con occhi vivi, vigili, e discutevano del destino che li attendeva, in quanto se non era la religione cos come non era la filosofia che ora continuava a infondere loro speranza... che motivo avevano di cercare l'una o l'altra?
"Non so esattamente quello che sono" spieg Rupert "o meglio... quello che ero. Se mai usciremo da questa impresa, immagino che sar molto diverso da com'ero prima. Una dura esperienza di solito muta considerevolmente l'individuo."
"S, vero. Anch'io credo che sar diverso" assent Vodopyanov, e aggiunse ridendo: "Per... io certo non diventer un bravo cristiano, anche con questo. Tu che cosa ne pensi di Cristo? Nel tuo paese la gente crede ancora che sia stato un Dio? E tu, Rupert... credi nella religione?".
"Non so" rispose Royce, genericamente. " un campo in cui non ho mai avuto una grande istruzione. Mio padre non se n' mai occupato, e mia madre  stata una delle tante persone che quand'ero un ragazzo mi lasciavano scegliere da solo la mia strada... con il risultato che frequentavo la chiesa protestante quando ero in Inghilterra, e la chiesa cattolica quando ero in Francia. Pensai anche di farmi ebreo ortodosso, una volta... avevo undici o dodici anni, e per caso avevo letto che quella sola era la vera religione universale. Ma poche settimane dopo scopersi che prima di quelli ebrei, erano esistiti anche molti altri e pi semplici dei. Cos fin anche quell'idea."
"Le religioni di ieri" comment Vodopyanov "sono le superstizioni di oggi."
"Pu darsi, pu darsi" annu Rupert, assonnato, e tuttavia come sempre sorpreso degli appropriati commenti di Vodopyanov. Disteso nel suo sacco a pelo guardava l'oscuro ammasso di neve ammucchiata dal vento contro una delle pareti della tenda, sapendo che fra non molto, a malincuore, gli sarebbe toccato alzarsi per uscire a spalarla. "Ma immagino che il cristianesimo sia tuttora una religione, e non una superstizione. Per quanto, da adulto, a me sia sempre parso estremamente immorale che l'individuo colpevole possa ottenere il perdono e persino una giustificazione attraverso il sacrificio di una vittima innocente e divina. Da quando ebbi modo di leggere II ramo d'oro di Frazer, io non sono pi stato capace di ritrovare quel mito innocente. Bench le morali siano tuttora quelle sulle cui basi eravamo soliti vivere. Sono cristiano, io? Suppongo di s..."
"Pare stia schiarendosi" osserv Vodopyanov, riferendosi al tempo, che per loro, in mezzo ai ghiacci, di solito era molto pi importante dei vitali problemi connessi con le rivalit esistenti fra i loro sistemi morali.
E di nuovo avanzarono nell'incombente notte, illuminata dalla luna... fulgida, splendente. Insolita luna con un doppio alone, e circondata da una strana cortina di luci verdi e gialle, che all'apice si trasformava in enorme croce incandescente il cui chiarore inondava il cielo. Quasi non soffiava vento, e la superficie del ghiaccio era secca, scricchiolante, sicch vi si avanzava facilmente, eppure su ogni altura o asperit dovevano procedere con lentezza tale e fra tanti pericoli che il percorso giornaliero previsto scendeva spesso a un solo miglio e mezzo prima che Rupert - sfinito dalle irregolarit della superficie ghiacciata e dagli agguati nascosti nella neve - cedesse stremato alla fatica.
Per Vodopyanov era una penitenza, a causa dei continui sobbalzi della slitta, e strappi e oscillazioni e scossoni e urti avevano fatto del suo corpo un povero straccio dolorante, al punto che ora non poteva nemmeno pi sollevarsi parzialmente. Aveva quasi sempre la febbre, ed era sempre gelato fino al midollo; ma la sua peggior sofferenza era dover'assistere alla tremenda fatica cui si sottoponeva Royce, e anche - in fondo - all'inutilit finale di quella tragica marcia disperata.
Poterono compiere solo un'altra settimana di cammino, e furono di nuovo bloccati per un giorno e mezzo dall'inclemenza del tempo che ovunque scatenava un'accecante tempesta di ghiaccio. Rupert riacquist in parte le forze, e cerc di lavare alla meglio le proprie piaghe alle gambe, mentre Vodopyanov, dolorosamente, flebilmente, sognava della casa lontana.
"Mi chiedo sempre dove sar mia moglie, e che cosa star facendo" disse, con improvviso sgomento. "Non credo che si trovi a Mosca, adesso. Pi probabile che sia in qualcuna delle nostre stazioni settentrionali... in qualche fattoria collettiva, o fabbrica. Credo che sar molto infelice anche lei. Forse, ormai, dev'essersi rassegnata a non vedermi pi tornare..."
"Ma qual  la sua occupazione?" domand Rupert.
" una lavoratrice culturale. Va sempre in molti posti a tenere conferenze sulla nostra poesia e sulla poesia inglese, e conosce l'estremo nord quasi come lo conosco io..."
Rupert usc in una breve risata, asciutta. "A me sembra un'occupazione molto insolita, no?"
"Trovi?" A Vodopyanov non sembrava. "Lei tiene delle conferenze, e legge anche le sue poesie.  un piacere sentirla. Parla molto bene anche inglese. Inoltre, lei  un membro del partito. Veramente, a quest'ora, credo che anch'io dovrei fare domanda. S, un giorno o l'altro mi decider."
"Ma voi non siete tutti comunisti?" s'inform Rupert, allargando un po' le gambe per far asciugare le piaghe che aveva lavato.
Vodopyanov scoppi a ridere. "Ma che cosa dici!... Comunisti veri, intendi? No! Non  facile diventare un comunista, nel nostro paese... altro che facile! Te lo devi meritare."
Rupert allora gli pose la domanda che di tempo in tempo gli aveva sfiorato la mente senza mai trovare uno sfogo. "E tu che cosa facevi in questa zona dell'Artide, Aleksej?"
Vodopyanov ignor la domanda... volutamente o distrattamente, o forse perch troppo stanco; difficile stabilirlo. Disse invece che si chiedeva spesso - e intanto si adagi all'indietro, nell'oscurit - che cosa stessero facendo in quel momento all'Isola Rodolfo. "Ah, diranno, Vodopyanov era un po' sbadato e correva troppi rischi. Povero Vodopyanov. Un vero peccato! Ma loro non sanno del mio amico Rupert. Che scherzo quando mi vedranno tornare..."
Quasi compiaciuto, Vodopyanov sorrise debolmente a quella prospettiva. Un ottimo scherzo davvero.
Purtroppo, i sorrisi e gli scherzi dovevano presto finire.
Cominciarono a sentirsi gli abiti appiccicati addosso, e le loro barbe si erano trasformate in una solida massa nero verdastra di sporcizia untuosa e sudore, i capelli erano incolti, arruffati, gli occhi manifestavano le conseguenze del vento e dell'abbagliante riflesso... il gelido, lucente candore di un indefinibile orizzonte.
Un primo stridio, e apparve un uccello: un gabbiano minore con il petto rosato e un anello nero intorno alle morbide piume del collo. Rupert cerc di afferrarlo quando lo vide posarsi distrattamente sul ghiaccio, ma il gabbiano vol via; e lui allora prese il fucile e gli spar e lo colp cos perfettamente che non ne rimase pi nulla. Gli dispiacque, perch avevano gi pensato di mangiarlo.
"La prossima volta" Rupert disse a Vodopyanov, con uno sguardo selvaggio "cercher di prenderlo con uno degli sci."
Ora Vodopyanov era troppo esausto e fragile per parlare, e anche per Rupert, le sue riserve di disciplina, di volont e di convinzione stavano assottigliandosi troppo perch si potesse continuare a farvi sicuro assegnamento. Vodopyanov tuttavia non cedeva, ma solo per abitudine: semplicemente per l'abitudine di essere vivo. Era stato quasi privo di conoscenza per due giorni, eppure non poteva decidersi ancora a morire sebbene sempre fosse vicinissimo a farlo.
"Come vanno le gambe?" gli chiese Rupert, vago e sommesso.
Disteso sulla brandina sotto la minuscola tenda, Vodopyanov cominciava lentamente a riprendere conoscenza. Fece un lieve cenno d'assenso a Rupert, e lo guard; come aveva fatto quel primissimo giorno quando ancora non capiva che cosa gli succedeva intorno.
"Sono sempre una sfortuna, io" disse, faticosamente. "Non ti servo proprio a niente."
"Sai, Aleksej... non si pu dire "sfortuna" come fai tu" gli spieg Rupert. "Non ha senso. Tu non puoi essere una sfortuna. La sfortuna  tutto quanto, pu essere solo tutto l'insieme di quello che succede." Vodopyanov annu.
"Vado fuori un momento a prendere l'altezza del sole per vedere a che latitudine siamo" annunci Rupert. "Quell'uccello forse pu significare che siamo pi vicini alla terraferma di quanto supponiamo."
Fra l'altro, il ghiaccio adesso cominciava a essere bagnato. Due giorni di marcia con la slitta attraverso le prime chiazze d'acqua avevano inzuppato fino all'osso sia Vodopyanov che Rupert, e adesso, a sprazzi, quasi pioveva, o cadeva una specie di nevischio misto a pioggia, e di tanto in tanto un fioco sole faceva capolino nel cielo grigio biancastro. Rupert voleva inoltre calcolare per proprio conto il valore della longitudine, per sapere con una certa esattezza dov'erano andati a finire.
Eresse quindi una specie di paravento con la slitta e con un lembo di seta da paracadute, e quantunque avesse le spalle spellate e sanguinanti dopo quattro settimane trascorse a trascinare la slitta, e la sua gamba destra fosse dura e dolorante per i reumatismi, i preparativi che fece per inquadrare il sole al suo primo mostrarsi furono accurati e meticolosi. Prepar l'orologio e le tabelle e il sestante a bolla, e infine si dispose all'attesa.
Quando nel pomeriggio comparve finalmente il sole, Rupert punt con cura l'oculare (si serviva d'un sestante a bolla) sull'ardente centro dell'astro; e poi torn sotto la tenda dove cominci a elaborare i dati mediante le tabelle.
"Latitudine settantasei gradi quattro primi" annunci a Vodopyanov. "Ci siamo spostati molto a sud. Evidentemente, anche durante la nostra marcia la banchisa  andata alla deriva. Oh, accidenti a queste piaghe..." s'interruppe, ingegnandosi di staccare il tessuto dei calzoni dalle due piaghe che aveva fasciato con strisce di seta, ma la seta scivolava, sicch le fasce continuavano a cadrgli. "Domani sar meglio cominciare a puntare direttamente verso sud" prosegu. "Sono convinto che non siamo distanti dalla terraferma."
Vodopyanov non dimostr eccessivo interesse. Come Rupert aveva notato, ora il russo parlava sempre pi frequentemente a se stesso. Usc di nuovo, anche perch nella tenda gravava un insopportabile lezzo e inoltre intendeva completare i calcoli per la determinazione della longitudine.
Aveva smesso di cadere neve frammista con pioggia. Si scost alquanto dalla tenda, e cominci a lavorare con almanacco e tabelle logaritmiche; e tuttavia il suo cuore, gli occhi e l'intera sua comprensione per le disperate loro condizioni vagavano lontanissimi al di sopra degli azzurrini cumuli di ghiaccio. Nell'affamato suo cuore sentiva di desiderare ardentemente di potersi trovare di nuovo accanto ai suoi figli.
"Rupert!" grid Vodopyanov, dalla minuscola tenda.
"S? Che cosa c'?"
"Niente" disse Vodopyanov. "Volevo solo essere certo che fossi ancora li..."
"Ma s capisce."
"Sai... senza di me potresti fare molta strada" si ostin la flebile voce di Vodopyanov. "Appunto questo dovresti fare..."
Rupert non gli rispose, ma con i suoi aggeggi si limit a spostarsi un po' pi lontano, al di l di un elevato ammasso di ghiaccio asciutto, in un posto dove non gli era pi possibile scorgere la tenda; e qui si sedette per completare i calcoli.
Quando finalmente ottenne il valore di longitudine, si strinse nelle spalle. Se vero, non poteva essere che un'assurdit. Distavano ancora un centinaio di miglia dall'Isola Patrick, e sapeva perfettamente che non avrebbe mai potuto - sia pure con tutta l'esasperata risolutezza e volont su cui poteva contare - trascinarsi dietro per un altro centinaio di miglia Vodopyanov. Ancora trenta giorni?... No, era troppo, troppo debole, e anche sulle spalle la pelle ora gli si era spaccata e piagata e suppurata per il costante sfregamento degli spallacci, e sia nella parte interna delle gambe che delle braccia aveva delle piaghe che quando camminava gli dolevano tanto da costringerlo a procedere con le braccia e le gambe aperte; e perci capiva che tutt'al pi sarebbe stato capace di percorrere altre quattro miglia.
Per di pi, quel che avanzava delle razioni polverizzate d'emergenza complex era sufficiente appena per altri quattro giorni.
Rupert sedette a lungo lasciando vagare lo sguardo sull'ampia distesa nevosa. I vecchi ghiacci si frantumavano con secche, improvvise detonazioni, alle quali aveva ormai fatto l'abitudine, e ancora il sottile strato di nuovo ghiaccio era in via di formazione. Guard a lungo, pensando che odiava il ghiaccio quasi quanto la stessa morte. Non poteva soffermarsi distintamente col pensiero altro che sulla cieca, ostile avversit delle sue miserrime condizioni, sulla stupidit e la perdita, sulla fine della vita quando la vita non era stata vissuta che per met, solo per met consumata. Tutto quanto era una enorme, colossale idiozia.
"Rupert!"
"Ah, accidenti anche a te!..." esclam mentalmente Rupert, all'indirizzo del compagno. "Che cos'altro c', adesso? Se proprio  destino che dobbiamo morire, ebbene... decidiamoci a farlo!"
Per qualche istante non si mosse, impossibilitato a scorgere la tenda da un picco di ghiaccio che gliela nascondeva. Pure, fu inconsapevolmente conscio di qualcosa di anormale. Gli era parso di udire le grida soffocate di Vodopyanov, sicch salt in piedi e attravers guazzando alcune pozze d'acqua e scavalc le barriere di pressione cercando di arrivare quanto pi presto possibile fino alla tenda.
Non vi arriv, comunque. Sotto di lui, in piedi sopra la tenda demolita, improvvisamente scorse la giallastra massa di un orso bianco che faceva oscillare il lungo collo sovrastando Vodopyanov - come farebbe una vaccina con un vitello - e digrignava i denti sibilando. Sotto il grosso animale, Rupert non poteva distinguere il compagno, e tuttavia pot scorgerne un pugno che stringeva spasmodicamente il pelo dell'orso, e quello spettacolo lo stup a tal punto che per un momento si ferm sorpreso, quasi affascinato. Con le dovute variazioni, almeno una dozzina di volte qualcosa di simile era occorso anche a Nansen e Peary, e a molti altri esploratori artici, e le esperienze da essi vissute gli attraversarono in un lampo la mente.
Torn infine padrone di se stesso, e raccolto un grosso pezzo di ghiaccio, lo scaravent in direzione dell'orso, che frattanto aveva gi percepito la nuova presenza. L'animale guard in su, e Rupert, allora, gli scagli contro un altro pezzo di ghiaccio, che colp la bestia in pieno muso... l'orso ne sembr scosso, al punto che si sollev e molto lentamente - il collo inclinato in un'assurda, ridicola positura - arretr.
"Vattene via!" gli url Rupert. "Fuori dei piedi!" Gli scaravent ancora un pezzo di ghiaccio, e allora l'orso si allontan al piccolo trotto voltandosi a guardare Rupert, che intanto, a grandi balzi, scendeva dall'altura ghiacciata per precipitarsi verso i resti della tenda, e cercava di scostarne i lembi per liberare Vodopyanov, mentre gli chiedeva: "Ti  successo niente, Aleksej? Stai bene?".
"S, niente di grave" disse debolmente Vodopyanov, non appena gli ebbe scoperta la faccia. Tuttavia sul viso aveva dei tagli, anche se non profondi. "Prendi quell'orso, Rupert. Sparagli."
"Buon Dio, certo!" esclam Rupert, e freneticamente cerc il fucile sulla slitta e lo estrasse dalla custodia di grossa tela e lo caric e part di corsa verso il costone dietro il quale l'orso era scomparso.
Le peste dell'enorme plantigrado erano nette, discernibilissime. Rupert, sempre di corsa, s'inoltr nella neve alta e fra la fanghiglia, senza mai perdere di vista le orme e chiedendosi come un animale cos pesante potesse muoversi tanto velocemente. Mentre, affondandovi fino al petto, si sforzava di attraversare un vasto tratto di neve molle ai piedi d'un lungo costone, ud d'improvviso un sordo grugnito, un brontolio. Alz gli occhi, e sulla cima del costone vide l'orso, che con le zampe posteriori raschiava il suolo per avere un'efficace presa e cos lanciarglisi sopra.
Sollev il fucile, fece fuoco senza mirare. Il rinculo dell'arma quasi gli slog la spalla, poich per la fretta non si era preoccupato d'insaccare a fondo il calcio contro l'attaccatura del braccio; e tuttavia alz di nuovo gli occhi. L'orso non si era spostato, sembrava che non fosse accaduto nulla. Sollev di nuovo il fucile, mir con cura. Questa volta l'orso emise un ruggito, e la testa in avanti piomb dal dirupo nella neve molle ai suoi piedi con un tonfo tremendo. L'animale attese un istante (e attese anche Rupert, di nuovo affascinato e quasi dimentico del pericolo) e poi mugghi, agitandosi con furia e allontanandosi di corsa. Rupert si distric faticosamente dalla neve molle per inseguirlo, mentre di nuovo caricava il fucile aspettando l'occasione propizia per sparargli un buon colpo. Ma l'orso correva troppo in fretta per lui, sicch spar quasi subito al di l di un'alta barriera di pressione. Rupert s'inerpic sul costone come una scimmia finch fu abbastanza in alto da scorgere l'orso.
Gli spar, e questa volta la bestia cadde. Mentre gli si avvicinava di corsa per finirlo l'orso sollev la testa... Rupert si ferm di colpo, arretrando. Ma l'animale si limit a fissarlo malinconicamente per una volta; e quando gli spar di nuovo nel collo, si abbatt stecchito.
Per qualche tempo l'orso signific un improvviso cambiamento di vita, e ne divorarono cruda la carne delle costole, che Rupert, sia pure maldestramente, senza la forza necessaria, si era ingegnato a staccare dalla carcassa. Poi si sorpresero a indugiare in considerazioni su che cosa fosse la vita, in fondo. Rupert si preoccup anche dell'animale abbattuto, e che cosa poteva averlo attratto. "Quasi certamente l'odore di carne umana" disse a Vodopyanov, e per quanto non fosse molto grasso, data la lunghezza dell'inverno, l'orso costitu per loro una doviziosa miniera dopo la continua poltiglia e la graduale depauperazione delle polveri complex.
La tenda era mal conciata, e sembrava difficilmente riparabile. Rupert, comunque, ebbe la pazienza di cucinare quanto pi pot della parte superiore, sicch quella sera poterono coricarsi con animo sereno, senza sgomento. Eppure, il mattino seguente la situazione doveva un'altra volta presentarsi totalmente diversa. Il tratto di banchisa su cui si trovavano si era spezzato. Ora, e per la prima volta, a non grande distanza si apriva un vasto tratto di mare, appena coperto da uno strato di ghiaccio sottile... troppo sottile per sostenerli.
"Sar meglio affrettarci, e andarcene da qui pi presto che possiamo" Rupert disse a Vodopyanov, che sembrava sentirsi un po' meglio dopo l'abbondante pasto di carne d'orso e una buona notte di sonno.
Il russo tuttavia non poteva mettersi ancora a sedere, e si limit quindi a scuotere la testa e disse: "Sta bene. Tanto non c'era molto da divertirsi neanche a star qui, eh?". Osserv Rupert, che si dava da fare a smontare la tenda.
Li attendeva una difficile decisione, giacch furono costretti a lasciarsi dietro quasi tutta la carne dell'orso, eppure Rupert, qualora si fossero ancora molto dilungati, sapeva che presto nel ghiaccio si sarebbero aperti altri canali. Avrebbero perci finito col trovarsi prigionieri di qualche lastrone galleggiante, e quello avrebbe comportato una discreta perdita di tempo per abbandonarlo e trasferirsi di nuovo sul tratto di banchisa ancora compatto. Caric quindi solo parte della carcassa dell'orso sulla slitta, e con grande sforzo iss anche Vodopyanov; si leg poi gli spallacci del paracadute intorno alla vita invece d'infilarseli sulle spalle e si accinse a partire. Dovette aspettare qualche momento, tuttavia: fu prima costretto a implorare dal proprio fisico l'energia sufficiente a superare lo strappo iniziale... strinse le palpebre e punt le stanche gambe, e poi, con i denti, con l'intero suo corpo, si protese in avanti dando il primo disperato strattone alla slitta.
I giorni seguenti quasi lo demolirono: cattivo tempo, e una quantit di neve frammista con acqua.
Arrivarono infine al punto in cui non avanz che una sola giornata di viveri polverizzati complex. Ma Rupert aveva ucciso una foca con un colpo di fucile, e fu anche capace di agguantarla prima che affondasse. La mangiarono cruda, e sostarono due giorni sulla banchisa dormendo e asciugandosi; e attesero.
Che cosa?
Non lo sapevano... All'intorno i ghiacci si frantumavano con improvvisi schianti, e ora i canali d'acqua marina si moltiplicavano... e spesso erano lunghi parecchie miglia sicch costituivano un insormontabile ostacolo per chi non disponesse d'una imbarcazione.
Ma Rupert non aveva pi forza sufficiente a traghettare se stesso, il compagno e la slitta oltre i canali che non poteva aggirare, e perci s'infil nel suo sacco e dorm ventiquattr'ore filate. Quando infine si svegli, Vodopyanov lo stava osservando paziente con una sorta di spenta curiosit.
"Va bene, va bene" gli disse Rupert. "Adesso vedremo anche di muoverci."
Ma com'era possibile traghettare la slitta? Rupert vi avvolse intorno il proprio sacco a pelo nel senso della lunghezza, legando poi tutto quanto con la malconcia tenda di nylon, molto saldamente, e infine trascin lo strano aggeggio verso l'acqua. "Se non vuoi galleggiare" gli disse "puoi anche andare a fondo... io non muovo un dito!"
La slitta per galleggiava, sia pure un po' inclinata verso un'estremit; Rupert la tir un'altra volta sul ghiaccio. Aveva gi gonfiato il canotto di gomma gialla, e tolte le pagaie dalle fiancate; ora tuttavia si presentava il problema principale... farci salire Vodopyanov.
"Prima lo metto in acqua, e poi ti trascino finch sei dentro" spieg al russo.
"E la brandina... no?" domand Vodopyanov.
"Eh, quella dovremo abbandonarla" disse Rupert.
La manovra fu complicata e dolorosissima, e Vodopyanov - quando fu finalmente caricato a bordo, accartocciato e seduto con la schiena contro la fiancata di poppa - perse i sensi per la sofferenza. Il russo non poteva stare disteso perch il canotto non era lungo abbastanza, e stare seduto gli procurava dolori tali che lo avevano fatto svenire. Rupert chiuse gli occhi per non vedere; e trascin in acqua anche la slitta, che con una fune leg a rimorchio del canotto. Sal anche lui, sedendosi sopra le inutili gambe di Vodopyanov. In questo modo, mentre il russo, semiriverso e privo di conoscenza, giaceva a poppa del canotto, Rupert super a colpi di pagaia un largo tratto di mare che lo separava dall'opposta sponda di ghiaccio, oltre tutto correndo il rischio di rovesciarsi quando per un improvviso strattone la slitta and a investire il canotto.
Erano quasi duecento metri d'acqua, e quando fu sulla sponda opposta, gli si present il problema di scaricare Vodopyanov, sempre privo di sensi... ma non gli fu possibile smuoverlo. Non aveva pi forza, sicch si tir dietro nell'acqua per quasi un chilometro il canotto con Vodopyanov, finch non giunse in un punto dove il ghiaccio digradava dolcemente verso la superficie dell'acqua. Allora tent il tutto per tutto, e d'un sol colpo tir in secco il canotto e Vodopyanov. Si curv, e rovesci il battellino, facendone rotolare fuori Vodopyanov, ben felice che non avesse ancora ripreso conoscenza e non fosse perci in condizioni di provare quella che di certo doveva essere stata un'esperienza straziante per le sue povere gambe rattrappite, gli esili fianchi, l'inutile schiena e il volto smagrito e affilato e barbuto che sotto la nube dell'incoscienza - simile a spirito misterioso e nascosto - sembrava estraneo a qualunque cosa gli accadesse intorno.
Per lui, adesso, il russo non era pi una creatura vivente, ma null'altro che un sudicio, ingombrante fagotto nero; Rupert lo tir e lo spinse e gli diede furiosi strattoni finch non lo ebbe di nuovo caricato sulla slitta, e poi gli gett sopra il canotto (senza neanche sgonfiarlo) e vacillando paurosamente cominci a trascinarsi dietro un'altra volta la slitta sul ghiaccio bagnato.
Alla fine, il peso divenne troppo anche per lui.
Prese dunque a scaricare la slitta di qualsiasi oggetto superfluo, eliminando il fornello di cui si servivano per cucinare, il petrolio, il sestante a bolla e ogni altra cosa della quale gli parve di poter fare a meno, eccetto la tenda e i sacchi a pelo e quanto avanzava della foca e delle polveri complex; e naturalmente il fucile e le cartucce. Gi da tempo aveva scartato i suoi rudimentali sci.
Ora continuare si era trasformato in impulso pressoch automatico, e quando si trov davanti un altro insormontabile tratto d'acqua marina, Rupert si limit a fare di nuovo le operazioni gi fatte la prima volta, meccanicamente: mise in acqua il canotto e avvolse il sacco intorno alla slitta e leg sacco e slitta con la tenda e quindi caric sul canotto con uno sforzo spasmodico l'ancora semincosciente Vodopyanov - a testa in avanti, o comunque gli fu possibile afferrarlo - quasi facendo capovolgere l'imbarcazione che salv solo saltando egli stesso nell'acqua e liberandola da una sporgenza di ghiaccio sotto la quale si era incastrata.
"Maledetto!..." esclam fra le lacrime Rupert, al ghiaccio e all'intero mondo. "Oh, maledetto!..."
Fu di nuovo costretto ad attraversare un altro largo canale d'acqua marina, e comprese che non avrebbe pi avuto la forza di continuare a trascinarsi dietro la slitta. Scaric Vodopyanov, sistemandolo in luogo sicuro sul ghiaccio. Era cos stanco che croll al suolo e prese immediatamente sonno, svegliandosi solo quando venne sera e si accorse che i suoi abiti per il gelo erano divenuti un sol pezzo con il ghiaccio. Faticosamente s'infil nel sacco a pelo, dando un'occhiata a Vodopyanov, che comunque si trovava in luogo sicuro, e di nuovo piomb nel sonno.
Eppure, ancora non potevano cedere, e quantunque tutto lasciasse comprendere che la fine non era lontana, ancora non appariva in essi nessun segno premonitore della morte.
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Capitolo 12.
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Quando fece giorno, Rupert mangi parte della foca, e abbandonando quello che ne avanzava, cominci di nuovo a trascinare penosamente la slitta finch si trov di fronte a un ennesimo vasto braccio di mare, e questa volta cos vasto che non gli era nemmeno possibile distinguere l'opposta sponda che si nascondeva nella foschia mattutina o pomeridiana... ormai non sapeva pi quale parte del giorno fosse.
"Ancora uno!" si disse Rupert, sfinito. "Uno, ancora uno soltanto!"
Tutto qui. Avevano da tempo superato la possibilit di esprimersi con parole, e mescolato parte di quanto avanzava delle polveri complex e di cioccolato con un po' di neve, Rupert cerc di farlo mangiare a Vodopyanov, che si prov a masticarlo e subito lo sput. Rupert non protest, non imprec. And invece a cercare una pozza d'acqua dolce. La trov, ne raccolse una ciotola, un po' salmastra, e tuttavia bevibile, la mescol con la polvere e il cioccolato sminuzzato e la diede a Vodopyanov, che annu e inghiott e si lasci poi cadere all'indietro, con gli occhi chiusi.
Le razioni d'emergenza erano finite.
Ancora uno... aveva detto Rupert. Ma in ventiquattr'ore ne attravers altri tre. Vide una foca; le spar, e la manc. Poco dopo, mentre silenziosamente, amaramente piangeva per il colpo mancato, un'altra foca emerse in un canale a breve distanza da lui, e anche a questa spar, e la prese, e disperatamente si tuff in acqua per afferrarla. La strinse selvaggiamente, e senza sapere come la trascin fino al ghiaccio della sponda, e poi la tir fuori dell'acqua e l'abbandon sulla riva, infilandosi nudo nel sacco a pelo in attesa che i suoi abiti si asciugassero.
Ormai le difficolt, i problemi della loro sopravvivenza si risolvevano di secondo in secondo, di respiro in respiro, e quando si svegli, in piena, calda luce del giorno, Rupert ancora giacque immobile, gli occhi aperti, chiedendosi nebulosamente quando sarebbe giunta la fine, e come, eppure senza pi darsene pensiero poich gi si considerava morto.
Sempre sdraiato, gir intorno lo sguardo in cerca di Vodopyanov, giacch non gli era possibile ricordare dove l'avesse lasciato il giorno innanzi. Ma non s'impensier non scorgendolo. Solo a fatica gli era possibile ricordare distintamente i giorni e gli avvenimenti trascorsi. Il russo era proprio con lui, ancora? Gli costava un enorme sforzo guardare, e tuttavia volle drizzarsi a sedere per meglio guardarsi attorno, e allora lo vide... Vodopyanov si era sfilato dal sacco a pelo e ne distava una cinquantina di metri e si trovava ormai sull'estremo limite della sponda ghiacciata.
Che cosa faceva in quel posto?
Rupert lo fiss in una confusa bruma priva di memoria, sforzandosi di capire per quale motivo il compagno poteva trovarsi accanto alla sponda mentre lui era qui... e finalmente comprese che a farlo era stato lo stesso Vodopyanov: si era trascinato fin l da solo, e ora, giunto all'estremo limite del ghiaccio, stava per gettarsi nell'acqua.
"Aleksej!" grid Rupert.
Troppo tardi. Raggiunta la sponda, Vodopyanov, senza un attimo di esitazione, si era tirato con le mani oltre il bordo, ed era piombato in acqua.
Rupert sent che il cuore gli batteva cos spasmodicamente da farlo gridare di dolore quando si alz per mettersi a correre - inciampando, vacillando - in direzione del tratto di sponda di fronte al quale ancora galleggiava Vodopyanov, gli abiti gonfi e fluttuanti intorno al capo. Quando si sporse per afferrargli la giubba, il russo gi si stava inabissando. Rupert tent di resistere, ma fu trascinato in acqua anche lui, e quando torn su, Vodopyanov era gi fuori della sua portata.
"No! Per l'amor di Dio, no!" grid Rupert.
Vodopyanov si gir, quasi stupefatto, e Rupert, allora, lo gherm di nuovo e non lo lasci pi andare, quantunque il russo non facesse nulla per aiutarsi e continuasse a sprofondare, e sarebbe scomparso sott'acqua se non fosse stato per un provvidenziale strato di ghiaccio sommerso che sporgeva proprio in quel punto.
Dopo averlo tirato fuori di peso, Rupert se lo trascin dietro per la giubba senza fermarsi a chiedergli niente o guardarlo finch non fu abbastanza in alto, e molto distante dalla sponda, e solo allora si arrest e croll al suolo piegato in due senza pi fiato e tuttavia sempre fissando Vodopyanov.
"Si pu sapere perch lo hai fatto?" gli domand infine Rupert, furibondo. "A che scopo?"
Ma gi sapeva qual era lo scopo. L'indomito impulso di sacrificio era infine giunto al momento cruciale, e Vodopyanov, come da lungo tempo progettava, per poco non era uscito drammaticamente di scena nella loro tragedia... non per un impeto di ardente valore ma sotto la spinta d'una malinconica ineluttabilit. Uno dei due doveva sopravvivere.
Per un istante si fissarono in silenzio: due uomini emaciati, sudici e zuppi fino all'osso, seminascosti da incolti capelli arruffati e lunghe, aggrovigliate barbe, le labbra gonfie, screpolate... uomini miserandi, intristiti e soprattutto inermi e impotenti. Eppure gli occhi ancora furono capaci d'incontrarsi al di l dell'amarezza d'una situazione tragica, e Rupert, adirato, proruppe:
"Senza di te non ha pi scopo, ormai..." S'interruppe, perch ancora gli mancava il fiato. "... Perci non tentare pi di farlo, mai pi. Senza di te non combinerei niente. Dovresti pur capirlo, questo..."
"Ma per te non c' nessuna speranza" protest flebilmente Vodopyanov "se devi continuare a tirarti dietro anche me."
Rupert ancora si sforzava di calmare l'affanno che gli impediva di respirare. "Se ti arrendi, allora devo fare lo stesso anch'io" grid. "Sei la sola cosa che conti, che mi tiene vivo. Non lo capisci? possibile che tu non riesca proprio a capirlo?"
Anche se lo capiva, Vodopyanov non lo lasci trasparire... e tuttavia chi avrebbe potuto distinguere le lacrime sul suo viso bagnato? Piangeva per se stesso, per la propria sofferenza e sventura, o piangeva per Royce, per l'impeto e la forza di quest'altra vita che sino al momento estremo torturava e metteva continuamente a durissima prova?
Proseguirono; e da principio, Rupert non si accorse nemmeno che ora si trovavano in terraferma. E anche quando se ne accorse gli sembr un fatto di scarsa importanza, giacch ancora non sapeva dov'erano. Era una delle Borden, o l'Isola Patrick? E poi, che cosa contava? Erano disabitate, tutte. Perci Rupert si limit a prendere nota della nuova realt, ma non si ferm se non quando i primi tratti di terreno nudo sulla costa lo costrinsero a deviare. Mancava il ghiaccio per la slitta. Ora la luce del giorno era piena, continua, e in distanza poteva intravedere anche il profilo scuro delle basse colline sovrastanti l'isola che cercava di aggirare sempre trainando la slitta lungo la fanghiglia di ghiaccio e acqua dei lastroni ancora ancorati alla costa... senza pi darsi pensiero del sempre incombente pericolo che il ghiaccio cedesse sotto il peso della slitta.
Ora tutto era inconscio, automatico... qualunque cosa, qualunque movimento.
Anche quando ud un cane che abbaiava: per lui non signific nulla, assolutamente. Non sapeva neppure pi con esattezza se il suo compagno ancora viveva o se fosse gi morto, ma proseguiva.
Di nuovo ud i latrati e i guaiti d'un cane, o forse di parecchi cani. Si ferm, gli occhi cos abbacinati dal chiarore nevoso e abbacinati dallo stordimento e dalla debolezza che non capiva distintamente dove si trovava e perch si era fermato.
Di nuovo lo raggiunse quel suono, lo stesso: un cane che abbaiava.
Ma questa volta il suono raggiunse anche la parte viva del suo intelletto e scost un piccolissimo lembo della confusione che l'ottenebrava, sicch per un istante gli fu possibile pensare con lucidit. Doveva sparare un colpo di fucile. "Per..." fu pronto a suggerirgli l'intelletto: "Se c' qualcuno, allora creder che lo sparo sia solo il crepitio del ghiaccio che si spezza". Pure, l'intelletto subito trov da solo una risposta: "Spara, spara molte volte".
Ora portava il fucile a spalla, e se lo tir gi e fece per sparare. Era scarico. Dov'erano le cartucce, adesso? Si frug inutilmente in tasca. Torn alla slitta: sotto i piedi del russo trov una scatola fasciata con uno straccio bisunto... e riemp il caricatore, e lo vuot sparando i colpi uno dietro l'altro.
"Anche questo non significher molto, comunque" si disse, a voce alta. "Bisogna che scopra dove si trovano."
Pensava e agiva come un bambino, e di nuovo fece per incamminarsi. Ma d'improvviso si sent tirato all'indietro e gettato a terra dal peso della slitta al cui cavo ancora era legato, e di cui si era completamente dimenticato. Incerto, stordito, si rialz in piedi, e piegandosi avanti super faticosamente i primi centimetri e di nuovo prese a trainare lentamente la slitta verso il ghiaccio della costa, verso l'isola, verso quei suoni che indicavano la presenza di cani. O forse anche le volpi artiche abbaiavano? Esisteva dunque qualche altro animale oltre ai cani capace di emettere suoni cos pieni di vita, cos strani?
"No, credo proprio di no" si disse.
Raggiunse la terraferma, e continu a tirarsi dietro la slitta sullo strato di ghiaccio che anche qui esisteva; ma sulla riva dovette fermarsi quasi subito per la sabbia e la ghiaia. Ora, girandosi, gli fu possibile vedere qualcosa, sebbene l'abitudine all'abbacinante chiarore della neve diminuisse la sua capacit di visione distinta.
Che cos'era, dunque? Forse un orso che casualmente si avvicinava e stava per ucciderlo?
Ma non era una sola forma. Erano di pi, erano almeno una dozzina di forme indistinte, e non sull'isola, ma sul ghiaccio marino da cui era venuto anche lui. Torn a girarsi, e di nuovo s'incammin trascinandosi dietro la slitta, e anche quando fu evidente che si trattava di uomini - tre uomini con diversi cani e una slitta - lui continu caparbiamente. Si ferm solo quando ne sent le grida, quando li vide gesticolare.
"S, s, s" si disse.
Rest fermo in attesa, dubitando ancora che fosse proprio vero, e si lasci scorrere intorno lo sguardo sul ghiaccio, sull'orizzonte lontano, sull'isola, su tutto... e di nuovo sul gruppo di uomini e cani che gli si stavano avvicinando.
Ancora incapace di accettare la realt, Rupert - il capo incassato fra le spalle, il corpo proteso in avanti - di nuovo cominci a tirare la sua slitta. Il primo, fiammante contatto con un essere vivente fu la sensazione d'una mano sul suo braccio, quando si sent afferrato e trattenuto e sorretto; e mille voci gli furono intorno. Alz lo sguardo, ma si vide davanti strani volti quasi emulsionati.
"Be'..." disse, con molta calma: "Non credo che sarei andato ancora molto lontano".
Mise infine a fuoco quei volti, e comprese che erano esquimesi. Ma - si disse - non c'era niente di male, assolutamente.
"Comunque..." disse, a voce pi alta, mentre i tre uomini lo liberavano dagli spallacci, lo aiutavano a sfilarsi il fucile: "Comunque, credo che ormai non abbia grande importanza". E quando gli altri cercarono di farlo salire sulla loro slitta, fra un profluvio di parole calorose, eccitate, Rupert protest: "No, no... io sto benissimo".
Gli uomini avevano capito, per. Lo convinsero a montare sulla slitta, e Rupert, allora, vi si sedette, e con un sorriso incerto attese che finissero di sistemare anche l'altra slitta, e i cani, e il carico, sempre in un ininterrotto fluire di vivaci frasi esquimesi, loquaci, curiose, incredule, che lui, con i suoi nervi saldi, intatti, comprendeva e giudicava fondate.
"Sorprendente" si disse. Tuttavia, quello che segu and per sempre perduto anche per lui.
...
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PARTE SECONDA.
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Capitolo 13.
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Rupert aveva la sensazione di essere diventato qualcosa di simile a un'anomalia, una pubblica curiosit; e non gli piaceva. Vi si opponeva con tale torva caparbiet che perfino Jo (esultante, felice per il miracolo) ne fu sorpresa.
"Ma tu hai compiuto un atto eroico, veramente" gli diceva, ostinata. Tutti si ostinavano.
"No, non  affatto vero" protestava Rupert.
A lungo andare - si sforzava di spiegare - l'impresa era stata vana e assurda e perfino avvilente, e non voleva pi sentirne parlare.
"Figurarsi..." esclamavano gli altri: "rischiare deliberatamente la propria vita per salvare un uomo!".
"Non l'ho fatto deliberatamente, mai pi" precisava lui, quasi offeso. "Pensavo che l'aereo tornasse a prendermi. Non sapevo che sarei rimasto per mesi fra i ghiacci."
Ma l'avventura da lui vissuta era sempre stata troppo straordinaria e troppo, troppo drammatico il suo salvataggio perch si potesse passarli sotto silenzio, come gli sarebbe piaciuto.
Che cos'era avvenuto, dunque?
Rupert era stato trovato da un gruppo di cacciatori di animali artici e pellicce che facevano capo a un battello polare esquimese di Isaaksen, i quali si spingevano anche nelle zone dell'estremo nord e si vedevano di anno in anno costretti ad addentrarsi sempre pi profondamente fra i ghiacci dell'Artide. Erano intenti alla caccia delle foche, quando lo avevano trovato.
E lo avevano subito portato alla base dell'Isola Melville, dove un aereo della Royal Air Force - inviato appositamente - aveva prelevato Rupert (insieme con ci che ancora restava di Vodopyanov) per trasferirlo alla base americana di Thule. Il salvataggio, per Rupert, era stato un sollievo tanto incredibile che - sulle prime, quanto meno - aveva sopportato saldamente ogni cosa e persino scherzato con noncuranza sulla propria straordinaria esperienza; e tuttavia, con il graduale accrescersi del generale interesse, e il dilagare della curiosit, e soprattutto gli eroicizzanti, iterativi voli pindarici di drammatiche descrizioni giornalistiche, che lo coglievano sempre impreparato, Rupert aveva via via cominciato a manifestare anche nel fisico lo strenuo sforzo della lunghissima marcia fra i ghiacci. Non era pi stato capace di lasciare il letto a Thule, dove gli americani a ogni costo avevano voluto immediatamente mettere lui e lo sfortunato Vodopyanov (in condizioni gravissime) sotto apposite tende ad aria condizionata. Tutto questo lo demoralizzava, comunque. La nudit e il biancore del suo corpo - cos asettico, squallido - somigliavano troppo allo sconfinato vuoto d'un mondo che aveva da poco lasciato, e nonostante le premurose e attente e perfette cure, Rupert aveva chiesto di essere mandato a casa il pi presto possibile.
Pure, la scoperta di essere ancora normale lo aveva fatto felice; e l'esistenza di altre persone, che sembravano apparirgli sempre con una sorta d'immediatezza improvvisa, espansiva, gli dava una sensazione di calore cos completo che giunse perfino a permettere alle infermiere di leggergli (da giornali e periodici americani) i pi importanti avvenimenti mondiali che non aveva potuto seguire durante i sette mesi di segregazione fra i ghiacci. Avrebbe potuto anche leggerseli da solo, e tuttavia quello - gli avevano spiegato - doveva costituire una specie di terapia personale; e perci furono giovani, asciutte voci americane che lo informarono del duello fra Harriman e Rockefeller per l'elezione a governatore dello Stato di New York, e gli lessero prolissi editoriali sull'eccezionale congresso del Partito Comunista Sovietico a Mosca, e molto compitamente, ma impersonalmente, lo misero al corrente della visita di Macmillan al Cremlino e che adesso a Cuba comandava un certo Castro.
"Be'... in fondo non ho perso gran che, vero?" comment Rupert. "Sempre lo stesso mondo, con gli stessi problemi."
Con Jo aveva parlato per radiotelefono... e l'apparente incomunicabilit delle loro voci s'era interrotta e affievolita e ingigantita al di sopra di mezzo mondo. Jo aveva detto: "Ma se stai bene, allora devi tornare subito a casa!".
Semplice, no? Che cosa faceva in quell'ospedale americano con ago e siringa pronti sopra di lui tutto il santo giorno? Antibiotici?... Lui cerc di rifiutarli. Vitamine per ipodermoclisi?... Altrettanto. Per star bene - spieg Rupert - gli occorreva solo che le gambe si mettessero a funzionare, e che gli si disannodasse l'intestino. I medici risero, le solite risate di giovanili modi americani, affabili, professionali; Rupert faceva sul serio, invece, e quando venne a visitarlo un ufficiale della Royal Air Force, gli disse chiaro e tondo che voleva essere spedito a casa senza tante storie con il primo aereo disponibile.
Nel Surrey lo avevano di nuovo messo in ospedale, almeno finch non fosse in grado di camminare da solo. E quando era venuta a trovarlo, Jo - nei suoi occhi violetti ancora sfavillava la luce del miracolo - si era quasi spaventata del suo aspetto... e la scossa inattesa si era vista chiaramente dal viso, dall'intero corpo di lei. La conosceva troppo bene, Rupert. Sapeva che si aspettava di vedersi davanti il solito, normalissimo Rupert Royce: esattamente come lo aveva lasciato quando era partito. Lui la baci, le disse che contava di andare a casa subito. S, stava perfettamente bene. Quel che gli occorreva era solo mangiare un'enormit di vivande debitamente cucinate, se lo stomaco le accettava; e una vita normale.
Jo e il medico della Royal Air Force si sforzarono di dissuaderlo mettendo la cosa in ridere, ma lui si fece molto serio, s'indispett anche, e su quello non volle assolutamente ridere. Pi d'ogni altra cosa gli occorreva trovarsi di nuovo nella sua casa di Hampstead, affinch una volta per tutte avesse fine l'interminabile attesa di quell'assurda solitudine bianca. Di questo lui era convinto, comunque. E dopotutto... appunto questa era stata la loro unica meta, il sogno di cui entrambi erano vissuti; adesso era finalmente venuto il momento di coronare il sogno.
Allora - e soltanto allora - quell'avventura avrebbe potuto considerarsi finita e sepolta, interamente.
Era un uomo piccolo, perspicace il medico del Ministero dell'Aria, e cos perspicace che gli fu sufficiente una occhiata a comprendere quali fossero il nocciolo e l'impegno dell'intera questione. "Va bene, vecchio mio..." disse il medico: "Torna pure a casa. Guarda che dovrai continuare a curarti, per, e conta poco dove ti troverai, altrimenti andrai a rischio di perdere i denti, e con ogni probabilit le caviglie non torneranno pi quelle di prima, e neanche lo stomaco, o i polmoni...".
"Per me va benissimo" fece Rupert. "Mi basta di poter dare un taglio a tutta quest'assurda faccenda, e vedrete che sar vispo come un fringuello."
Lo mandarono a casa in autoambulanza, ma lui si arrangi a percorrere da solo il vialetto del giardino. La sapeva lunga, ormai, in tema di giornalisti e fotografi, sicch non si volt neppure per guardarli, n tantomeno accett di fare dichiarazioni. Testardamente, ostinatamente si rifiutava di ammettere la tragedia vissuta, anche se quanto maggiore la sua riluttanza, tanto pi acuti e intensi si scatenavano intorno a lui curiosit e scalpore. Ma era un problema che ancora doveva porsi.
E oltretutto era il momento di affrontare anche i suoi figli.
Dopo quasi un anno di assenza da casa, Rupert trov che i bambini per lui avevano una specie di cautela. Rolland era cresciuto e cambiato, e si dimostr timido e molto educato, ma senza far trasparire nemmeno un'ombra di sorpresa o piacere, quantunque Rupert, un po' malinconicamente, si augurasse di poter individuare in seguito il segreto mondo del figlio sotto la superficiale vernice di riserbo. Anche Tess era cresciuta, e lo aveva completamente dimenticato. Ma come la madre, anche lei fu di nuovo viva e presente in un giorno, in un'ora, in un solo ardente secondo... come se non fosse mai accaduto nulla. Tess accett il suo ritorno lietamente, semplicemente.
"Ma tu..." gli domand Tess, i grandi occhi come quelli della madre spalancati e affascinati dal suo volto emaciato: "Ma tu sei proprio lo stesso che avevo anche prima?". Lui, per Tess, era come se fosse morto e risorto.
Era la pi semplice, la pi immediata di tutte le spiegazioni. Eppure che cosa significavano la morte o la risurrezione quando l'una e l'altra erano al di fuori della di lei esperienza, o comunque ancora oltre la sua portata?
Rolland peraltro reag con aria sprezzante a quella manifestazione, quasi dall'alto in basso. "Ma s capisce che  ancora lo stesso" disse alla sorella. "Cerca di non fare delle domande cos stupide."
Erano parole forti per Rolland, e Tess, naturalmente, stava gi per mettersi a bisticciare.
"Sentite qui, voi due..." intervenne Rupert, con decisione: "Non c' il minimo bisogno di mettersi a discutere su niente o nessuno, e specie su di me. Facciamo semplicemente a meno di parlarne, dato che tutto  finito. Quindi... chiuso l'incidente!".
E cos doveva essere, se le sue teorie in tema di bambini erano esatte.
Rupert si mise di puntiglio e con ogni mezzo s'impose di assaporare le gioie del ritorno in famiglia, e tuttavia non pochi fattori glielo impedivano. Era pi debole di quanto non volesse dare a vedere, e certamente pi debole di quanto non fosse disposto ad ammettere... e questo per lui era inesplicabile. Perch doveva essere d'un tratto divenuto cos delicato? All'ospedale gli era parso di stare perfettamente, anche se non era in grado di camminare ed era dimagrito di oltre venti chilogrammi sicch le gambe e l'intero corpo erano cos scarni e sottili che parevano fatti di fil di ferro.
Oltre a questo esisteva sempre il problema di essere considerato da tutti un eroe, e ci non si poteva ignorare ancora per molto. La sua storia, ovviamente, era diventata una meravigliosa, inesauribile fonte di articoli per la stampa dell'intera nazione. E in verit, la sua era un'impresa stupefacente... prima paracadutato da un aereo sui ghiacci dell'Artide; e poi - con ironia degna di un antico destino - sopravvissuto in condizioni assolutamente incredibili (e fino a che punto lo fossero state non lo sapeva nessuno con esattezza, poich non ne aveva parlato a nessuno) mentre i suoi compagni di volo perivano per la caduta dell'aereo mentre atterravano a Thule.
Ma c'era ben altro da spiegare, inoltre.
Chi era questo russo cos gravemente ferito, e che cosa faceva in aereo sopra la zona dell'ottantasettesimo meridiano? Se l'aereo russo era gi precipitato da oltre sei mesi sui ghiacci polari, perch i russi non ne avevano mai fatto il minimo accenno? O forse stavano segretamente cercando - con voli a bassa quota, o addirittura sfiorando i ghiacci - d'individuare gli apparati difensivi degli americani nell'emisfero settentrionale? Vodopyanov era forse un agente dei russi, incaricato di spiare dall'alto le attivit e le segrete manovre degli americani nell'estremo nord?
Vodopyanov si trovava tutt'ora presso l'ospedale della base americana di Thule. I russi ne avevano naturalmente chiesto la restituzione, e si erano perfino offerti di inviare un aereo (a Thule!) per trasportarlo. Ma gli americani sostenevano che il pilota era in condizioni ancora troppo gravi per affrontare il trasporto... anche se fossero stati cos stupidi da permettere a un aereo russo di atterrare a Thule, proprio nel cuore del loro sistema difensivo. I russi non credevano una sola parola di questo, e rabbiosamente insistevano per ottenere l'immediata restituzione di Vodopyanov. Con che diritto lo trattenevano gli americani?
In proposito, un consigliere dell'ambasciata sovietica aveva sollecitato un colloquio con Rupert, ma Jo, di propria iniziativa, si era preoccupata di evitare l'incontro. Tuttavia sulla stampa l'eco del "caso Vodopyanov" assunse dimensioni tali che cominci a interessarsene anche Rupert, e Jo, allora, si decise a informarlo che un funzionario russo aveva chiesto di parlargli.
"A buon conto, io non ho voluto permettergli di venire qui" aggiunse Jo. "Non mi piace certa gente per casa."
"E perch no?" s'inform lui, con aria stupita.
"Hanno sempre certe facce sinistre. E poi, che tipo era quel tale?"
"Chi?"
"Quel russo... non me ne hai mai parlato" disse Jo, quasi che il marito cercasse deliberatamente di nasconderle qualcosa.
Erano seduti al tavolo della prima colazione, che Rupert - ordinato e lindo in un abito che gli cascava da tutte le parti - aveva insistito perch fosse servita nella serra.
"Vodopyanov?" fece lui, e si mise a ridere. "Oh, Aleksej aveva un gran da fare a cercare il momento adatto per il gran gesto..." Ma s'interruppe, perch capiva che ora in fondo sarebbe stata una crudelt quel commento; e facendosi serio continu: "No, non era questo che intendevo. Aleksej soffriva moltissimo, eppure non si  mai lamentato n...". "N?..."
"N mai ha smesso di sperare" fu quasi per dire Rupert.
Ma in realt essi (e sia l'uno che l'altro) avevano smesso molte volte di sperare, e d'improvviso, anche in quel momento, gli si present alla mente il pensiero che ogni giorno lo perseguitava in centinaia di occasioni: le ultime settimane avevano veramente fatto una vita da bestie, non da eroi. A Jo ancora non aveva detto nulla della sua dura esperienza; e quanto a lei, sapeva fin troppo bene che non serviva fargli domande. Al momento buono sarebbe venuto fuori tutto, da solo.
"Ma... oh, mio Dio" pens lei, in un tacito lamento. "Su certe cose  cos taciturno che non sapr mai quello che veramente  accaduto."
Sia sull'aereo russo, sia su Vodopyanov, gli avevano fatto una quantit di domande anche gli americani e i funzionari della Royal Air Force. Sembrava stupefacente che i due uomini non si fossero mai scambiati una confidenza su quello che stavano facendo nei cieli dell'Artide; e tuttavia non era parsa cosa molto importante, date le circostanze.
Quanto all'aereo russo... s, Rupert non era molto sicuro. Gli americani avrebbero dato chiss cosa pur d'individuarne i rottami e ispezionarli, ma era una speranza estremamente tenue poich quel tratto di banchisa di certo andava continuamente alla deriva e oltretutto avrebbe anche potuto capovolgersi e inabissare la fusoliera. Comunque, gli avevano posto molte insistenti domande. Sull'aereo esisteva qualche apparecchiatura o equipaggiamento insolito? Non aveva potuto farsi un'idea di quale fosse stata la missione dell'aereo? Rupert aveva detto che anche lui di tanto in tanto si era soffermato su quell'interrogativo, solo che a quell'epoca aveva gi riempito di neve gran parte della fusoliera. Ma le apparecchiature speciali esistevano, senz'altro: gli sembrava ancora di vedersi davanti il cadavere di quel marconista curvo sopra un dedalo di fili elettrici e valvole. Era armato l'aereo? No, non aveva notato armi di bordo. E non aveva notati dei piccoli schermi radar? S... gli sembrava di averne visti cinque o sei, in fila. E Vodopyanov?
"Aleksej" aveva risposto Rupert "doveva essere un ottimo pilota, e anche un ottimo navigatore. Senza dubbio conosceva i sistemi di navigazione inglese."
Allora, pur di soddisfare coloro che lo interrogavano, non aveva forse desiderato di aggiungere qualche altro particolare sull'uomo da lui salvato?... Il nuovo, temporaneo mondo in cui si era trovato d'improvviso - un mondo cui aveva dato quietamente vita un agente dei servizi segreti americani, un giovanottone dai capelli rossi - quel mondo non gli era parso reale. Rupert aveva deciso di non aggiungere altro. Preferiva avere il tempo di meditare sui diversi aspetti della situazione. Su Vodopyanov, esistevano ancora diverse cose che prima di tutto desiderava sbrogliare per se stesso, sicch sedette tranquillamente al sole, in giardino, forse un po' insonnolito, e tuttavia sforzandosi di tornare a essere l'uomo deciso e positivo che sempre era stato.
Il consigliere d'ambasciata russo venne un sabato pomeriggio, e proprio il giorno che Angelina - dopo una violenta scenata - aveva deciso di andarsene. Veramente, a licenziarla era stata Jo, furibonda per la scoperta di pane grattugiato nella salsa di pomodoro, il che, di per se stesso, non era neppure sbagliato, solo che Angelina, un po' per volta, aveva preso una passione tale per il pane in briciole che non si lasciava mai sfuggire l'occasione di aggiungerlo a qualsiasi cosa. Ne aggiungeva persino al gelato che abusivamente acquistava per i bambini. "Vi fa bene!" diceva Angelina, e spandeva prodighe dosi di torta in briciole sul gelato. I bambini ci stavano. Ma trovare del pane sbriciolato anche nella salsa di pomodoro per la pastasciutta era stato troppo per Jo, che aveva dato la stura a una sfuriata poi estesasi anche ad altri difetti di Angelina... e che dava troppi dolci e cioccolato ai bambini, e che rimpinzava il cane di erba gatta, e che teneva sempre accesa una candelina davanti all'immagine del Sacro Cuore, sulla parete, in camera sua, costringendo lei - Jo - a vivere costantemente nel terrore di un incendio.
"Te ne puoi andare!" grid Jo. "Non ne posso pi di te, assolutamente..."
"Voi fate troppo chiasso, adesso" disse Angelina. "Sempre chiasso, chiasso..." ripet, con fare offeso. "E perch, poi?"
"Sei una maniaca religiosa, tu... con tutte quelle candeline" strill Jo. "Fuori di casa mia!"
"Meglio le candele che non avere neanche un po' di religione senza candele" brontol Angelina.
Le recriminazioni erano state (come sempre, in quei casi) altrettanto energiche, e accompagnate dallo scintillio furioso dei neri capelli e degli occhi violetti di Jo... quasi adirati diamanti. Angelina, comunque, era un tipo di ragazza troppo salda, troppo tranquilla per lasciarsi domare da quelle sfuriate.
"Puoi andartene" strill un'altra volta Jo. "E portati via anche tutte le tue maledette candeline, e di' alle suore che farebbero meglio a vergognarsi..."
"Troppo chiasso" protest di nuovo Angelina, ostinata; e si avvi su per le scale di servizio. "Me ne vado." Rupert era stato ad ascoltare quasi distrattamente, e tuttavia in cuor suo augurandosi che alla fine capissero tutt'e due quello che stavano facendo; ma ne dubitava. "Perch non le hai detto semplicemente: "Non voglio pi saperne di pane sbriciolato"?" domand a Jo. "Non sarebbe stato sufficiente?"
"Gi... che cosa credi che le stia dicendo da mesi?" strill Jo, esasperata. "Perch mi sarei arrabbiata cos, altrimenti?"
"La verit  che voi due non siete fatte l'una per l'altra" sentenzi Rupert. " questo il guaio."
"Oh, se sapessi come hai ragione!" esclam Jo. "Sono stufa, stufa. Tu poi, ti metti sempre dalla sua. E allora... perch non vai a convincerla di restare? Su, avanti!"
"Io?... Ma neanche!" si scherm Rupert. Ma Jo conosceva bene la sua pretesa indifferenza in quelle questioni... Alla chetichella, e senza neppure dirglielo, o farsi scorgere, Rupert avrebbe fatto in modo di appianare ogni asperit. "Ah, Angelina" le pareva di sentirlo dire alla domestica, in italiano. "Lo sa, la signora certe volte non pu fare a meno di gridare. Ma la guardi fra cinque minuti. Adesso sembra una furia, ma poi vedr che le dispiace molto. Che motivo avete voi due di discutere sempre?"
Si erano scordate tutt'e due che lui era un malato, un invalido. N, d'altra parte, egli stesso si sentiva molto nello stato d'animo d'un invalido, quando la moglie port in tavola gli spaghetti, freddi e gelati, e senza salsa, ma con un semplice pezzo di burro fresco... accompagnandoli con una tremenda minaccia per Tess.
"Se solo dici mezza parola, guarda che ti caccio a letto anche se siamo di pieno giorno."
"Ma..."
"Mangia!" strepit Jo. "Mangia, e neanche mezza parola!"
Il consigliere d'ambasciata russo aveva capelli grigi, ondulati, e una faccia che pur traspirando allegria era soffusa d'una espressione seria e compunta, quasi che quello cui si accingeva fosse compito da trattarsi con estrema seriet e compunzione. Un uomo intento a camminare sui vetri... ecco, questo era ci che sembrava.
"Siniuor Royce" disse il consigliere, scambiando una solenne, vigorosa stretta di mano con Rupert, e tuttavia negli occhi ancora gli palpitava uno scanzonato luccichio curioso, quasi divertito (doveva pur essere piacevole, divertente l'incontro. Perch no?). "Mi chiamo Mayevsky; e questo e il siniuor Golovkin, che mi verr gentilmente in aiuto nel caso io abbia qualche difficolt con la lingua... Sa, io non parlo molto bene inglese. 
Piuttosto piccolo, Golovkin aveva mento pungente e occhi pungenti; e un aspetto molto placido. Mayevsky, peraltro, appariva impaziente, e stava gi cercando di saggiare il terreno. Era tipo facile alla risata Rupert?...
"Non credo che avr nessuna difficolt" protest gentilmente Rupert. "Lei parla inglese ottimamente."
Che sollievo! Mayevsky rise felice, e mise in evidenza un paio di denti d'oro.
"Siniuora Royce..." esclam Mayevsky, rivolgendosi a Jo, il volto sempre atteggiato a un felice, sfolgorante sorriso: "Il mondo intero ammira suo marito. Che uomo coraggioso!".
Insieme erano saliti lungo le scale, e quando giunsero in cima, Mayevsky sost ad ammirare uno dei quadri che costituivano un'altra delle poche cose salvate dalla passata prodigalit di Rupert. Dipinti moderni di Grosz, Modigliani e Klee... generalmente di tendenze impressionistiche o astratte, in maggior o minor misura. Mayevsky si era soffermato a osservare una piccola tela decisamente astratta di Klee: una chiesa di paese dipinta in un finissimo intersecarsi di losanghe diafane, trasparenti.
"Bellissimo," disse Mayevsky. "Molto interessante."
" un Klee" spieg Jo. "Ma temo che forse non sar completamente di suo gusto, vero?"
"Tedesco?" s'inform Mayevsky.
"Svizzero, per l'esattezza" precis Rupert.
"Hmm!" fece Mayevsky. "Per... non mi sa molto di svizzero."
Furono costretti a ridere. Mayevsky stimolava l'ilarit. Li aveva messi di buonumore, tutti. Di proposito? Rupert si sorprese a pensare che durante la sua vita aveva conosciuto tre soli sovietici - Vodopyanov, e ora quei due diplomatici - e di essi almeno un paio avevano dimostrato di prendere molto sul serio l'importanza di ridere. Guard Golovkin che lo stava guardando a sua volta, e compitamente si scambiarono una cauta occhiata, quasi entrambi sapessero quello che veramente si celava dietro la superficiale vernice di frivolezza.
Jo offerse liquori ("Whisky!" dissero i due russi) e Rupert - che faceva grande assegnamento sulle proprie maniere formali e compite per condurre a buon fine l'incontro - fece accomodare gli ospiti, chiedendosi quale fosse il vero motivo della visita.
"Comunque..." esord Mayevsky, d'un tratto: "Noi siamo innanzitutto venuti perch desideriamo ringraziarla, anche se solo in forma privata. Saremo infatti felicissimi di poterlo fare anche in forma pi opportuna, se lei acconsentir. Adesso, tuttavia, lei mi dovrebbe parlare della sua avventura. S, la prego...". "Adesso?"
"S. Eccomi qui... Pronto ad ascoltarla." Rupert si soffreg lentamente l'ossuto naso con il pollice. Dov'era finita la sua modestia? O meglio, dov'erano finite tutte le complesse teorie di anonimit? "Oh, penso che la cosa sarebbe troppo lunga e complicata" si scherm. "Lei forse vorr sapere di Vodopyanov, immagino... e degli altri."
"S, vero" assent Mayevsky. "Comunque noi desideriamo sapere ogni cosa."
"Vodopyanov era l'unico ancora vivo quando scesi con il paracadute" spieg Rupert. "Vivo, ma paralizzato dai fianchi in gi."
"E come ha fatto a tenerlo in vita?"
"Per tutto l'inverno abbiamo vissuto nell'interno della fusoliera, e alla fine ci siamo messi in marcia sui ghiacci in direzione dell'Isola Patrick... dove poi ci trovarono dei cacciatori di foche. Vodopyanov era in condizioni molto gravi. Una volta aveva cercato anche di annegarsi affinch io avessi maggiori probabilit di salvezza. Ecco... questo  tutto quello che so, pi o meno" disse Rupert. "E dopo la mia partenza, so che lui rest ricoverato in un ospedale americano dove aveva tutte le cure immaginabili. Le sue condizioni erano ancora molto gravi."
"Lei dice molto gravi... ma poteva parlare, almeno?"
"S, naturalmente. Non era cos grave da non poter parlare."
"E non si  mai lamentato?"
"Di che cosa?"
"Del modo in cui lo trattavano in quell'ospedale..."
"Ma perch? Aveva le migliori cure che si possano immaginare."
"Bene, molto bene" disse Mayevsky, ma sulla sua faccia felice si era di nuovo stesa l'ombra di quella che doveva costituire la sua principale preoccupazione. "Secondo lei," aggiunse "per quale motivo gli americani non hanno voluto lasciarlo andare?"
"Non era in condizioni di essere trasportato" disse Rupert.
"Ma non hanno neanche voluto permetterci di mandare qualcuno a visitarlo. Avevamo offerto perfino d'inviare uno dei nostri aerei per eseguire il trasporto..."
"A Thule?" disse Rupert, sorridendo. "Non  molto probabile che possano accettare, le sembra?  la maggior base che gli americani hanno nell'Artide."
"D'accordo. Noi comunque abbiamo anche proposto agli americani di assumerci l'onere di tutte le spese necessarie al suo trasporto aereo in patria, oppure nel Canada. Qualsiasi cosa. Ci siamo dichiarati disposti a concedere ogni agevolazione. Per che motivo dunque si ostinano a trattenere Vodopyanov? Esistono leggi internazionali che vietano di trattenere chiunque..."
"Ma Vodopyanov  ancora troppo grave" insistette Rupert. "Ne sono certo."
Mayevsky scroll il capo. "Non hanno neppure voluto fornirci un bollettino medico esauriente sul suo effettivo stato di salute. Nulla, assolutamente nulla."
Fu Rupert a stringersi nelle spalle, ora. Un altro dei molti aspetti della guerra fredda. "Quanto a questo" disse "io credo proprio di non poter essere di nessun aiuto." Mayevsky si ostin. "Lei forse pu, invece. Dopo tanti mesi, probabilmente deve conoscere molto bene Vodopyanov."
"Discretamente."
"E allora, siniuor Rupert, dovr pur sapere come sia impaziente di tornare a casa... su questo  d'accordo?"
"Penso di s. Con ogni probabilit sar impaziente anche lui di tornare a casa come lo ero io."
"Lei pensa cos, allora! E mi dica... sarebbe disposto a dichiararlo?"
"A chi?"
"Oh, alla stampa. A chiunque."
"Per quale motivo?" volle sapere Rupert. "Perch si preoccupa tanto di lui? Vodopyanov  in ottime mani. E gli americani di certo ve lo restituiranno non appena le sue condizioni lo permetteranno."
Mayevsky scroll energicamente il capo. "Noi temiamo che possano anche non restituircelo.  di questo che ci preoccupiamo. Ecco il motivo per cui vorremmo una sua dichiarazione su Vodopyanov... che  impaziente di tornare a casa, e questo prima che qualcuno avanzi l'idea che lui non vuol pi saperne di tornare. Capisce... se lo terranno per forza, e poi pretenderanno di farci credere che sia lui a non voler tornare."
"Sciocchezze" disse Rupert. "Non lo credo affatto possibile."
Mayevsky drizz la testa, assumendo un atteggiamento estremamente serio e grave. "Ah, siniuor Rupert. Lei non sa che cosa effettivamente succede in certi casi. Potrei farle un'altra domanda?" Rupert attese.
"Era stato abbattuto l'aereo di Vodopyanov?" domand Mayevsky.
Rupert fu sorpreso. L'idea non gli si era mai presentata. E chi avrebbe potuto abbatterlo? Gli americani? Forse. Ma se l'aereo era stato abbattuto perch non l'avevano annunciato? Perch non ne avevano fatto un grosso scandalo?
"Non so" rispose a Mayevsky. "A me questa ipotesi non si era neppure presentata, veramente. Proprio, le dico che non lo so." 
"Da voi l'aereo era stato trovato sull'ottantasettesimo parallelo, vero?" chiese Mayevsky, che ora teneva lo sguardo fisso su Rupert. Nei suoi occhi non esisteva neppure pi una lieve traccia della voglia di scherzare. "Pi o meno."
"Una posizione che dista non meno di tre o quattrocento miglia dalla Groenlandia. L'Artide non appartiene a nessuno, siniuor Rupert. E non appartiene certo all'America. Gli americani non hanno il minimo diritto di abbattere un aereo entro il Circolo Polare Artico. Quella  tutta una zona molto prossima al nostro territorio."
Rupert si sofferm a pensare per qualche momento, quindi decise che non era possibile. "No, non credo che il vostro aereo sia stato abbattuto" disse. "Non lo credo neppure probabile."
"Lei allora pensa che sia precipitato per un incidente?" Rupert non aveva nessun elemento sicuro su cui basarsi, a eccezione dell'enorme scalpore che molto verosimilmente avrebbero sollevato gli americani se l'aereo fosse stato effettivamente abbattuto. Eppure, quell'aereo si era davvero trovato a notevolissima distanza dalla Groenlandia... centinaia di miglia. Non era forse possibile che gli americani avessero preferito passare sotto silenzio l'episodio? Se i loro normali sistemi di avvistamento radar avevano inquadrato un aereo sconosciuto e lo avevano fatto intercettare da un caccia, il fatto costituiva poco meno che un atto di guerra a centinaia di miglia di distanza da una base statunitense. Ma Vodopyanov, di sicuro, ne avrebbe pur fatto cenno, a meno che non si considerasse in colpa egli stesso sapendo d'essersi trovato dove non doveva essere. S, questo era possibile.
"Ma voi perch non avete annunciato sei mesi fa di aver perso un aereo nella zona dell'Artide?" Rupert chiese a Mayevsky. "A quanto si dice, voi non avete neppure accennato alla perdita di un aereo."
"Noi non diamo mai comunicazioni del genere" rispose Mayevsky. "Specialmente quando si tratta della nostra aviazione polare. A lei  mai capitato di avere notizia di incidenti occorsi a nostri aerei artici?"
"Mi pare di no, ma..."
"Riteniamo che queste faccende riguardino solo noi, capisce? Ma quell'aereo naturalmente l'avevamo cercato."
"E allora che cosa faceva il vostro aereo all'ottantasettesimo parallelo?" chiese Rupert.
"Ricerche geofisiche" disse Mayevsky senza esitare. "Missione analoga a quella in cui eravate impegnati anche voi, vero?"
"Ma come fa lei a sapere qual era la nostra missione, se mi  lecito chiederlo?"
"Ah, semplice: la missione del vostro aereo era indicata proprio da una delle principali riviste inglesi... The Aeroplane."
Alzatosi dalla poltrona, Rupert and a sedersi sul davanzale della finestra lasciando scorrere lo sguardo sui rami di rosa selvatica che crescevano lungo i graticci sulle pareti della casa vicina. Che strana, meravigliosa sensazione vedere l'esuberanza di vita d'una pianta rampicante inglese, cos verde, rigida e doviziosa di foglie. Una capacit di osservazione che solo da poco gli si era formata... la capacit di cogliere i molti, occasionali tentacoli della vita ordinaria; e ci contribuiva enormemente a farlo sentire vivo in un mondo coltivato. In parte sensazione, in parte verit per il mondo in cui era ormai abituato a vivere: il verde lussureggiante dell'Inghilterra, e il profilo scuro della citt sullo sfondo dell'orizzonte, camini, alberi, antenne televisive... e aerei che amichevolmente ammiccavano con i verdi e rossi occhi delle luci di posizione al nero cielo soffice. Una volta di pi, Rupert lo avvert attraverso la propria sensibilit e i propri occhi ancora non acquietati, quasi che gli fosse stato chiesto di decidere chi avesse ragione e chi torto in quello strano confronto fra i due pi impersonali giganti del mondo. Chi era colpevole, e chi innocente? Di norma, non sarebbero esistiti dubbi sulla colpevolezza dei russi. Ma Vodopyanov ben difficilmente si poteva considerare colpevole nel senso della guerra fredda, e lui certo non si sentiva di dire nulla che potesse lasciarlo anche solo lontanamente supporre. No, non voleva che trattenessero come spia Vodopyanov. E tuttavia... Vodopyanov era davvero tanto innocente? Come poteva essere certo che l'aereo russo non fosse impegnato in un volo di sondaggio dei sistemi d'avvistamento radar delle postazioni difensive americane?
"Be', io non so proprio" disse Rupert, sforzandosi di essere sincero.
"Che cosa non sa?" chiese Mayevsky, di nuovo pronto alla risata se cos desiderava Rupert... comunque solo una fugace, superficiale battuta.
Molto semplicemente, Rupert non sapeva con quale delle due parti schierarsi questa volta. Non era di certo uomo da torturarsi a lungo con una scelta scottante o un sottile dubbio intellettuale. Doveva prendere una decisione, subito. Per di pi, doveva pensare anche a Vodopyanov. Qual  la sola cosa che desideri per Vodopyanov, adesso?... si chiese. Pens allora a quello che aveva desiderato lui stesso... Non aveva chiesto altro che di essere mandato in Inghilterra, e poter cos trovare nella propria casa l'incivilito, effettivo mondo che sembrava opporsi quale contrasto elegiaco a tutto quel dolore, a tutto ci che avevano sofferto su quella deserta, desolata landa.
"Davvero non so quale fosse la missione di Aleksej" disse a Mayevsky. "Non ne abbiamo mai parlato. Ma suppongo che di volare in quel cielo avesse anche lui lo stesso diritto che avevo io, sicch gli americani dovrebbero permettergli di tornarsene a casa non appena star un po' meglio. E lo faranno, di questo non si preoccupi."
"Se davvero  cos grave, secondo lei non sarebbe una buona idea permettere a sua moglie di andarlo a trovare?"
"Sicuramente" disse Rupert. "Ma vede, anche qui occorre un minimo di equit... Non pu certo aspettarsi che gli americani le diano il permesso di andare a Thule." Mayevsky sospir. "Lei ha ragione, immagino." Erano seduti l'uno davanti all'altro, in poltrona... Rupert e Mayevsky; Jo frattanto era stata in silenzio a sedere di fronte a Golovkin, su una sedia di fattura italiana dall'alta spalliera dorata. Golovkin non aveva parlato, e solo i suoi occhi guardavano e fissavano e sorridevano e si socchiudevano. Jo ispezionava gli abiti degli ospiti... strano, in fondo erano vestiti come tutti gli altri. Calzoni assolutamente identici a quelli di Rupert; e anche le camicie candide... polsini che spuntavano lindi dalle maniche delle giacche. Mayevsky aveva gemelli d'oro, anche un orologio d'oro. Forse si erano appositamente vestiti per l'occasione, appositamente travestiti per compiere una particolare missione? Ovviamente!... Mayevsky poteva ben ridere, e quest'altro non aprir bocca... ma lei aveva capito che si trattava di uomini intelligenti, uomini addestrati a compiere un sottile lavoro d'astuzia.
Si sarebbero trattenuti (Jo ne era certa) anche per ore, solo che a un certo momento le giunse uno strano tramestio... Angelina che scendeva le scale di servizio con Tess; e Tess piangeva. Che cos'altro di nuovo, adesso?
Scusandosi, Jo si allontan; e Mayevsky - fissando il biondo viso di Rupert - disse con tono quasi grave, serio: " davvero meraviglioso ci che l'uomo  capace di sopportare, vero?" Si alz in piedi. Assunse un'aria pensosa. "Per giorni e giorni a non finire" prosegu. "Tremendi giorni di fame e d'incertezza, e quel freddo... quel tremendo freddo. Voi non siete abituati al freddo nel vostro paese."
"Ma non abbiamo poi sofferto molto la fame, solo negli ultimi tempi" precis Rupert.
"No, lei non mi pu ingannare" protest Mayevsky. "Capisco, la sua  tipica modestia inglese" aggiunse. "Ma noi sappiamo che le siamo debitori di molto. Come hanno detto i nostri esperti polari, la sua marcia, trainando la slitta con Vodopyanov, dev'essere considerata un'impresa davvero notevolissima nella storia delle avventure polari."
Rupert decise di non fare nessun'altra dichiarazione che - per quanto sincera - si potesse interpretare quale manifestazione di modestia, giacch in quel particolare contesto essa non avrebbe potuto apparire altro che immodesta.
"Sar meglio andare, allora" disse Mayevsky. E di nuovo si rivolse a Rupert - promettendo che ben altro ancora si doveva udire, e altro si doveva dire, e altro si doveva fare - per chiedergli di acconsentire a parlare con un corrispondente russo e dirgli ci che aveva detto a proposito di Vodopyanov.
"E perch no?" accett Rupert.
Erano intanto giunti all'ingresso principale; e i due russi desideravano congedarsi anche da Jo, che all'ingresso posteriore (la cucina) era intenta a discutere con Tess e Angelina. Rupert infil la testa nella porta della cucina per avvertirla che gli ospiti stavano per andarsene. Vide tutte tre le donne in lacrime, ma comprese che avevano trovato la base per un accordo. Tess non avrebbe perso Angelina. Per non si dovevano pi vedere in giro pane o torte in briciole, in niente o su niente... per quanto eccellenti o ricostituenti potessero essere. In compenso, Angelina era autorizzata a tener accese giorno e notte le sue pericolose candeline. Jo era disposta (cos disse) a correre il rischio che andasse a fuoco l'intera casa, ma assolutamente non ammetteva di trovarsi mai pi davanti pane sbriciolato. Si asciug le lacrime e tir su con forza dal naso, e torn perfettamente normale. "Arrivederla, signor Mayevsky; arrivederla, signor Golovkin" disse Jo, e con assoluta tranquillit aggiunse: "Sanno?... Li ho trovati assai diversi da quello che mi aspettavo".
Con espressione grave, Mayevsky le prese la mano e molto solennemente dichiar: "Nessuno  mai quale ci si aspetta, vero? Eh, siniuor Rupert?".
"Verissimo" assent Rupert, e Mayevsky - mentre lui gli apriva il cancello - non pot contenere un'ultima e comunicativa risata per la soddisfazione della dissomiglianza dal previsto loro aspetto.
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Capitolo 14.
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Dopo quella visita, Rupert divenne per cos dire un eroe con due facce: quella degli occidentali e quella russa... anche se quest'ultimo aspetto non si concret immediatamente.
I giornali inglesi gli avevano dato la caccia dal momento stesso del suo salvataggio, al punto che avevano perfino tentato d'intervistarlo per radiotelefono quando ancora si trovava all'Isola Melville. A Thule, gli americani - e anche la Royal Air Force - gli avevano chiesto di non fornire nessun particolare per il momento; e quando era poi giunto nel Surrey, il Ministero dell'Aria aveva gi provveduto a emettere una dichiarazione in cui comunicava esattamente l'intero accaduto. Quanto ai giornalisti, essi avevano con ogni mezzo cercato di penetrare nell'ospedale, e cercato anche di fermarlo quando ne era uscito e mentre tornava a casa; e anche a casa naturalmente non lo avevano mai lasciato in pace. Tuttavia Rupert si era sempre rifiutato di vederli, sicch gli articoli erano via via diventati sempre pi fantasiosi e iperbolici. Di pari passo lui si era sempre pi irritato, sebbene in cuor suo sapesse che in definitiva la colpa era sua.
Dipendeva forse dalla sua modestia? O dal suo snobismo?
In un primo momento, Rupert pens che in parte dipendesse sia da questo che da quella. Non andava certamente orgoglioso di tanta notoriet; Jo invece era soddisfatta e felice d'ogni parola che veniva scritta, e ne gioiva anche Rolland, in segreto, giacch poteva portarsi a casa i compagni di scuola per far loro vedere suo padre, il quale per il momento ancora non si era spinto pi in l del cancello del giardino. Si sentiva molto debole.
Perci ancora nessuno sapeva esattamente quale fosse la vera storia, nemmeno Jo. Rupert si chiedeva quasi stupito per quale motivo fosse cos restio, cos risoluto a non farne mai neppure un brevissimo accenno. Non si trattava di orgoglio. Poteva essere forse qualcosa di simile al timore di volgarizzare la vicenda vissuta. Forse anche una genuina negazione del mondo fantasticamente romantico che ne veniva evocato, ossia dell'aspetto che immancabilmente traspariva dagli articoli dei giornali. Romantico? "No, mai!" Rupert si ostinava instancabilmente a dimostrare che in fondo era stata un'esperienza del tutto vana e spiacevole; e questa era verit che niente avrebbe potuto mutare, mai.
Come poteva essere un vero, autentico eroe in siffatta confusione?
Nel concetto di Rupert, il coraggio fisico diveniva cosa facile quando vi si era costretti a forza. Chi erano dunque i veri, autentici coraggiosi? Il marinaio che non abbandonava la nave in procinto di colare a picco nell'Atlantico? L'aviatore che compiva incredibili gesta? O forse il soldato che affrontava impassibile la morte? No, mai pi. Eroi erano coloro che sapevano svolgere - in condizioni ardue, impossibili - un ruolo utile; e non tanto per il cimento fisico in ci comportato, quanto per l'espletamento d'un compito genuino. Il capitano Scott dell'Antartide costituiva un puro insuccesso, non un eroe; mentre lo scienziato che gli era stato compagno - il dottor Wilson - doveva considerarsi un vero eroe. Altrettanto era stato Shackleton. E anche Nansen, per la sua traversata in slitta dei ghiacci del nord nell'intento di pervenire a uno scopo effettivo. Alain Bombard, che da solo aveva attraversato l'Atlantico con un battellino di gomma per dimostrare come l'uomo pu sopravvivere in mare senza nessuna scorta o riserva... un eroe genuino. Perci doveva esistere uno scopo effettivo, altrimenti non poteva trattarsi che d'un mero caso; e il mero caso non fa l'eroe. Quanto alla propria vicenda, Rupert in realt la giudicava un incredibile, colossale caso fortuito, addirittura un errore...
Secondo un metro siffatto, la sua si doveva quindi considerare una figura decisamente transitoria, e per Rupert, di conseguenza, quanto veniva scritto e detto era del tutto
privo di qualunque significato. In ci che aveva compiuto non esisteva infatti nulla di particolare valore, salvo (e casualmente) la vita di Vodopyanov: l'intera vicenda non si poteva quindi giudicare altro che un avvenimento casuale, sicch lui, con ostinazione quasi rabbiosa, si rifiutava di fornirne qualsiasi particolare.
Frattanto, Vodopyanov era divenuto l'oggetto - sfortunato oggetto - d'un conflitto diplomatico.
Gli americani erano sdegnati che da parte russa si osasse dubitare dei loro moventi. I russi d'altro canto erano su tutte le furie; e tanto da presentare una formale protesta alla Danimarca, sul cui territorio (la Groenlandia) veniva trattenuto Vodopyanov... Ne chiedevano l'immediato rilascio.
I corrispondenti russi (quattro) erano comparsi un giorno, senza farsi preannunciare; e Rupert - nonostante le loro suppliche - si era limitato a dire quanto aveva promesso:... era sicuro che Vodopyanov desiderava tornare a casa, ed era sicuro che gli americani lo avrebbero rilasciato non appena fosse tornato in condizioni fisiche sufficientemente buone.
Povero Vodopyanov!
Ancora troppo debole per riprendere il lavoro, Rupert gi si spazientiva e s'irritava per ci che definiva la sua mancanza di vigore, e per la malferma struttura del suo sistema nervoso, dei suoi muscoli. Ma soprattutto lo spazientivano e irritavano le accanite discussioni che s'intrecciavano intorno a Vodopyanov. Gli americani ora dichiaravano che il pilota russo abbisognava di lunghe cure, e i russi replicavano: "Rimandatelo a casa a farsi curare!".
"Evidentemente dev'esserci qualche cosa che non funziona" brontol amaramente Rupert, rivolgendosi a Jo "se arrivano al punto di prendersi per i capelli per un povero invalido. Che motivo possono avere?"
"Oh, quelli discutono sempre su tutto" comment Jo. "A buon conto, pu anche darsi che lui non desideri affatto tornare a casa sua.  gi successo altre volte..."
Rupert non seppe trattenersi. "Ma figurati se non vuole tornare a casa!" esclam. "Non  questo l'importante, comunque. Ti sembra possibile che i russi non siano capaci di aspettare finch non star un po' meglio?"
Per altro, l'intervista concessa da Rupert - debitamente pubblicata e radiotrasmessa dai russi - non fece che gettare nuova benzina sul fuoco... Infatti gli americani si dichiararono perfettamente d'accordo con il suo punto di vista: s, naturalmente, essi erano prontissimi a lasciar libero Vodopyanov, ma non prima che le sue condizioni fossero alquanto migliorate; e quindi che cos'era tutta la montatura che cercavano di farne i russi?
"Allora lasciatecelo almeno vedere" si ostinarono i russi, di nuovo.
"Appena sar possibile trasportarlo" risposero un'altra volta gli americani.
Era un periodo di estrema freddezza, e nessuna delle due parti era disposta a cedere d'un millimetro. Rupert intanto si preoccupava sempre pi per la sorte di Vodopyanov. Pens di provare a parlargli per radiotelefono, se gli fosse stato possibile ottenere le debite autorizzazioni.
Per prima cosa sollecit quella del Ministero dell'Aria; e quindi consult il funzionario preposto al suo dipartimento, Phillips-Jones... uomo di certo efficiente ma non molto alla mano. D'altronde, a simile gesto, apparentemente fin troppo formale, Rupert non avrebbe potuto derogare stante la severa osservanza dei regolamenti da cui non intendeva deflettere. Era tuttora in congedo per malattia. Phillips-Jones, nondimeno, gli disse asciuttamente che se intendeva parlare con Vodopyanov, doveva farlo sotto la sua esclusiva responsabilit: il fatto non poteva essere comunque messo in relazione con il dipartimento. Rupert disse che ne capiva i motivi, e interpell senz'altro l'ambasciata americana, telefonando all'ufficio dell'addetto aeronautico per chiedere se non esistesse la possibilit di predisporre una comunicazione con Thule, simile alla comunicazione a suo tempo predisposta per Jo. Spieg che intendeva parlare con Vodopyanov.
"Ma... non saprei" gli rispose un ufficiale subalterno.
"Certamente!" disse invece un ufficiale superiore, di l a qualche momento.
Fu necessario attendere un'intera giornata, finch non fu possibile stabilire un soddisfacente contatto radio con Thule. Poi l'addetto aeronautico gli telefon a casa, e subito pass la comunicazione sulla sua linea... e Rupert, alle cinque del pomeriggio, si trov a parlare con Vodopyanov, a Thule, dov'era mezzogiorno.
"Pronto, Aleksej" grid Rupert. "Come va?"
"Rupert... sei proprio tu, Rupert?" rispose Aleksej. "Pronto, pronto!... Stai bene? Che cosa c' di nuovo? Dove sei?"
Adesso, Aleksej aveva preso un accento americano ancor pi spiccato.
"Senti..." grid Rupert: "Come va?".
"Bene. S, assolutamente."
"S, s. Ma voglio dire, sei alzato o devi stare ancora a letto?"
"Che cosa vuoi dire?"
"Come va la salute?" strepit Rupert, e poi sillab: "Qual  il tuo sta-to-di-sa-lu-te?... Devi sempre stare a letto?"
"Ma s, naturalmente. Sono a letto. Anzi, quasi con la testa in gi. Un letto molto complicato." Sempre ugualmente gioviale la risata di Aleksej, anche attraverso il vacuo sistema echeggiante di suoni sconnessi. "Ho la schiena in un busto di gesso, per vado bene."
"Vuoi sempre tornare a casa?"
Fu necessario ripetere la domanda. Infine, Vodopyanov rispose: "Ma s capisce, e come! Sempre. Naturale che voglio tornare a casa, verissimo. Qui mi trovo bene. I dottori sono in gamba, in gamba! Per...".
Il resto and perduto; e fra l'affievolirsi e improvvisi ritorni della voce di Vodopyanov, i due si scambiarono ancora qualche frase generica, una battuta scherzosa a proposito di quello che mangiavano, un commosso accenno alla speranza di presto ritrovarsi...
"Quando torno indietro glielo dir io tutto quello che hai fatto per me, capisci?" disse Aleksej. "Qui non dico niente."
Anche se voleva essere tale, l'allusione and perduta nello strumento che li collegava. Rupert comunque depose il ricevitore con espressione preoccupata.
"No, no... Bisogna trovare il mezzo per farlo tornare a casa" disse a Jo. "Questo  positivo. Se appena fosse possibile muoverlo, gli americani dovrebbero assolutamente lasciarlo andare. S, credo proprio che anch'io dovrei fare qualche cosa per aiutarlo."
Se fosse stato uomo meno sicuro delle proprie decisioni, Rupert avrebbe forse potuto esitare; invece telefon immediatamente all'ambasciatore. Assente l'ambasciatore - si trovava a New York, o a Washington il consigliere che ne faceva le veci accett senz'altro d'incontrarsi con Rupert, l'indomani mattina.
"E che cosa pensi di dirgli?" gli chiese Jo, mentre lui si stava vestendo di grigio la mattina dopo. Rupert era sempre uomo estremamente formale per le formalit, e tuttavia non fu molto soddisfatto quando si vide in quel pur ottimo abito che in passato gli andava a pennello. Ora cascava da tutte le parti, invece; Jo ne rise.
"Pare proprio che non mi riesca di metter su un po' di grasso" si lament Rupert.
"Ma non ne hai neanche avuto il tempo" gli fece notare Jo. "cosa vuoi, anche tutte quelle iniezioni non servono a niente. Hai bisogno di mangiare."
Tre volte la settimana, Rupert si faceva fare iniezioni e fleboclisi di glucosio e preparati vitaminici e altri farmaci. Ma s sentiva sempre molto debole, spossato. Doveva esserci anche qualche cos'altro di guasto, dato che non aveva mai appetito e sembrava quasi che il cibo gli facesse paura. Jo, al colmo della disperazione, aveva ordinato due dozzine di bottiglie di birra scura, che lui ora beveva durante i pasti. Chiss... la birra forse poteva dare una mano, quantunque per il momento non ottenesse altro effetto che mettergli addosso un invincibile torpore in quei pomeriggi sul finire dell'estate.
"Be', gli chieder molto semplicemente che lascino andare Aleksej" Rupert disse alla moglie. "Facilmente loro non saranno neppure in grado di capire tutto quello che ha passato."
Jo lo trov molto a posto quando lo vide completamente vestito in abito grigio chiaro con camicia azzurra e scarpe nere. Lo guard con attenzione. Era tremendamente magro, al punto che il corpo sembrava perdersi nel vestito. Pure, non si poteva dire che fosse molto emaciato in viso, e tuttavia era cos pallido da sembrare diafano, trasparente, sebbene l'espressione della faccia fosse dura, chiara... un'espressione aperta e sicura di s.
"Non sarebbe meglio se venissi anch'io in tassi?" propose Jo.
"E perch?"
"Sai... potresti cadere" disse lei. "Cos almeno sarei li pronta a tirarti su."
"Oh, non diciamo sciocchezze" protest lui, seccato.
And dunque a Grosvenor Square, molto formalmente, e qui dapprima gli tocc sedere in una grigia saletta d'attesa, finch non fu fatto entrare in una grande sala bianca e grigia con due quadri di Toulouse-Lautrec, oltre a molti dipinti astratti d'ignoti autori americani.
Ebbene, Rupert aveva visto i dipinti; e ora eccogli di fronte un uomo diplomaticamente normale... abiti eleganti, cordialit d'espressione, una lunga, evidente abitudine a intrattenere gente sconosciuta, ma in pari tempo anche una spiccata curiosit. Rupert, per altro, non ignorava che uno dei motivi per cui gli era stato chiesto di venire all'ambasciata stava proprio nel fatto che la curiosit di questo cortese diplomatico - il signor Alterton - non era dissimile da quella che per lui provava qualunque altra persona.
"Non la trovo poi tanto male" disse il signor Alterton. "Anzi, le confesso che mi ero aspettato una persona non troppo in forma."
"Davvero?" fece Rupert, in tono di voluto disinteresse.
Ma che cosa effettivamente vedeva l'americano dietro quell'esteriore, superficiale osservazione? Un giovane inglese di elevata classe sociale, e con una tipica, esasperante anonimit che poteva essere in pari tempo attraente e scostante. Era senza dubbio un tratto da cui traspariva una distanza che non si sarebbe mai potuta superare con comuni discorsi, e neppure con cortesia diplomatica o una espressione amichevole. L'esistenza di quella frattura non sfugg al signor Alterton, e tuttavia - in Inghilterra - vi si era cos abituati che ne allontan l'idea con una semplice scrollata di spalle. Lui pure disponeva d'una sua posa superiore; e anche di suoi strati d'autorit, sebbene non fossero gli stessi.
L'incontro fu piacevole, comunque. Conoscevano in quali mondi vivevano, entrambi; Rupert non ebbe premura di forzare i tempi. Alterton conosceva uno zio di Rupert. E sua moglie conosceva (nella societ anglo-franco-americana di Parigi) la madre di Rupert, la quale se n'era ripartita per la sua Casina di caccia due giorni dopo il felice ritorno di Rupert. Amava il figlio, e nondimeno, dal momento che ora lo sapeva sano e salvo, si era dimenticata immediatamente dell'intera esperienza, quasi fosse quotidiana possibilit con un tipo come Rupert. Perci aveva fatto i bagagli, ed era partita.
"Ma  proprio vero che ora segue il movimento di Christian Science?" s'inform Alterton.
"S, credo di s" disse Rupert, alquanto guardingo nel caso si trattasse di un argomento noto e favorito.
"Secondo lei, che cosa pu averla indotta a questo?"
"Non saprei proprio dirglielo, veramente." Del resto, Rupert stesso non si era mai posto quell'interrogativo. "Probabilmente crede nella reincarnazione, o in qualcosa del genere."
"Non vorr dirmi..."
Ma era infine giunto anche il momento di trattare di affari, comunque. Rupert disse allora che in effetti era venuto per parlare di quel pilota russo... Aleksej Vodopyanov.
"I russi sono convinti che voi vogliate trattenerlo" Rupert disse molto esplicitamente ad Alterton, che fece un cenno d'assenso. "Comunque..." continu Rupert: "Io ho avuto modo di parlargli per telefono. Mi  sembrato che stia bene. Perci avevo pensato che sarebbe davvero un'ottima idea se vi fosse possibile trasferirlo in qualche altra localit... non pi a Thule, voglio dire; e i russi cos potrebbero andare a riprenderselo".
Essendo al di l d'ogni discussione sia i moventi che chi parlava, Alterton non aveva certo motivo d'indignarsi... non era neppure da pensarsi.
"Personalmente non sono molto addentro a questa faccenda" l'americano disse a Rupert. "Comunque non avr nessuna difficolt a trasmettere a chi di dovere il suo suggerimento."
"Si tratta di un uomo che ha vissuto un'esperienza davvero tremenda" prosegu Rupert. "Lei forse potrebbe aggiungere anche questo particolare. Se vogliamo, la cosa per me  stata relativamente facile, perch potevo camminare, ma certamente dev'essere stato un inferno per Vodopyanov... forse ancor peggio di quanto sia normalmente possibile pensare."
"In questo caso  probabile che vi siano valide ragioni per cui desiderano trattenerlo" osserv Alterton. "Ragioni di carattere medico, naturalmente."
"S, questo  vero" ammise Rupert, con un sospiro. "E tuttavia, il punto essenziale sta nel fatto che anche lui dev'essere certo impaziente di tornarsene a casa... in fondo  stato proprio questo il miraggio che ci ha sempre spinti avanti. Le dir di pi: se non so che anche lui  quanto meno in viaggio verso casa, neanch'io posso sentirmi completamente tranquillo e soddisfatto."
Alterton capiva, e tuttavia non pot fare a meno di stringersi nelle spalle. "Vede... a quelli dell'aviazione non capita spesso di mettere le mani su un pilota artico russo. Probabilmente saranno piuttosto restii..."
"Non vedo motivi di carattere militare per trattenerlo" lo interruppe Rupert. "N d'altra parte possono trattenerlo all'infinito, le pare?"
Alterton si sedette di sbieco sulla sua grande scrivania vuota. Era molto amabile, comprensivo; e nondimeno non si trattava certo d'un problema facile. "Si pu immaginare che se non altro vorranno sapere che cosa stava facendo da quelle parti, fin qui posso arrivarci anch'io."
"Aleksej non glielo dir mai" obiett Rupert. "O almeno, io lo credo estremamente improbabile."
"Be'... sicuro, si tratta d'una questione alquanto scabrosa" ammise Alterton, e di nuovo assicur che avrebbe fatto del suo meglio per trasmettere a chi di dovere il suggerimento di Rupert. "A buon conto, i russi non si lasciano mai scappare l'occasione per sollevare quanto pi chiasso possibile."
La conversazione si spost intorno al modellino d'un panfilo, che Rupert, mentre parlavano, aveva esaminato con attenzione. Alterton spieg che l'originale - il Boom, un dodici metri - era propriet sua e di suo fratello, di lui pi anziano e anche molto pi ricco; e aggiunse che in febbraio aveva intenzione di tornare in patria per la stagione di Newport, e scendere poi con il panfilo fino alle Bahamas per intervenire alla Governor's Cup. Dovevano essere quelle le sue vacanze.
"Cos facendo" aggiunse Alterton "mi sar possibile di evitare se non altro una parte dell'inverno qui a Londra."
Anche Rupert in passato aveva posseduto una grossa imbarcazione da diporto, alla quale aveva poi rinunciato come a tutto il resto del suo patrimonio; e ora si limitava a interessarsi di vela leggendo riviste specializzate. "Certo che un po' per volta questi dodici metri diventano sempre pi simili al di sopra della linea di galleggiamento" osserv. "Ma immagino che la differenza stia tutta nella parte immersa. Del resto, guardi che insuccesso  stato lo Sceptre."
"Ma... dev'essere probabilmente stato per quella sagoma cos tozza" fece Alterton.
Rupert assent, e aggiunse che una gran barca era pur sempre il vecchio Vim.
"Ma non  affatto vecchio il Vim" protest Alterton, quasi offeso, mentre con le bianche dita accarezzava l'estremit dell'albero del perfetto modellino. "In pratica anche il Boom  pi o meno della stessa et."
Rupert avvert l'ombra d'irritazione, e osserv attentamente l'interlocutore cercando di scoprire se si era veramente offeso per l'indiretta critica alla sua imbarcazione. Alterton, comunque, si affrett a dimostrargli che nulla in pratica poteva offenderlo. Non era forse quello il suo principale compito? "Oh, non pretendo di sostenere che lei abbia torto" disse, sorridendo. "Fatto sta che oggigiorno queste grosse barche le mettono fuori a getto continuo... Denaro, denaro, denaro!" sospir. "Eh, di questi tempi ne circola una quantit veramente incredibile."
A Rupert non piaceva soffermarsi con pensieri o parole sul denaro, e comunque gi era in procinto di congedarsi. Alterton prospett l'eventualit di un incontro mondano. Ma naturalmente. Si poteva combinare. Pure, quando fu uscito, Rupert non si sent affatto certo di aver insistito a sufficienza in favore di Vodopyanov, anche se supponeva di aver fatto tutto quello che gli era possibile.
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Capitolo 15.
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Vodopyanov non fu rilasciato; e Rupert, improvvisamente colto da grandi, preoccupanti disturbi renali, si dimentic completamente del pilota russo.
Successe di notte... Rupert si era svegliato d'un tratto con un intenso dolore ai reni e febbre; e poco dopo sopravvennero anche acute fitte addominali, brevi ma violente. Jo chiam Angelina, e attraverso la siepe sul retro della casa la mand ad avvertire la dottoressa Marian Crawford, che venne quasi subito, gi completamente vestita.
"Qui posso fare ben poco, all'atto pratico" Marian Crawford disse a Jo, dopo aver dato uno sguardo sommario a Rupert, il quale, in un bagno di sudore, stava piegato in due con i ginocchi quasi a contatto del mento.
"Allora dobbiamo portarlo in clinica?" chiese Jo.
"Niente clinica!" esclam Rupert.
"Ma non ti possiamo lasciare in queste condizioni..." Jo era molto spaventata vedendo il marito - di solito tanto calmo, padrone di s - sconvolto da una cos atroce sofferenza.
"Faresti proprio meglio ad andarci, Rupert" consigli la dottoressa Crawford. "Pu anche darsi che tu abbia qualche cosa di serio ai reni."
"I miei reni non hanno un bel niente" ansim Rupert.
"Comunque, adesso vedremo di farti almeno qualcosa" gli disse la dottoressa Crawford; e rivolgendosi a Jo, le chiese di procurarle dell'acqua tiepida e qualche asciugamano per cercare di rinfrescarlo e dargli un po' di sollievo. Uscita Jo, Marian Crawford si mise a sedere di fianco al letto e gli disse: "Sei proprio uno sciocco testardo, sai, Rupert... Non penserai di essertela cavata cos a buon mercato dopo quell'avventura nell'Artide, eh? Sarebbe stato meglio se ti fossi fatto fare qualche altro controllo".
"Adesso non farmi ammalare per forza" brontol lui, il viso inondato di sudore.
"Shhh! Non cerco di far ammalare nessuno, io... Ma chi pu sapere che cosa effettivamente ha sofferto il tuo fisico?"
Rupert, stringendo i denti per il dolore, protest che non voleva nemmeno sapere che cosa effettivamente avesse sofferto il suo fisico, dato che il suo fisico doveva essere comunque in grado di badare a se stesso... Il fisico doveva essere in grado di compensare qualunque insufficienza temporanea, doveva sempre funzionare in modo normale nonostante tutto.
Poich il dolore non accennava a diminuire, la dottoressa Crawford propose di somministrargli quanto meno un lieve analgesico.
"No!" esclam Rupert. "Ormai comincio a odiare qualsiasi medicina. E poi... a che cosa mi servirebbe? Tanto sappiamo bene che non potr curarmi, e neanche mandar via il male."
"Questo  verissimo" ammise Marian Crawford. "L'unico vero analgesico  la morfina, ma in questo caso non credo proprio che farei bene a dartela... Finirebbe col mascherare i sintomi."
Torn Jo, con spugna e bacinella e asciugamani. Era molto tenera, premurosa con Rupert; e molto preoccupata. Le due donne gli detersero il viso con acqua tiepida e lo asciugarono e gli cambiarono i lenzuoli, e infine gli diedero un pigiama pulito; le fitte intanto si erano molto attenuate lasciando solo un sordo indolenzimento in corrispondenza dell'inguine. Ormai poteva tornarsene a casa, e rimettersi a letto, Rupert disse alla dottoressa Crawford, e poteva tornare a letto anche Jo. A lui non occorreva pi niente. Avrebbe cercato di dormire, e tutto quanto se ne sarebbe di sicuro sparito per suo conto...
"Fa' pure a modo tuo" gli disse Marian Crawford. "A buon conto, io domani mattina avvertir quel medico del Ministero dell'Aria."
"Non dartene pensiero. Anch'io avevo gi pensato di mandarlo a chiamare" le disse Jo.
Marian Crawford sospir, e li lasci soli.
Jo si and a distendere sul proprio letto e cerc di tenersi sveglia, sempre osservando preoccupata il marito. Alla fine sent che si era quietamente addormentato; anche lei allora si volt sul fianco, e prese quasi subito sonno.
Gli strascichi furono lunghi: radiografie dei reni e dell'apparato digerente e molteplici esami del sangue. Apparentemente, non esisteva nulla di abnorme, e tuttavia gli restava sempre una leggera febbre, un leggero dolore. Quei disturbi lo indebolirono un'altra volta, e soprattutto lo irritavano in quanto era impaziente di tornare al suo lavoro... Rupert non vedeva l'ora d'interrompere la dispendiosa, inutile attesa che il corpo si riprendesse, quando gi la mente correva innanzi. Il medico del Ministero dell'Aria - sempre lo stesso uomo vivace e perspicace, eppure lievemente svagato, sempre pronto a porgere la mano a qualsiasi dissenso e dissenziente, un uomo che aveva teorie empiriche e materialistiche molto vicine a quelle di Rupert (e altrimenti, perch mai gli avrebbe permesso di tornare a casa cos presto?) - il medico dunque gli batt un confidenziale colpetto sulla spalla, e sentenzi:
"Bah... ogni cosa si aggiuster da sola, col tempo. Lascia che ce ne preoccupiamo noi."
Jo ne aveva gi sopportate abbastanza. "Ma dico... A. che cosa pu servire quello?" proruppe. " lui che sente male;  lui che non pu mangiare, n stare in piedi. E di tutto questo dovreste preoccuparvene voi? A me sembra assurdo, enorme... e specie a sentirlo dalla bocca di un medico."
Il dottor Ivory fu categorico, comunque. "Non ha nulla di clinicamente malato" insistette. "Tutt'al pi potrebbe fare un po' di antibiotici, a titolo prudenziale. Ma..."
"Niente antibiotici" disse Rupert.
"Perch no?" gli domand Joanna.
Chi poteva mai sapere - spieg Rupert - quali danni provocavano certi medicamenti... danni di natura secondaria? Essi probabilmente sterminavano anche quei bacilli di cui l'organismo aveva bisogno, oltre a quelli nocivi.
"Continua pure cos, e vedrai che a essere sterminato sarai tu" gli disse Jo, indignata.
"L'uomo  un animale retrogrado" prosegu Rupert, pallido e debole. "Siamo ancora cos primitivi che non possiamo nemmeno comprendere che cosa dobbiamo combattere quando ci ammaliamo. Ma non  il corpo, in realt. Praticamente noi abbiamo attribuito al corpo un'importanza maggiore di quella che merita."
"Come dire che il segreto sta tutto nella mente?" sugger il dottor Ivory, in tono giulivo.
"No, affatto. Per sembra che il corpo voglia sobbarcarsi anche la punizione di ogni altra cosa. Quanto pi diventiamo sofisticati, e tanto maggiore si fa la frattura fra il corpo e la mente. Noi dovremmo cercare invece di essere sempre d'un sol pezzo, cos come di solito sono i contadini..."
Jo aveva gi capito dove miravano quei discorsi, sicch lo interruppe pregandolo di non fare l'ostinato a rifiutare le medicine, il medico rise a sentire quelle teorie somatiche, sebbene - cos disse - in parte anche lui non dissentisse del tutto; gli piaceva sempre ascoltare delle teorie che non erano affatto teorie.
"Anche con questo, un po' di streptomicina non ti far certo male" concluse il dottor Ivory.
Rupert fece un altro tentativo di opporsi, e Jo, allora, si arrabbi tanto che usc dalla stanza dopo aver dichiarato: "Non voglio neppure starti a sentire. Una cosa  sicura, comunque: io non sar qui ad assistere a certe cose".
Deliziato, il dottor Ivory comment: "Eh, quella  proprio la donna che ti ci vuole!...". Usc anche lui, dopo aver lasciato un breve promemoria con le istruzioni per l'infermiera che veniva quotidianamente a iniettargli i necessari medicamenti.
Quando Jo ricomparve, Rupert era sempre incline a considerazioni filosofiche; e cerc di spiegarle che gli uomini avrebbero dovuto vivere in un modo completamente diverso.
"Gi, immersi tutti quanti fino al collo nel lavoro" disse lei, ironicamente.
"Perch no?" fece Rupert. "Basta sia un lavoro che valga la pena di fare, e allora non  pi lavoro."
"Lascia perdere i sogni" lo esort lei con tono affettuoso, quasi supplichevole.
"Ma perch vuoi chiamarli sogni? Il mondo in cui viviamo  tremendamente ristretto, isolato, non ti sembra, Jo?"
"La verit  che tu cerchi sempre un mondo diverso in cui vivere. Un mondo qualsiasi... purch sia diverso, purch non sia quello in cui vivi."
"Ne sei convinta?" chiese lui, in tono remissivo. "Sicuro, almeno quando sei malato. Ma oramai dovresti sapere che il mondo non puoi fartelo come vorresti.  impossibile."
"Perch?"
" impossibile, e basta. Noi viviamo in un mondo che  gi bell'e fatto."
"S, solo che per me non va bene" disse Rupert, molto deciso, e afferr con entrambe le mani la terrina della minestra che frattanto gli aveva portato Angelina. Se l'avvicin alla bocca, e accenn a sorbirne direttamente il contenuto. Ma la depose subito, con una smorfia. "Qui ci vuole del pepe" protest.
"Sei proprio deciso a farti tornare il dolore?" domand Jo, severa.
"No, no" fece lui, in tono di nuovo remissivo. "Comunque sia, non  il dolore che provo nel corpo quello di cui devi preoccuparti. Sono io... Deve proprio esserci qualche cosa che non va dentro di me, Jo.  questo che vorrei spiegarti. Ma senza dubbio vedrai che finir per mettersi a posto da solo, come dice Ivory."
Poi Rupert fece come voleva lei. Sorb la minestra con il cucchiaio, e non direttamente dalla terrina come un selvaggio.
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FINE Parte 1.